«Ecco le priorità del Paese. Tutto»

di Franco Scrima*

Tutto nasce, cresce e finisce. È il ciclo biologico della vita animale e anche di quella vegetale, ma non certamente della politica che andrebbe ben oltre ogni ragionevole previsione e senza limiti di tempo.
La storia insegna, invece, che in democrazia l’intesa tra forze diverse è destinata ad esaurirsi. Che è solo una questione di tempo. Il più delle volte dovuta agli interessi di parte che determinano la perdita di efficacia del collante. Avviene soprattutto quando piuttosto che ritrovarsi a lavorare su progetti generali, si decide di sfruttare l’occasione di governo per fare campagna elettorale per dare segnali all’elettorato di riferimento e alle lobby dalle quali traggono linfa vitale.
Sovvengono, a proposito, le parole di Paolo Borsellino, uno di quei magistrati simbolo della lotta a Cosa nostra, ucciso dalla mafia il 19 luglio 1992, in via D’Amelio, a Palermo, assieme a cinque agenti della scorta. Egli era solito dire che «Un politico non solo deve essere onesto, ma deve apparire anche onesto».
Il commento ovviamente non può che essere demandato alla sensibilità di ciascun cittadino, alla sua esperienza con il suo vissuto. Conoscere il mondo che ci rappresenta può servire a migliorarci e a migliorare la classe dirigente nella pia illusione che si lasci “contagiare”.
Prendiamo in prestito quanto accaduto a Catanzaro in occasione dell’ormai noto comizio del ministro dell’Interno. La Città ha reagito alla sua presenza esponendo sui balconi dei palazzi una quantità di striscioni anti Salvini. La democraticissima Catanzaro ha così voluto manifestare il dissenso verso il politico non certamente verso le istituzioni. Un modo persino originale di esprimere il pensiero. L’esperimento non solo è andato a buon fine nella città capoluogo di regione, ma è stato addirittura emulato in altre città. Nord compreso! Ma da quelle parti “l’esperimento” ha avuto qualche differenza: l’uso dei manganelli su coloro che tenevano i lembi delle lenzuola. Si è detto che è stata una reazione per mantenere l’ordine pubblico entro i limiti del dovuto in quanto avrebbe potuto degenerare. Episodi che ci riportano indietro di molti decenni, quando al Viminale c’era un altro politico che di cognome faceva Scelba e diceva di essere democratico. Fu lui a riorganizzare la macchina repressiva dello Stato sia in chiave anticomunista che antifascista. Passò alla storia per le feroci repressioni degli scioperi che si susseguirono nell’immediato dopoguerra, quando la mancanza di lavoro e la fame attanagliavano intere popolazioni soprattutto nel Mezzogiorno. I reparti della “celere” variavano per consistenza quantitativa a seconda dei problemi da “risolvere”; le loro camionette inseguivano fin sopra i marciapiedi i manifestanti e giù botte da orbi.
Naturalmente oggi non siamo più negli anni ’50 e il ministro è Salvini. Ma non vorremmo che cambiando il soggetto il prodotto non cambiasse. Non fa male ricordare che oggi la tutela più grande per il cittadino è nella Carta Costituzionale che riconosce a ciascuno il diritto di poter dissentire e manifestare; ovviamente in termini civili, anche nei confronti di quanti, in corteo, ostentano uno striscione e lanciano slogan ma che comunque non costituiscono pericolo per l’ordine e la sicurezza pubblica e, quindi, per la democrazia.
Comunque si interpreti una protesta, non sono sopportabili le manganellate che rimangono come un segno di barbarie e di inciviltà. Muove anche da questa considerazione il perché degli striscioni di Catanzaro, riprodotti in tutta Italia. E un ministro, si chiami anche Salvini, deve rendersi conto che rischia di essere inviso agli italiani se pensa di poter reprimerne anche il pensiero. Nonostante gli anni trascorsi (circa 60) dall’era di Scelba che, detto per inciso, non era fascista, ma diceva di essere democristiano.
Siamo in Europa e vorremmo restarci. Bisogna che si comprenda che non sono più i singoli stati, ma la cooperazione tra i Paesi che ne fanno parte a decidere cosa si può e si deve fare nella Comunità. È vero che ci sono Paesi che dicono di essere “negazionisti”, governati da personalità considerate dal panorama politico internazionale “sovranisti”; e tra questi c’è anche Salvini che ostenta la sua vicinanza politica e personale ad Orban. Ma forse dovrebbero capire entrambi, e anche gli altri “compagni di merende”, che l’Europa c’è, che c’è la moneta europea e che bisogna semmai vedere come abituarsi alla convivenza civile.
Va riconosciuto all’Italia che dall’avvento della democrazia ha sempre avuto dei grandi pensatori politici. E che, nonostante le apparenze, ne conta anche adesso. Bisogna però che si prenda atto che le condizioni sulle quali si sta misurando il Paese rischiano di fargli perdere credibilità in Europa. Questo pericolo è da evitare sia perché può essere di nocumento nel dialogo con gli altri Stati della comunità e sia per continuare a tenere alta la considerazione che il nostro Paese si è conquistata con la lotta per la liberazione dal fascismo e per essere stato tra i Paesi fondatori dell’Europa.
La democrazia non è né rettilinea, né indolore. Lo diceva Enrico Berlinguer e dovrebbe essere un dogma per i momenti difficili come quello che attraversiamo. C’è da dire che oggi l’Italia non gradirebbe, dopo le esperienze del recente passato, presenze di forze come quella che si è dichiarata popolare, ma che di egalitario aveva poco. I principi che prevalgono oggi muovono dalla visione del possibile, dalla prudenza e dal volontarismo. Non si parla più di masse lavoratrici, dei valori della democrazia, della Resistenza, di legalità, della Costituzione. Si preferisce ragionare, invece, su come sia possibile fermare i clandestini per non farli avvicinare alle coste italiane. Come se l’interesse prioritario dell’ambiente politico fosse di mantenere lo status quo, con il Paese diviso sostanzialmente in due: un Centro-Nord dove vige il benessere e il Centro-Sud che lotta contro la povertà e la disoccupazione, con una Sanità incerta e con il posto di lavoro che rimane una chimera.
Tutto ciò al Governo, o meglio ad una parte di esso, sembra interessare poco, convinto com’è che si debbano completare le infrastrutture al Nord e che bisogna attuare l’autonomia di quelle regioni (una volta si chiamava secessione). Ed è grave che il Sud non reagisca neanche di fronte all’evidenza che lo sviluppo sociale si allontana sempre più dalla questione Meridionale che dovrebbe riguardare soprattutto i giovani, le donne, la scuola, la cultura, argomenti che dovrebbero essere prioritario per ogni governo. Ovviamente si sta parlando di un esecutivo nel quale prevalgono collaborazione e convergenza non di un governo che appare votato alla contrapposizione e all’urto frontale tra chi pensa che il Paese finisca sull’argine destro del Po e chi, invece, guarda, com’è giusto che sia, ad una Nazione che parte dalle Alpi ma finisce in Sicilia.
Aprire una strada sicura di sviluppo economico, di progresso e di rinnovamento sociale dovrebbe essere l’impegno prioritario di chi rappresenta il popolo italiano. Tutto il popolo italiano.
*giornalista





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