«Salvini e lo “schiaffo” alla Costituzione»

di Franco Scrima*

Ma davvero il segretario della Lega pensa che si possano guadagnare voti andando nella tana del lupo per stanarlo? Possibile che il ministro dell’Interno (che poi è la stessa persona) non capisca che gli italiani hanno le tasche piene di parole e, già da tempo, chiedono fatti?
Salvini si è recato a Corleone nel giorno della festa della Liberazione solo per sottolineare il suo dissenso dalla ricorrenza antifascista e per nessun’altro motivo. Peraltro è sua la definizione “la festa dei comunisti”. Una espressione antistorica oltre che di pessimo gusto che mal si adatta ad un uomo di governo che l’avrebbe dovuta evitare sapendo, o dovendo sapere, che le formazioni partigiane erano formate da persone di varia estrazione politica. Ma il ministro e segretario della Lega, nonostante nel Paese quel giorno si celebrasse la festa della Liberazione dal nazismo e dal fascismo, ha deciso di prendere le distanze e, dando un encomiabile esempio di democrazia, si è recato a Corleone per inaugurare la sede del Commissariato di polizia che, essendo in funzione già da alcuni mesi, avrebbe potuto attendere qualche altro giorno per il taglio del nastro. Perché, dunque, proprio il 25 Aprile e non in uno degli altri 364 giorni del calendario se si trattava solo di sfidare la mafia? Qualcuno farebbe bene a spiegare comunque al ministro dell’Interno che la delinquenza organizzata non si combatte con le parole, ma che servono fatti concreti a cominciare dall’isolare quanti tentano di avvicinare, sostenere, qualche volta anche sdebitandosi, politici influenti e uomini di governo così come le cronache passate e recenti ci rammentano.
Il gesto di Salvini nel giorno della ricorrenza del “25 Aprile” ha un significato preciso. Glielo ha ricordato il segretario della Cgil, Maurizio Landini, quando gli ha detto che se può cimentarsi a dire ciò che vuole lo deve alla Liberazione, e prima ancora, alla Resistenza. Il presidente dell’Anpi è stato più diretto; gli ha ricordato che decidere di festeggiare o meno il 25 Aprile è simile a chi crede nella Costituzione e a chi, invece, in altri valori. Con ciò volendo sottolineare che è grave per un deputato della Repubblica e, ancora di più, lo è per un ministro che ha giurato sulla Costituzione nata dalla Resistenza e, quindi, dalla Liberazione. Altro che «giornata del derby tra fascisti e comunisti» come Salvini ha definito la festa del 25 Aprile.
Sarebbe stato sufficiente pensare prima per evitare figuracce dopo, sapendo che se non ci fossimo liberati dal nazismo e dal fascismo, non avremmo conquistato la libertà. E la libertà è un bene che si apprezza soprattutto quando non c’è. Senza di essa Salvini, ad esempio, non avrebbe potuto cimentarsi nelle dichiarazioni che ha rilasciato per tentare di inoculare nelle coscienze degli italiani che lo seguono (molti perché convinti, molti altri per opportunismo) l’opposto di ciò che accadde in Italia all’inizio degli anni ’40, in piena dittatura fascista.
Quel bisogno di cambiamento accomunò persone diverse per cultura, per tradizioni e per fede politica: c’erano i socialisti, i comunisti, i repubblicani e c’erano anche i cattolici che si sono uniti nel segno del medesimo progetto. Uniti dallo stesso fine: la libertà. Dopo l’8 settembre del 1943 lasciarono le loro case, le loro famiglie, i loro affetti, i loro figli per unirsi alla causa partigiana e contrastare l’occupazione nazista dell’Italia e il Governo fascista della Repubblica sociale italiana e avere così una Patria libera.
Fu quello il primo passo. Combatterono per due anni fino ai primi giorni del mese di maggio 1945.
La sera del 25 aprile (ecco perché quella data divenne importante per il nostro Paese e segna la festa della democrazia e della Repubblica) Benito Mussolini abbandonò Milano per dirigersi verso Como e attraversare il confine con la Svizzera (fu arrestato dai partigiani due giorni dopo e giustiziato il 28 aprile).
Nasce da quell’epilogo la Costituzione italiana che al suo interno mantiene scolpite parole come Diritti, Democrazia, Libertà che andrebbero osservate da tutti. A maggior ragione da un ministro della Repubblica anche se la sua militanza politica affonda le radici nella «Lega per la libertà della Padania», ipotizzata dai separatisti di Bossi.
Lo ha ricordato a Vittorio Veneto il presidente Mattarella: «Festeggiare il 25 aprile – ha detto – significa celebrare il ritorno dell’Italia alla libertà e alla democrazia. Una libertà che non si baratta con l’ordine». E tra i doveri c’è anche il rispetto per quegli italiani che hanno dato la vita per garantire la nostra libertà.
Anche Caterina Chinnici europarlamentare del Pd, magistrato, figlia del giudice Rocco Chinnici assassinato dalla mafia nel 1983, ha ricordato che «la lotta alla criminalità organizzata non si può contrapporre ai valori della Liberazione».
Non prova signor ministro, a fronte del peso emotivo delle sue parole, l’imbarazzo di essere andato fuori le righe, segno che la sua decisione era scollata dalla realtà e dal comune sentire?
*giornalista





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