«Rende-città universitaria come hub di saperi»

di Enrico Caterini*

Rende è una città universitaria e come tale dev’essere considerata soprattutto da chi intende amministrarla. Ciò muta la prospettiva e la considerazione degli artefici della Comunità locale.
Città universitaria significa città aperta al mondo, ove transitano cittadini di molte culture, etnie, religioni, cittadini che incontrano altri cittadini. È luogo di incontri e di scambi e gli scambi alimentano da sempre i commerci e le opportunità economiche.
Rende è perciò un crocevia, un hub, è un centro di gravità permanente per il quale non è sufficiente un’amministrazione ordinaria, quella che si chiama una buona amministrazione.
Rende è una città aperta, per sua vocazione una città giovane, interculturale. Ciò richiede una gestione pubblica con un profilo culturale alto e consapevole di un ruolo che è naturalmente attrattivo.
Rende rompe gli assetti burocratici e amministrativi. Anche la Regione Calabria dovrebbe assumere un concetto moderno di metropoli. Non un semplice agglomerato urbano esito di una somma con un profilo esclusivamente quantitativo, ma un aggregato-attrattore culturale e sociale fonte di un modello di sviluppo europeo.
Rende-città universitaria dev’essere pensata come le città anseatiche, come una città-stato, una città modello che ponga al centro della sua concezione la persona, con i suoi bisogni materiali e immateriali, una città-incubatrice. La sua forza è l’essere una città che s’identifica con una università. Questo dato è incontestabile.
Si pensi a cosa sarebbe stata Rende senza l’Università, e si pensi a cosa potrà essere Rende proprio per la presenza dell’Università. Le due istituzioni devono avviarsi verso un’integrazione prospettica che, nel rispetto dei ruoli istituzionali, diano atto della reciproca diaconalità. L’Università ha bisogno di una Comunità che la sospinge e la rispetti, una Comunità ha il dovere di valorizzare il moltiplicatore di sviluppo che rappresenta l’Università per il territorio.
Se il benessere della Comunità si misura a mezzo della qualità dei servizi resi alla persona, il servizio alla persona per eccellenza è quello culturale, con il di più delle infrastrutture che esso contempla nel territorio.
Rende-città universitaria dev’essere concepita come il germe sano in un territorio infetto che sappia propalare i suoi effetti benefici in un Mezzogiorno in forte crisi di identità.
Rende dev’essere pensata come una start-up istituzionale dove il Mezzogiorno è l’impresa sociale che la recepisce, che la include e la espande. Una città universitaria è una città laboratorio, una città fucina di idee, è una città che abbatte le barriere classiste per favorire i meriti e dare risposte ai bisogni. Questa Università mantiene frammenti del virus dell’esclusione che caratterizzò la sua fase d’avvio. L’espulsione della classe media dalle fila degli studenti ha significato un allontanamento di intere generazioni di persone operose e per bene che si sono affermate e radicate altrove. È stata una politica fortunatamente superata che presentava il gene del classismo a rovescio. È stata una politica che ha generato una frattura sociale tra Comunità e Università.
Rende città universitaria ha il ruolo storico di risarcire la frattura, di riconciliare una Comunità, di identificarsi nel migliorismo ideale di una societas che disegna se stessa e il suo avvenire.
Rende ha una sua specificità impareggiabile, è una città germinale che deve proiettarsi con i suoi giardini – da tempo privi del verde attrattivo e delle funzioni cui era destinato – a luogo ideale di benessere sociale e personale.
I rendesi siano consapevoli di essere al centro di un polo gravitazionale e di non sminuirne il senso, non assicurando la ripresa di cui la Città ha tanto bisogno.
*docente Unical







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