«Attivare processi più che occupare spazi»

di Antonio Viscomi*

Pubblichiamo il testo dell’intervento preparato dal deputato Antonio Viscomi per l’assemblea del Partito Democratico del 14 giugno che, per questioni di tempo e su proposta della presidenza, non è stato svolto nel corso dei lavori.

Nella lettera di convocazione, inviata dal Commissario regionale Stefano Graziano, le ragioni dell’incontro odierno sono così indicate: “prepararsi per questa nuova fase dando vita ad un percorso di ascolto e confronto, che abbia come obiettivo quello di dare nuovo slancio e radicamento sul territorio al Partito democratico”, nella convinzione che “il processo di apertura e rinnovamento, avviato dalla segreteria nazionale, vada adesso declinato sul territorio per far in modo che il Pd sia protagonista in questa delicata fase politica”. Cercherò dunque di essere coerente con questo intendimento non solo perché definisce il perimetro della nostra discussione, ma soprattutto perché suggerisce lo spirito costruttivo e propositivo con cui questa stessa discussione è stata proposta e deve essere affrontata, se vogliamo riconquistare il senso e le pratiche di un partito che sia comunità aggregante ed inclusiva, capace di costruire una alternativa coraggiosa, coerente e credibile a tutti coloro – e sono tanti, e a tanti livelli – che stanno provocando una frattura storica nei sistemi di rappresentanza liberal-democratica europei.
All’inizio di questa settimana abbiamo ricordato l’anniversario della morte di Enrico Berlinguer. Per quanto mi riguarda, è stata l’occasione per rileggere le pagine di quella sua famosa intervista dove avvisava dei rischi connessi alla degenerazione dei partiti (perché è del partito e delle sue condizioni che oggi dovremmo discutere, e dovremmo farlo senza ipocrisia) quando “non fanno più politica”, quando cioè hanno “scarsa o mistificata conoscenza … dei problemi della società”, quando propongono “idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero”, quando insomma “non sono più … formazioni che … promuovono la maturazione civile” ma piuttosto “federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss”. La permanente validità del pensiero di Berlinguer mi pare suggerisca di focalizzare l’attenzione su alcune questioni attuali che vorrei rappresentare con cinque parole chiave: visione, solitudine, istituzioni, organizzazione, rinnovamento.
VISIONE. Se Berlinguer ha ragione, se si condivide il suo pensiero, allora per essere conseguenti dobbiamo riconoscere che la costruzione di una alternativa coraggiosa, coerente e credibile all’avanzata della marea populista e sovranista, a livello tanto nazionale quanto regionale, è operazione culturale prima che politica. Alla loro narrazione dovremmo cioè essere in grado di opporre e proporre una visione diversa, del mondo e della società, prima e più ancora che ricercare alleanze elettorali, certo importanti ma inaccettabili quando ricercate con chi professa valori totalmente contrari a quelli della comunità democratica, come pure si è fatto in alcune realtà con esiti catastrofici. Il fatto è che non si vince senza prima convincere e dovrebbe essere a tutti chiaro che il voto oggi segue dinamiche del tutto diverse da quelle a cui molti sono stati abituati.
La costruzione di una visione chiama però in causa il nostro modo di stare insieme in una organizzazione che si chiama partito, di cui nessuno può sentirsi proprietario e in cui l’unità passa per il riconoscimento e il rispetto reciproco e non per l’annientamento dell’avversario (quello interno, dico, perché con quello esterno si fanno invece gli accordi più impensabili): non è un congresso, con le sue logiche di maggioranza e minoranza, ma semmai il recupero di questo senso di comunità e la rete di relazioni che lo sostengono a consentire l’elaborazione di una proposta politica condivisa e perciò in grado non solo di dare identità al partito ma anche di suscitare l’attenzione e la passione dei cittadini, di scaldare il cuore degli elettori. Una proposta politica che tenga conto delle sfide serie che siamo chiamati ad affrontare, a partire dalle questioni del regionalismo differenziato – su cui il partito nazionale e quello regionale non possono più ritardare un pronunciamento – per arrivare all’esigenza inderogabile di rispettare sempre e comunque il principio di legalità nel riconoscimento del merito individuale, passando per la tutela dei diritti fondamentali di cittadinanza e tra questi in particolare il diritto alla salute. Potrei certo sbagliarmi, ma credo che