«Le tre cose che Paolo ci lascia»

di Ettore Jorio*

È morto Paolo Pollichieni. Ho scritto con Lui da sempre. Per i diversi giornali che ha diretto. Si è inventato il Corriere della Calabria che tiene intelligente compagnia a tutti i calabresi, in Italia e all’estero.
L’ho fatto per anni e con continuità, a cominciare da CalabriaOra, onorandomi del suo apprezzamento per ciò che scrivevo.
Lo sentivo sempre, con una cadenza almeno settimanale. Nell’ultimissimo periodo un po’ meno.
Nella mente, la sua forza che ho vissuto, molto recentemente, prendendo un tè a casa sua. Parlammo di politica e di futuro. Di ciò che occorreva alla Calabria per uscire dall’inferno.
L’ultimo mio WhatsApp del 1° maggio, che ha comunque letto, è rimasto orfano di una sua risposta. Ho capito ciò che non avrei voluto. Paolo era un giornalista puro che apprezzava le verità. Per alcuni difficile da accettare. Per tanti facile da amare e rispettare.
Io ero e rimarrò tra questi ultimi, perché era uno dei pochi che scriveva con libertà!
Mi mancherà!
Questo è quanto ho scritto su Facebook appena appresa la notizia che avevo paura che mi giungesse a seguito della sua mancata risposta al mio ultimo messaggio.
Dopo avere diviso con Lui l’ultimo tè offertomi a Roma dalla signora Giovanna, ad esito del quale avevo tanto sperato su una sua ripresa, il nostro rapporto si è consumato attraverso brevi telefonate. Ad un mio WhatsApp seguiva sempre un suo squillo. Una conversazione breve ma intensa. L’ultimo è rimasto invece lì, isolato, senza riscontro alcuno. Era la festa dei lavoratori ed io gli avevo scritto «Buon primo maggio al mio grande direttore» seguito da un pugno chiuso. Il mancato solito seguito mi ha fato tanto male, perché presago di ciò che temevo. Così era e così è stato.
Mi è venuto a mancare un amico, un riferimento, un confronto spesso duro, il rapporto un grande sognatore abituato a lottare per la sua terra.
Il rapporto con lui lo iniziai nel 2007, scrivendo su Calabria Ora. Lo seguii al Corriere della Calabria, nella cui sede lo rividi l’ultima volta qualche mese addietro. Rimanemmo a parlare mentre i «suoi» facevano la pausa pranzo. Parlammo soprattutto di futuro, di cosa soprattutto sarebbe dovuta essere la Calabria dal 2020 e di cosa occorreva fare per farla ripartire. Mi entusiasmò sentirlo parlare di domani, di lotta politica per riuscire a restituire ai calabresi ciò che spettava loro. Questo era il suo piatto forte: l’esigibilità dei diritti in una Calabria divenuta finalmente normale!
Quella fu un immagine di Paolo che mi colpì, di vederlo addentare un panino nel mentre salutavo con il solito affetto i «suoi» appena di ritorno da pranzo.
Paolo non c’è più, ma di certo lascia a tutti noi tre cose: un esempio di lotta civile, cui dare il dovuto seguito ciascuno con i mezzi a sua disposizione; un sogno, quello di concretizzare una Calabria scevra dai vecchi vizi della politica e della burocrazia che ne hanno deturpato l’immagine e il godimento sociale, tanto da rendere ivi impossibile la vita; un progetto, consistente nel dovere di tutti di lottare contro le prevaricazioni, contro la ‘ndrangheta.

*docente Unical







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