«Calabria, riprendi la tua dignità»

di † p.Vincenzo Bertolone

Pubblichiamo il messaggio pasquale ai calabresi del presidente della Conferenza episcopale calabra Vincenzo Bertolone.

Carissimi fratelli e sorelle di questa antica, nobile e amata e religiosissima terra di Calabria, s’avvicina il tempo della passione, crocifissione, morte e risurrezione di Cristo. È un evento, un momento religioso, vissuto tradizionalmente con molta intensità e passione nei nostri paesi e città. È forse un’occasione – se non l’unica – in cui, pur in mezzo al frastuono della vita, ci si ritrova nel silenzio della propria anima, e si fanno i conti con se stessi. E ci si accorge quanto sia difficile, sebbene necessario, cambiare se stessi, per avviare intorno a noi il cambiamento che si sogna ma che – ahimé – tarda a realizzarsi. Però, resta, in ciascuno, la speranza. Ma quanto è difficile sperare, in Calabria. A leggere la realtà con l’occhio dei numeri e delle statistiche, non si scorge che un deserto macchiato, nella monotonia dei suoi colori, da qualche oasi qua e là. Poco, troppo poco per sentirsi sereni: la ’ndrangheta, la corruzione, la debolezza della Pubblica Amministrazione, l’indecifrabilità della politica, di certe mentalità ecclesiali, e di conseguenza lo strapotere della burocrazia, l’assenza di infrastrutture ed i malanni della sanità, sono solo alcuni degli indici – peraltro ormai storici – che risaltano ogni qualvolta si guardi ai dati che raccontano ancora, purtroppo, di una terra che offre poco lavoro, abbandonata dai suoi giovani e perciò condannata ad uno spopolamento che con i sogni cancella storia e memoria, storie e futuro, l’oggi ed il vissuto.
Le cronache nostrane ci hanno reso troppo familiare il doloroso scenario del Venerdì santo: innocenti traditi e venduti, cieca violenza sulle donne e sui piccoli, prepotenza delle folle, debolezza o malafede dei capi, latitanza inerte di certi imprenditori, esseri umani oltraggiati, torturati e crocifissi. È ancora possibile credere nella Resurrezione se anche i confini del vero e del falso, del giusto e dell’ingiusto, sembrano confondersi e ovunque ci sono morti di cui nessuno risponde e c’è tanta povera gente che ha perduto anche quel poco che possedeva? Ecco perché in certi frangenti anche la speranza sembra morta. Ed è allora che la potenza della Resurrezione del Cristo crocifisso illumina e rischiara la mente e riscalda il cuore. Ci è di conforto quanto Paolo dice di Abramo, scrivendo ai Romani: “Egli non vacillò nella fede, pur vedendo come già morto il proprio corpo e morto il seno di Sara” (Rm 4,19).
Che grande esempio: mai disperare. Anche quando tutto, umanamente, sembra assurdo ed illogico. Sperare mentre intorno è buio e tuttavia non aver paura di rivolgersi a Dio, per chiedergli conto, aiuto, ma pure conforto. La speranza cristiana non è l’illusione che tutto vada bene. Non è lo sforzo umano di vedere il bene dove c’è il male. No: essa è la fiducia fondata di poter superare il male, è la capacità di andare oltre la saggezza e la prudenza del mondo, di ciò che è ritenuto buonsenso, per credere nell’impossibile, come più volte ha ricordato anche Papa Francesco.
Certo: di fronte alla piaga della disoccupazione, delle ‘ndrine, di tendenze che svuotano i cuori nell’illusione di poter riempire almeno per qualche giorno i portafogli, è facile obiettare che questo sia null’altro che teoria, perché in fondo, gattopardescamente, ogni volta e da sempre tutto resta come prima, anche quando tutto cambia. Raccontando la Passione, San Giovanni presenta Gesù come vittima di una serie di idee, di per sé positive, ma se manipolati diventano una grande impostura, subdola ingiustizia, brutale violenza. Pilato lo riconosce senza colpa, ma Gesù deve in ogni caso morire «secondo la legge». Chi non è re, né dei giudei, né di questo mondo, è pretestuosamente additato come avversario di Cesare e del potere occupante. Chi testimonia silenziosamente la verità, è ritenuto un misero pazzo. Chi innesca negli animi la non violenza e la scelta libera, è consegnato all’arbitrio di alcuni improvvisati tifosi di un brigante. La legalità dovrà per forza degenerare in legalismo formale, la politica dovrà essere subordinata forzatamente al tornaconto personale, la verità ribaltata in menzogna, la libertà preclusa all’innocente e concessa al mascalzone? È la matassa che si sgomitola sino a svelare il bandolo nella morte di un giusto. Tutto è compiuto, è l’ultima delle sette parole di Gesù in Croce.
Nelle nostre città, si troveranno ancora, pure dopo Pasqua, persone a cui sarà negato l’amore per l’imporsi dell’egoismo, della violenza, dell’inospitalità e del possesso che, soprattutto ai nostri giorni, tendono a confondere tutto, riducendo a banalità ciò che costituisce l’essenza di una persona umana. Mai a nessuno, però, potrà essere tolta la speranza di sognare, di non essere più vittima, e vedersi protagonista di una rinascita.
