«Il decreto non cura i mali della Calabria»

di Ettore Jorio*

Ho in mente una bella lezione di Eduardo De Filippo, mi pare, non appena eletto senatore a vita, che se non ricordo male titolava «‘a mpressione». Sosteneva, il Maestro, che per fare felice la nazione era sufficiente imporre la giocata della schedina dell’allora Totocalcio nella giornata di lunedì, e non oltre. Ciò in quanto, a differenza di come invece avveniva (da perfezionarsi entro la serata di ogni sabato), ogni cittadino/giocatore si sarebbe sentito potenziale milionario per tutta la settimana e non già per meno di 24 ore, ovverosia sino al pomeriggio di domenica nel quale si conoscevano gli esiti delle partite in calendario.
Questo è quanto avrà immaginato la ministra Grillo nel pensare, predisporre e sperare che possa accadere ai calabresi, ma soprattutto supporre come un suo intervento legislativo «a gamba tesa» in Calabria, finalizzato a riprendere la sanità più dannata d’Europa, avrebbe consentito chissà quale exploit alle prossime elezioni europee. Così non sarà.

Il decreto è semicondiviso
Leggendo il decreto, ma soprattutto la relazione illustrativa, si ben comprende quanto sia tenuta nell’indebita considerazione la Costituzione. Più precisamente gli artt. 32, 114, 117, 119 e 120 della Carta, oltre a quelli che si invocano sempre e comunque afferenti ai principi fondamentali (artt. 2, 3 e 5) che, nel caso di specie, ci stanno tutti.
Questo è quanto emerge dalla prima lettura della «opera magna» del Governo giallo-verde che, in questa vicenda, ha visto Matteo Salvini ben lontano da metterci le mani e la faccia, come è invece solito fare abbondantemente nelle vicende in cui crede, giuste o sbagliate che siano. Una considerazione, questa, che la dice lunga sulla profonda inadeguatezza del «decreto Grillo», tanto da indurre il Ministro dell’Interno a prendere da esso le dovute distanze. Il medesimo non ha infatti speso al riguardo una sola parola nella sua venuta nel reggino del 18 aprile scorso, peraltro finalizzata a deliberare in tal senso, occupandosi esclusivamente di promuovere ivi le sue solite guerre di liberazione da alcune etnie che tanto gli stanno producendo in termini di consenso. Il tutto, perché da politico navigato qual è, il Matteo nazionale residuale sa benissimo che il decreto legge voluto dalla Grillo costituirà il primo grande fiasco della ministra – tanto da poterle costare la poltrona che occupa – e l’ennesimo fallimento di ridare ai calabresi la sanità che spetterebbe loro a mente della Costituzione.

Il contenuto
A leggere il decreto legge – impropriamente incrementato di ulteriori 4 articoli dal contenuto che non giustifica assolutamente il ricorso alla decretazione di necessità e d’urgenza rigidamente pretese dall’art. 77 della Costituzione che di per sé vale un ricorso alla Consulta – se scorgono «di cotte di crude». Quanto ai primi 10 articoli si ripropone qui quanto già scritto su questa rivista l’1,2 e 12 aprile scorsi dove venivano evidenziate le violazioni costituzionali e dei principi fondamentali fissati nelle leggi e nei decreti delegati nei confronti dei quali è difficile supporre un intervento legislativo emergenziale sul quale il Parlamento potrà discutere e decidere solo ex post. Ciò senza contare i gravi danni che genererà alla Regione e ai calabresi a fronte dei quali qualcuno dovrà assumersi le responsabilità derivanti, e non solo quelle politiche, attesa l’incosciente ratio che ha generato un siffatto provvedimento.
Quanto alla relazione illustrativa – al di là di una certa parzialmente condivisibile cronologia dei fatti e dei provvedimenti che hanno scandito un decennio di commissariamento conseguente ad anni di gestione allegra e irresponsabile della sanità calabrese condotta da tutti i decisori via via incaricati a diverso titolo – vengono in essa pedissequamente riprese, in un collage non degno di una autorità governativa, le solite precarietà nei confronti delle quali l’Esecutivo in carica ha glissato con oltre un anno di mancato impegno. A fronte di tutto questo si è infatti registrato per 13 mesi un colpevole silenzio provvedimentale, fatto salvo il parto del topolino di inizio d’anno. Un parto peraltro venuto male, dal momento che, al di là di qualche ben mirato scorrimento di graduatorie in ambiti non affatto necessari alla erogazione della salute, il commissariato non sta affatto dando buona prova di sé, fatta eccezione per qualche scenografico blitz dal sapore asburgico ma dall’inutile esito. Un commissariamento che vede tra l’altro al proprio interno qualche decisore di ieri, quasi a contraddire il vecchio principio, correttamente sostenuto dal M5S, di non condividere la nomina dei Presidenti di Regioni a commissari perché incompatibili con la loro trascorsa responsabilità di avere contribuito a determinare le cause generative del bisogno di intervento sostitutivo del Governo, ex art. 120, comma 2, Cost.

Non pochi i danni irreparabili e le incongruenze
Esso non agisce su nulla se non nell’inventarsi una nuova governance del Ssr. Lo fa violando l’autonomia regionale, quella che i Commissari ad acta dovrebbero invece assicurare attraverso la sostituzione degli organi regionali (Giunta e Presidente) resisi nel tempo incapaci di esercitare le loro prerogative istituzionali.
Non cura i mali che affliggono i calabresi: tra l’altro, le liste di attesa, gli ospedali senza i requisiti minimi per continuare ad essere tali, le tecnologia obsoleta negli spoke, la montagna dalle strade anguste che caratterizza la Calabria appenninica priva di ogni assistenza, ma soprattutto non una parola sull’assistenza territoriale. Un ambito, questo, destinato a peggiorare e quindi a fare morti innocenti e ad affollare i pronto soccorsi non fosse altro per la verosimile sottrazione del management aziendale a professionisti conoscitori della Calabria e della sua gente in quanto tali consci dei siti ove intervenire, affidata a nominati di fiducia attratti qui con incrementi di stipendio irragionevoli.

Il marketing degli irresponsabili
Quindi, all’affermazione del vice premier Di Maio che «il Governo si riprende la sanità” calabrese occorre ricordare ove mai – sottolineando al medesimo che il Governo già la esercita da dieci anni e male, ma a rigida tutela dell’autonomia regionale – che, nel caso di specie, la rimette male. A chi l’ha abbondantemente avuta in mano a Crotone – nel periodo di maggiore determinazione del deficit patrimoniale regionale, antecedente al commissariamento di protezione civile – ha contribuito a generare pro quota il danno cui si tenta ancora oggi di dare rimedio, tuttavia non riuscendoci.

*docente Unical







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