«Due domande (a Salvini) che nessuno pone»

di Maurizio Alfano*

Prima gli italiani, o così doveva essere. La retorica di Governo in generale, e quella del ministro degli Interni in particolare, ha derubricato le migrazioni come uno dei maggiori problemi per la vita degli italiani ridefinendo l’interesse nazionale fattore preminente a causa dell’eccessiva presenza di migranti. Da qui, prima gli italiani. Questa è una delle sintesi meglio aderenti alla semplificazione posta in essere che inneggia al dovere patrio che non consente più la presa in carico degli stranieri. Ma è davvero così? In questo senso il titolare del Viminale interrogato in Parlamento sul decreto flussi dichiarava che ancor prima di pensare ad extracomunitari che possano entrare in Italia per lavoro debba il suo Ministero operare per i tre milioni di italiani in povertà e senza lavoro, e per i tanti disabili fuori dal mondo produttivo aggiungendo che se ogni lavoro fosse retribuito normalmente ci sarebbero molti più italiani che vorrebbero lavorare. Tutto questo mentre firmava subito dopo un decreto che autorizza l’ingresso di 30mila lavoratori extracomunitari.
Allora la prima domanda al ministro Salvini arriva spontanea. Che fine hanno fatto i tre milioni di disoccupati italiani ai quali voleva garantire il lavoro, ovvero i disabili da impiegare ancor prima che entrassero altri migranti extracomunitari? Aggiungiamo, inoltre, perché non si procede con l’abbinamento al lavoro di 30mila italiani che hanno ottenuto il reddito di cittadinanza atteso che nel decreto flussi per l’ingresso dei lavoratori extracomunitari sono già individuati i settori di destinazione e le caratteristiche necessarie?
Questa la prima obiezione, ma per un attimo e per assurdo vogliamo essere noi a dire basta a ingressi di migranti economici per qualche mese – si badi bene, ingressi di migranti economici e non basta sbarchi che sono cose completamente diverse tra loro – e porre la seconda domanda. Anziché firmare il decreto d’ingresso di altri lavoratori extracomunitari perché non si è pensato ad una manovra di svuotamento dei lager amministrativi o dei Centri di accoglienza straordinaria? Se si vuole ridurre la platea dei costi per i migranti che rubano risorse destinate agli autoctoni, come sostiene il ministro degli Interni, perché non si è proceduto alla fuoriuscita di trentamila migranti trattenuti nei Centri tanti dei quali con il presupposto della legittima permanenza sul nostro territorio per impiegarli a colmare la parte di manodopera in quei settori che gli italiani hanno deciso da tempo di non occupare più, e non solo perché non normalmente retribuiti?
Ma ritornando al presunto spreco di risorse nel sistema dell’accoglienza, che in realtà dove funziona crea benessere diffuso tanto per gli autoctoni (maggiori destinatari delle risorse) che per i migranti, è necessario comprendere come attraverso l’uscita di 30mila migranti dal sistema dei Cas lo Stato italiano avrebbe risparmiato ben oltre 200 milioni di euro su base annua – guadagnando attraverso la loro occupazione poi, ulteriori somme a favore del cosiddetto sistema Italia – magari proprio nel sistema di protezione delle fasce sociali a rischio povertà. Fasce a rischio esclusione sociale che per prima cosa, giova ricordare, si sono visti tagliare i fondi destinati alle periferie dal precedente Governo.
Le redivive distrazioni di massa, ovvero le complicate situazioni personali di ognuno di noi creano però quell’humus fertile a far attecchire forme di disgregazione sociale che non contemplano più, ristretti come siamo a generare forme di indignazione di massa, ora risolta nella modalità del vivere online nella quale Salvini cresce nel paradosso di esacerbare gli animi di autoctoni resi poveri, ma non per la presenza dei migranti, tutt’altro. Ma questa è altra questione.
La complicità del nostro tempo insiste però proprio in questa approvazione morale che sdoganiamo attraverso piattaforme social o in momenti di rara conversazione affidata quasi sempre ai tanti luoghi comuni imperanti. Privati dal poterci liberamente muovere dentro spazi fisici e mentali sempre più invasi da proclami nazionalisti che ci riconducono alla solitudine ed al destino di monadi funzionali in un mondo interconnesso che avrebbe dovuto restituirci di contro maggiori momenti di conoscenza e fratellanza, non comprendiamo più l’origine dei nostri diversi impoverimenti. In questa disconnessione temporale si consente così che le due domande sopra poste, nessuno le ponga, peggio nessuno si accorga della contraddizione, ovvero che nessuna sinistra le chieda, e infine che nessuno si senta in dovere di rispondere proprio a quegli italiani che hanno creduto fosse loro nemico il migrante anziché il populismo come la storia ha purtroppo tragicamente sempre insegnato.

*Ricercatore e studioso dei fenomeni migratori





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