«I nuovi rettori e le sinergie tra atenei»

di Enrico Caterini*

È in essere la preparazione elettorale per il prossimo rettore dell’Università della Calabria. È inutile negare che nel panorama istituzionale desolato della nostra regione l’università resta ancora un baluardo di modernità e speranza per i nostri giovani soprattutto se provenienti da fasce sociali deboli. Sennonché la situazione generale del sistema universitario risente dello scollamento istituzionale che affligge il nostro Paese e del pregiudizio culturale espresso nel pensiero che la cultura non si mangia. Il momento è difficile per la formazione e lo è di più nelle regioni del Mezzogiorno gravate da un surplus di problemi propri di questa area del Paese. 
Ammiro il coraggio di chi si cimenta nella competizione rettorale per la responsabilità che essa comporta. In una prospettiva di medio-lungo periodo si pongono le basi per una risalita, ovvero, per il declino. Una partita che richiede scelte significative e che mette in gioco la coralità di una comunità che vuole sopravvivere alle sue progressive indifferenze. In un territorio che fra qualche lustro conterà un milione e mezzo di abitanti (un quartiere di una metropoli) si contano quattro atenei e nel Mezzogiorno che ha un terzo della popolazione italiana si contano oltre venti atenei. Numeri spropositati tanto più se si considera che ciascun ateneo sèguita nella logica propria di cinquanta anni fa quando gli atenei del Mezzogiorno erano sette, isole comprese. Frattanto le condizioni socio-economiche di contesto non sono certo migliorate. 
È inevitabile che una situazione siffatta solleciterà l’intervento di un legislatore ormai sempre più obbligato ad avviare processi di accorpamenti, com’è in essere anche nella realtà delle autonomie locali. Ma il tema non è soltanto di economia. Non si tratta di pensare a forme congiuntive come strumenti per realizzare economie di spesa. Il punto nodale è pensare a un sistema che rilanci la funzione primaria dell’università che ora più che mai ha bisogno di una massa critica espansiva e reticolare, sempre più inclusiva e connessa in un sistema unico. Ciò dovrà accadere non per il moto innato e spontaneo che connota l’agire di ogni ricercatore ma per una scelta strategica che ha ricadute ineguagliabili nella didattica e nel c.d. terzo settore del trasferimento di conoscenze specialistiche. In questa fase lo spontaneismo non è più sufficiente. Esso si accompagna ad una dose massiva di autoreferenzialità che induce a ripiegarsi sull’ombelico del proprio ateneo. C’è lo strumento nella legge Gelmini ed è la federazione tra Atenei. In tempi di regionalismo differenziato “azzoppato” da un fondo perequativo inattuato che rischia di tramutare un’opportunità anche per il Mezzogiorno in una ulteriore criticità, attendere che le determinazioni da romane diventino nostrane è quanto di più rischioso possa prevedersi. Non che le prime abbiano trattato parimenti le tre aree del Paese, tutt’altro, ma la carenza di risorse e di propulsione territoriale sarà cronica e irreversibile. Prima che tutto ciò accada occorre che i rettori siano lungimiranti e avviino una politica sinergica di costruzione di un sistema di ricerca integrato che rappresenti non più tanti atomi isolati nel loro splendore più o meno abbagliante, ma che vada nella direzione di un reticolo complementare distribuito sul territorio ma unito da una progettualità comune. Qualcuno dovrà pure prendersi la responsabilità di aprire il primo solco e uscire dal seminato consolante e desolante della «lotta al punto organico»!

*docente Unical







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