La speranza è in grado di generare eventi inediti e di attivare trasformazioni inaudite, e quella indotta dalla Pasqua è l’evento più alto e misterioso della storia umana, è la realtà che è più vicina a noi e più intimamente raggiunge e cambia la nostra esistenza di uomini e donne, bambini e giovani, vecchi e nuove generazioni, insieme con i nostri habitat. È il vertice, la pienezza, la sintesi di tutto il disegno di Dio offertoci con Gesù. È perciò al tempo stesso storica e sovrastorica, è perciò assenso razionale e insieme un atteggiamento di fede, cioè di abbandono fiducioso nella potenza di uno Spirito in grado di raddrizzare ciò che è storto e deviato e di piegare ciò che è rigido. Questo vale in modo prioritario per noi cristiani, ma vale anche per chi cristiano non è, e comunque dovrebbe avere la consapevolezza che tutti siamo votati alla morte, condannati a non percepire una motivazione che vada oltre il provvisorio, a non potersi fidare di una giustizia sommaria e non indipendente, a dover subire lo stravolgimento della dignità e dei valori umani, costretti a vivere in un mondo senza una sostanziale speranza. Perciò la missione della Chiesa è quella di annunciare la Pasqua a tutte le genti. È lo stesso cuore della storia che apre orizzonti inauditi sul nostro presente e sul nostro futuro.
In certi momenti della storia in cui sembra che solo i cinici abbiano ragione, acquista un più profondo significato il fatto che la Resurrezione di Gesù si sia verificata in uno di questi gravi momenti di buio, di sovvertimento dei valori veri, di abuso del potere, di sopraffazione dell’inerme. Il duplice processo era finito, la condanna eseguita dal potere occupante, la sentenza scritta sul patibolo, il sepolcro sbarrato da una grossa pietra rotolata. Anche allora la speranza sembrava morta. All’amore restava solo la pietà. Maria di Magdala cerca solo un cadavere da onorare e, non trovandolo, può solo immaginare che qualcuno l’abbia portato via. Ella rappresenta l’umanità che ha bisogno di essere chiamata per nome, di essere capita, aiutata, illuminata, confortata. Ciò che risorge, a Pasqua, non è solo il corpo martoriato del Signore Gesù, che peraltro continua a portare le piaghe nel suo corpo ormai glorioso: è la possibilità stessa di un futuro che smentisce i nostri atteggiamenti, a volte scettici; la nostra assuefazione e rassegnazione alla fine di tutto. E non soltanto la nostra: asciuga e smentisce le lacrime dimenticate di tutti gli sconfitti; di tutti gli uccisi della storia che trovano in quest’ora il loro senso e il loro riscatto.
È vero: solo la fede percepisce questa incredibile vittoria di Cristo che risorge nel cuore di chi crede, spera, cerca, ama. Il mistero del Risorto non cambia immediatamente il mondo che rimane con le sue ambiguità, oscurità, violenze, dolori, cambia però il cuore della Maddalena, e con il suo quello di tutti coloro i quali seguono il Maestro con cuore mite ed umile. Nella consueta, festosa agitazione della Pasqua siamo messi faccia a faccia con questa sfida estrema, la stessa che – duemila anni fa – attendeva Pietro e Giovanni all’ingresso del sepolcro. Possa avverarsi anche per ciascuno di noi ciò che il Vangelo dice del discepolo che Gesù amava: entrò anche lui nella tenebra di quel luogo di morte, e fu proprio allora che i suoi occhi si aprirono, ed egli «vide e credette».
Il mistero del cristianesimo è tutto in queste poche righe del Vangelo di Giovanni, che la Chiesa legge ogni anno il giorno di Pasqua. Si è cristiani se si ha fede. E la fede apre sempre nuovi orizzonti, anche quello di sognare ciò che sembra inimmaginabile. Anche a chi non crede, ma nel rifugio della ragione assomma l’impotenza e la volontà, forse ancor più forte, di lottare per affermare altri principi, altri valori, nella propria coscienza, nella coscienza sociale, nel territorio martoriato o angustiato.
Teniamolo bene a mente, in questi giorni in cui ci riuniremo in preghiera ai piedi della croce, in processione e davanti alla Vergine afflitta. Non dimentichiamolo quando, con l’euforia delle gite fuori porta, festeggeremo la Resurrezione del Cristo crocifisso: l’avvenire delle nostre vite e dei luoghi in cui viviamo appartiene a noi e noi ne siamo i protagonisti. Nel disegno di Dio, su ciascuno di noi, in mezzo a tanto male, sono piantati infiniti germogli di bene che, sebbene asfissiati dalla zizzania, attendono di sbocciare ed essere poi coltivati e raccolti. Prendiamone coscienza, ribelliamoci all’accondiscendenza passiva ed a chi ci vuole servi di essa. Nessuno, su questa terra, ci regalerà niente. Ma scegliere è possibile. E come è possibile dedicarsi al bene, lo è altrettanto decidere di rompere gli schemi, mutare atteggiamento, spezzare le catene di un’antica schiavitù.
Riprenditi la vita che ti spetta, i sogni che ti appartengono, la dignità rubata, mia bella, verde, artistica e religiosa Calabria. “Sono tempi cattivi, dicono gli uomini. Vivano bene, ed i tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi”, scriveva sant’Agostino. Incidiamo queste parole di speranza nel libro dei nostri giorni perché ci siano di sprone nelle difficoltà e nella tentazione di giuocare a rimpiattino con la coscienza. Cominci da qui la riscossa: Sperare contro ogni speranza.
Di cuore auguri, fratelli e sorelle di Calabria: possa essere questa la Pasqua che vi attende. Siate il futuro mai scritto di questa terra.







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