«La sanità delle comiche (che sono tragiche)»

di Ettore Jorio*

Gesù morì gridando: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Molti rimarranno male e mi rimprovereranno per l’uso apparentemente blasfemo dell’esempio preso in prestito dal Vangelo per giudicare il linguaggio attualmente in uso alla politica dominante. Ho creduto, forse sbagliando, di ricorrere ad un episodio evangelico e ad una affermazione di Cristo per fotografare la debolezza delle condizioni e delle abitudini che sopraintendono alla selezione che fa la politica dei rappresentanti e dei tutori degli interessi della società civile. In Calabria, in particolar modo.

Le solite brutte figure
È di questi giorni la difesa d’ufficio che Mario Gerardo Oliverio fa del ceto politico che ha governato la sanità regionale, ovviamente compreso il suo. Non solo. È davvero temerario il rilancio che tenta di fare proponendo al popolo un piano ospedaliero di chissà quante centinaia di milioni di euro.
Perdona loro perché non sanno quello che fanno (e dicono). Una logica offensiva dell’intelligenza altrui, continuare a difendere l’indifendibile. A rimanere e a riproporsi alla guida di un ente, la Regione, che altrove ha fatto la fortuna dei territori e qui ha prodotto il fallimento ad ogni livello: i diritti sociali sotto i piedi, l’emigrazione sanitaria che concorre con quella dei nostri giovani che lasciano tutto per non tornarvi neppure d’estate, preoccupati dall’aggressione dei coliformi fecali che affollano le nostre spiagge, le vecchie aziende che chiudono e che non se ne aprono di nuove, la disoccupazione giovanile e l’inoccupazione degli adulti che di solito caratterizzano l’ambiente latino americano.

Le norme e la buona pratica in Calabria sono optional
E non potrebbe essere altrimenti con a fianco incapaci per antonomasia, ai quali si è avuto persino l’ardire di affidare la sanità, peraltro con modalità non previste dallo Statuto che consentirebbe deleghe presidenziali solo in capo a consiglieri regionali eletti, e dall’ordinamento che impone il divieto assoluto procurator (tale è da considerare il presidente di una Regione delegato a rappresentare gli elettori) delegare non potest.
Tutto questo rappresenta il limite che sta affossando progressivamente il sistema regionale calabrese. La causa? Il c.d. dilemma del «grande capo» vigente nella tribù degli Akwaaba, così definito nella traduzione di Martin Page: «Crudele problema che affligge gli alti dirigenti, possono avere successo solo utilizzando collaboratori capaci, ma più sono capaci, più costituiscono un pericolo per la loro sopravvivenza al vertice».
Da qui, il disastro di una Regione così male rappresentata nelle massime istituzioni concertative (Conferenza Stato-Regioni e così via) ove non è difficile rintracciare personaggi che fanno persino a cazzotti con i congiuntivi.

La guerra dei numeri senza regole
L’ultima vicenda sa dell’incredulità. Davvero fantasiosi dati contabili dichiarati dal Presidente Oliverio che, contrapposti con quelli declinati il giorno dopo dal Tavolo Adduce, dimostrano che, al lordo dei delegati indelegabili, di sanità in Regione non sanno proprio nulla, specie dei suoi conti. 98 milioni di euro di Oliverio è stato il saldo negativo del disavanzo 2018 contro i circa 170 della signora dei conti della salute italiana (l’Adduce) forniscono la prova di quanta incapacità c’è in Regione, tale da consigliare al Governo di «espropriare» alla Calabria la sua gestione a vita!

I bilanci della salute, un vero problema
D’altronde, la «ignoranza crassa supina e plutistratificata» che ha accompagnato da decenni la formazione del bilancio della salute calabrese è stato da sempre una peculiarità regionale, dal momento che l’unico dato sul quale si è potuto contare quale saldo attendibile da cui partire è quello realizzato da me nel 2008 – quale soggetto attuatore del Commissario di protezione civile Spaziante, coadiuvato da quattro ragazzini appena laureati e tre bravissimi burocrati – e formalmente comunicato a Loiero nel dicembre 2008 e all’allora premier Berlusconi il gennaio successivo. Per il resto nulla, nella gestione quotidiana a dirigere sempre gli stessi e manager aziendali sempre uguali e con le stesse caratteristiche. Questi ultimi a girare nelle aziende esonerati da ogni loro evidente responsabilità senza che nessuno impedisse loro di combinare più guai di Erode, senza sanzioni al seguito.

Le disattenzioni (gravi e costanti) dei Tavoli romani
Tonando all’errore marchiano di Oliverio & Co., che suscita non poche sensazioni di vergogna in un clima ove le ristrettezze economiche pubbliche e private la fanno da padrone, c’è anche da sottolineare lo stato di incoscienza dello stesso Tavolo Adduce. Anch’esso superficiale nei confronti della nostra Regione tanto da rendersi compartecipe delle comiche che solo in Calabria si realizzano. Ciò in quanto è riuscito a definire saldi di disavanzo regionale nella conclamata mancata conoscenza – per stessa ammissione dell’organo commissariale e non solo – di quanto prodotto nell’Asp di Reggio Calabria sia in termini di netto patrimoniale che di risultato economico, senza bilanci dal 2013 (aggiungo anche prima, dal momento che già nel 2008 non avemmo modo di rintracciarne alcuno). Una situazione che farebbe arrivare i rispettivi saldi chissà a quali dimensioni, certamente da «scuorno» internazionale.
Insomma per dirla alla Gino Bartali, grande eroe della resistenza oltre che re delle due ruote, in Calabria, ivi compresi quelli che di essa dicono di preoccuparsi, l’è tutto sbagliato …… l’è tutto da rifare!

Il Consiglio regionale deve pretendere
La sanità è cosa seria da programmare con la conoscenza attenta del fabbisogno epidemiologico e non già da delegare ad improvvisati e ad improvvisazioni. Un ruolo, quindi, che avrebbe dovuto esercitare il Consiglio in quanto non espropriabile da chicchessia. Lo pretende la Costituzione.
Avere consentito il contrario è stato un atto inconcepibile, sia sotto il profilo politico che istituzionale. Si è lasciata la Calabria nuda di una programmazione consapevole e partecipata, che deve essere figlia di quel territorio cui occorre offrire la relativa assistenza.
Ma si sa, dalle nostre parti si preferisce altro, ciò che consente quanto scritto nel provvedimento di scioglimento dell’Asp di Reggio Calabria, verosimilmente rintracciabile altrove.
Quindi, cercasi governatore capace del cambiamento radicale!

*docente Unical







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