ai cittadini poco importi se il disastro della sanità sia da imputare al governo nazionale o a quello regionale; viceversa, credo che importi sapere se, in caso di bisogno, troveranno un medico messo lì perché bravo o soltanto perché amico di qualcuno. Credo di non dire nulla di nuovo: d’altronde, è di tutta evidenza che, nell’ultima tornata elettorale, siano stati preferiti i candidati capaci di visione strategica per le loro comunità piuttosto che gli esperti nella tattica degli accordi tra i soliti noti o i candidati propensi ad assicurarsi il consenso con le vecchie forme di clientelismo, peraltro ormai rese impossibili dalla scarsità delle risorse pubbliche: ne accontenti uno e ne scontenti cento.
SOLITUDINE. Se ciò è vero, se vogliamo dunque riprendere slancio nei territori dobbiamo essere in grado di elaborare una proposta politica che risponda alle domande ed ai bisogni dei cittadini sulla sanità, sui trasporti, sul lavoro, sull’impresa, sulla scuola. E per fare questo dobbiamo essere in grado di dialogare con segmenti importanti della società: il mondo delle imprese e del lavoro, il sindacato, il mondo della cultura, il mondo delle associazioni, il mondo cattolico, per parlare soltanto dei mondi con i quali per varie ragioni personalmente dialogo da sempre. Dobbiamo superare quella che un commentatore ha definito, qualche giorno fa, la solitudine del PD e che nell’intervista di oggi Andrea Orlando ha ricordato parlando di un congresso che serve solo se parla alla società calabrese. In questa prospettiva ha senso parlare di civismo, altrimenti è qualcosa di altro: non si tratta di mettere insieme pezzi diversi con identità le più disparate, ma di costruire visioni più ampie. In questa stessa prospettiva dobbiamo tornare nelle piazze. Ci saranno due, tre, dieci, cento persone ad ascoltare? Non importa. Ma usciamo per favore dalle liturgie dei circoli spesso arroccati come fortini sotto assedio, chiusi per impedire che nuove energie possano togliere ruolo e spazio al dominus di turno.
ISTITUZIONI. In questa logica, consentitemi di rivendicare l’importanza dell’autonomia del partito rispetto alle istituzioni e la sua funzione di pungolo attivo e propositivo per chi nelle istituzioni lavora. Autonomia dialettica, ricordando vecchi maestri, che si trasforma in una sintesi avanzata e progressiva degli interessi. Se non fa questo, cosa dovrebbe fare un partito? Anche qui Berlinguer è di grande aiuto, quando segnala la degenerazione del rapporto tra partiti e istituzioni. La comunità che si riconosce in un partito deve riprendere la parola per ristabilire un corretto rapporto tra politica e amministrazione: per quella che è stata la mia breve esperienza in Regione ho sempre ritenuto (praticandolo nei fatti) che la diversità di ruoli, e quindi di prospettive e di obiettivi, che non sempre c’è stata, sia utile per dare risposte adeguate, per mantenere il contatto con i dinamismi, spesso carsici, che travagliano il mondo e perché semplicemente è meglio condividere che dividere.
Un partito silente, afasico, non serve ai cittadini e neppure a chi governa, anche se spesso può apparire preferibile il contrario. E i cittadini infatti non lo votano e non lo hanno votato. Può forse essere utile a qualcuno, perché non disturba, ma alla fine produce un danno a tutti, perché rompe una cinghia di trasmissione essenziale per creare egemonia culturale: non si vince perché facciamo un favore piccolo o grande a pochi, ma perché proponiamo una visione chiara capace di suscitare passione civile e migliori opportunità per molti. Per questo produce un danno a tutti chi ritiene di poter disporre della cosa pubblica a suo piacimento per favorire amici e amici degli amici. Se si accetta la nomina di primari incompetenti solo perché amici non ci si può lamentare poi della mobilità sanitaria. E’ una questione di coerenza e di credibilità. E lo stesso vale per chi ha gestito – di fatto e di diritto – spazi significativi di potere, subordinando alla propria arbitraria volontà la gestione delle risorse e l’organizzazione dei servizi pubblici nei territori. Su questi profili una comunità politica deve essere radicalmente intransigente, perché poi – clienti o non clienti – la responsabilità è collettiva e i cittadini bocciano il partito non il singolo.
