«Il decreto Calabria, un sicuro insuccesso»

di Ettore Jorio*

Con grandissima difficoltà emotiva riprendo a scrivere sul Corriere della Calabria. Lo faccio però con immenso piacere per due ordini di motivi: immaginerò che a leggermi ci sia ancora il mio grande amico Paolo; continuerò a stare a stretto gomito con tutti i suoi «gioielli», quei giovani che – orgoglio del giornalismo calabrese – ho visto crescere professionalmente sotto le sue mani dal 2007 ad oggi.

Un decreto legge che peggiorerà le cose
Il DL salva-Calabria, il dibattito che ne è seguito, gli emendamenti presentati (molti dei quali platealmente irricevibili), il confronto in Commissione Affari Sociali della Camera e i suoi esiti sono dimostrativi dello stato di confusione in cui vive la sanità in tutto il Paese e del dramma erogativo che affligge una gran parte di esso. Di quello che coinvolge un terzo della nazione, di quella quella residente nel già Mezzogiorno, Sicilia compresa.
Del resto, ci sono 15 milioni di cittadini che «godono» (si fa per dire) di una sanità commissariata. Di quelli che vivono nel Lazio, nella Campania, nella Calabria e nel Molise, con un Abruzzo uscito da poco dal commissariamento e con una Sicilia che non lo è solo perché è a statuto speciale.
Il tutto, considerando che sino ad oggi sono state ben 11 le Regioni in piano di rientro, dei quali adempiuti solo quelli della Liguria, del Piemonte e del Veneto.
Non solo. Dal 2017, si registra in gran parte del Paese una totale sottoposizione delle Ao e delle Aou nonché, dall’anno successivo, delle Asl (in Calabria mai partiti!) a piani di rientro aziendali (ex legge 208/2015) che, francamente, registrano nel sud giganteschi flop gestori quanto a risultati. Senza parlare dei bilanci regionali spogliati dei consistenti mutui trentennali contratti per estinguere il debito miliardario pregresso rendicontato a tutto il 2010, in relazione al quale non è stato individuato e sanzionato alcun responsabile, che impone da anni ai cittadini il pagamento dei relativi ratei di ammortamento milionari con risorse drenate dai bilanci regionali che sarebbero state destinate altrove, magari per generare benessere e occupazione.
A fronte di un tale contesto, generativo di una caduta prestazionale vissuta in larga parte del Paese, anche in quello che fa riferimento alla regione della Capitale, si è registrata dal 2000 in poi una legislazione statale mirata a risolvere la contingenza, tanto da determinare una regolazione piena zeppa di rattoppi, i più destinati a risolvere unicamente le emergenzialità, spesso rimaste tali (vedi Calabria e Mezzogiorno).

Occorre attuare costi/fabbisogni standard e perequazione
Persino, l’introduzione a regime del federalismo fiscale è stata irresponsabilmente trascurata dalla politica e dalla burocrazia ministeriale, non applicando la legislazione applicativa del novellato art. 119 della Costituzione, più esattamente i principi e i criteri di finanziamento della salute sanciti dalla legge delega 42/09 e del suo decreto delegato, d.lgs. 68/2011.
E ancora. Non è stata data attuazione al DM 26/11/2010 (G.U. n. 75/2011) – rimasto inspiegabilmente nascosto in un cassetto – che aveva buttato le basi per determinare quella perequazione infrastrutturale che avrebbe offerto l’occasione ad un Mezzogiorno non affatto concorrente anche sul piano del patrimonio produttivo (immobiliare e strumentale) con il centro-nord che, anche per questo, ma anche perché segnatamente attrezzato degli Irccs – che producono la migliore sanità italiana – attrae circa cinque miliardi di risorse dai fondi delle Regioni indietro nei tempi e nei modi erogativi.
Una situazione, questa, che invocherebbe – oltre alla primaria immediata introduzione del finanziamento della salute, da determinarsi attraverso l’individuazione dei costi/fabbisogni standard, magari indicizzati attraverso gli indici di deprivazione socio-economico-culturale e sostenuta da quel fondo di perequazione mai costituito, ancorché istituito 18 anni fa dalla Costituzione (art. 119, comma 3) – una riforma quater del sistema. Magari, ricorrendo all’agenzificazione del SSN in luogo dell’attuale aziendalismo causa di tutto l’attuale malessere organizzativo ed erogativo.