ORGANIZZAZIONE. In questa stessa logica, è necessario riconoscere che la struttura organizzativa del partito deve essere ripensata alla radice, abbandonando l’idea che circoli in ogni comune siano utili, in alcuni casi due circoli: uno con la maggioranza amministrativa, l’altro con la minoranza, o utili siano ancora tessere estrogenate e primarie sistematicamente sgonfiate dai voti elettorali. Penso invece che siano proprio cose altamente dannose perché comunicano una idea di partito proprietà privata che allontana tutti e particolarmente i più giovani. Hanno voglia di politica, perché hanno voglia di parlare del loro futuro, ma si girano dall’altra parte appena sentono parlare di correnti, di segreterie, di circoli. Su questo profilo l’afasia del partito è diventata pura conservazione dell’esistente: prima finisce, questa afasia, meglio è per tutti; prima introduciamo i circoli territoriali, prima rafforziamo i circoli tematici e d’ambiente, prima rafforziamo i canali social, e meglio è per tutti. Purtroppo è una logica proprietaria e muscolare che molti guardano ormai con insofferenza, perché trasforma ogni discussione nel partito in una guerriglia continua, tanto che le persone ad un certo punto preferiscono andarsene. Così com’è questa organizzazione non serve. E non è più sopportabile che pratiche di potere locale tengano fuori dal partito le intelligenze, le competenze, la passione di tanti uomini e donne, giovani e non giovani, che, quando parlano, sanno di cosa parlano e potrebbe veramente rinnovare la vita politica nella nostra regione.
RINNOVAMENTO. Ho promesso di prendere solo pochi minuti e mi avvio a concludere. Ma cosa è il rinnovamento chiesto oggi da Andrea Orlando se non un cambio di metodo e di merito? Progetto politico e organizzazione, è su questo che si gioca la partita decisiva: un progetto politico da costruire nel rispetto di tutte le sensibilità interne e recuperando il rapporto con un intero mondo in fermento che ci chiede di cambiare metodi, di trovare parole nuove, di capire che i tempi della vita non sono quelli della politica, di capire che il mondo è più veloce di quanto pensiamo, e che però stiamo consegnando alle suggestioni di altri partiti. Un mondo che ci chiede di capire fino in fondo che il consenso non si ottiene non facendo pagare l’acqua ma facendo arrivare acqua pulita nei rubinetti di casa. Che vuole regole certe e rispettate per gli amici e per chi amico non è. Che è disposto ad impegnarsi e anche a iscriversi al PD se e nella misura in cui sia possibile esercitare spazi di democrazia reale. Se non si parte da questo, se si rimane ancorati ai personalismi, se non si comprende che le persone sono in funzione della migliore riuscita del progetto politico, abbiamo poca strada davanti. Un progetto politico nasce dalla sintesi di posizioni e sensibilità differenti: il partito è il luogo per creare questa sintesi se e nella misura in cui ci sia riconoscimento e legittimazione per tutte le posizioni in campo, nessuno potendosi considerare il padrone del partito. Solo così sarà possibile sfidare gli avversari sul modello di società e di Calabria che si intende costruire. Potrei dire: abbiamo bisogno di un partito aggregante per costruire una comunità inclusiva. Per essere credibili, i nomi che il partito metterà in campo dovranno essere coerenti con questo messaggio, e la credibilità è un bene prezioso da vagliare con cura. Da vagliare insieme. Introducendo fin da subito alcune regole nuove. La prima: chiunque sarà il candidato o la candidata presidente dovrà impegnarsi a chiedere il voto ai cittadini tenendo conto della necessaria coerenza tra il progetto proposto e le persone chiamate a realizzarlo, la loro competenza, la loro storia personale e professionale e la loro reale disponibilità a porsi al servizio del bene comune. La seconda: la squadra è più importante del singolo, per questo chiunque sarà candidato dovrà chiedere il consenso non solo su stesso, ma sulle persone che lo affiancheranno nel lavoro quotidiano, perché questa regione non ha bisogno di eroi ma di riscoprire il senso di un lavoro di squadra. Possiamo vincere, ma a condizione di essere credibili, coerenti e coraggiosi, con il coraggio che viene dalla libertà di chi sa che politica non è occupazione di spazi ma attivazione di processi di innovazione sociale. Per questo, per vincere, per convincere, abbiamo bisogno della passione e della competenza di tanti uomini e di tante donne pronti ad impegnarsi ma che aspettano l’avvio di un partito dinamico, aperto, inclusivo, capace di interpretare le dinamiche di una società in continua evoluzione. Per questo ha ragione ancora oggi Enrico Berlinguer e vale la pena rileggere ancora una volta la sua intervista.

*deputato Pd







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