La Calabria, la solita cenerentola del Paese
Ritornando al DL salva-Calabria, è appena il caso di affermare che esso è figlio di tutto questo stato di confusione istituzionale che, in Calabria più che altrove: ha prodotto morti colpevoli ante 2007 (e forse anche oltre); ha determinato due commissariamenti, il primo di protezione civile e il secondo, della durata decennale, ex art. 120, comma 2, della Costituzione.

Ciò che occorre, e subito
Due eventi, dolorosi e straordinari che sono dimostrativi – se presi in considerazione gli scioglimenti per mafia intervenuti a carico di alcune aziende sanitarie, dei quali uno in corso – di quanto in Calabria occorrano tre urgenti strumenti:
a) una riforma segnatamente strutturale che – piuttosto che cambiare i commissari, modificare le loro denominazioni, regalare quattrini, per milioni di euro, all’Agenas e agli advisor presenti e corresponsabili dei disastri generatisi – assicuri una organizzazione curata, efficiente, efficace ed economicamente sostenibile;
b) una deroga organica al blocco del turnover, funzionale a coprire gli organici necessari a rendere efficiente la neointrodotta organizzazione relazionata ad un programma sociosanitario, da approvare in Consiglio regionale e da realizzare nel primo successivo triennio;
c) un intervento straordinario, di cui all’art. 119, comma 6, per generare ivi una assistenza territoriale mai esistita e quella trasformazione delle strutture ospedaliere indispensabile per renderle realisticamente competitive con quelle di altrove.

La priorità è un’altra
È dunque urgente bandire le logiche – che poi sono quelle che caratterizzano il decreto c.d. Grillo, palesemente incostituzionale – che portano taluni a pensare che il problema della Calabria senza sanità lo si possa rinnovare e risolvere individuando “chi e come nomina i direttori generali” e non già “cosa occorra” per ripristinare ivi l’esigibilità della salute.
Per questo motivo fondante, il provvedimento governativo è figlio della solita disorganicità e della peggiore improvvisazione. Rappresenta infatti un atto come tanti, ove prevale il suo scopo ricognitivo, funzionale a comprendere, dopo dieci anni di commissariamento, semplicemente come stanno le cose. Introduce una schiera di commissari straordinari fine a se stessi; produce un incremento della spesa gestoria attribuendo cachet retributivi altrove neppure idealizzati; (ri)promuove l’Agenas, corresponsabile della errata programmazione generativa dell’attuale disastro erogativo, e gli advisor comprimari del disastro dei conti, rei di non avere neppure denunciato l’inesistenza per anni di bilanci aziendali (Asp di RC).

L’obbrobrio
Ma va oltre. Inventa l’atto aziendale commissariale da redigere a cura dei commissari straordinari entro 90 giorni dal loro insediamento. Con ciò, dequalifica l’importanza dello strumento, organizzativo e programmatorio, e ne ridicolizza l’uso istituzionale, dal momento che lo impone in presenza della precaria durata a tempo determinato (max 18 mesi) del commissariamento medesimo, atteso che lo stesso decreto (art. 2, comma 9) prevede nel contempo la nomina dei direttori generali titolati, trascorsi dodici mesi dalla pubblicazione del DL, in quanto tali tenuti a redigere il loro.

Un insuccesso certo
A ben vedere, si lascia presupporre un altro ulteriore flop legislativo.
Tutto questo accade perché si conosce poco la Calabria e i calabresi. La loro storia – disseminata di colpe gestorie che hanno spogliato le risorse destinate alla salute dei cittadini, per decine e decine di milioni di euro, del tipo quelle perfezionate, con la complicità della politica e di un management “disattento”, attraverso gli indebiti pagamenti degli extrabudget agli erogatori privati, pur in presenza di una giurisprudenza anche di secondo grado “superata” dall’uso spesso artato di lodi arbitrali che hanno concesso l’inconcedibile – sarebbe la strada maestra per concepire ciò che le occorre.
Dunque, dalla latitudine calabrese una richiesta di aiuto: a che vengano ritrovate soluzioni reali, certamente diverse dalla ratio che ha motivato questo ulteriore provvedimento governativo, che mette a rischio la credibilità della ministra, che su di esso ha però messo la faccia. A tal proposito, si spera che, nel frattempo, non ci sia qualche calabrese a rimetterci non la propria bensì la pelle.

*docente Unical







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