«La corsa (pericolosa) al federalismo»

di Ettore Jorio*

Regionalismo differenziato, ovverosia possibilità offerta dalla Costituzione alle Regioni di pretendere un maggiore esercizio della loro competenza legislativa. La notizia del «giorno» non è quella riguardante la procedura promossa da Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna che è stata incardinata dal Governo che si accinge a calendarizzare gli step finali prima del voto parlamentare. La «bomba» riguarda le analoghe istanze formalizzate da Campania, Liguria, Marche, Piemonte, Toscana e Umbria. Lo si sapeva benissimo che ciò sarebbe accaduto anche a cura di Regioni meridionali e a guida centrosinistra.
Tutto ciò è presagio di un diverso e più qualificato approccio alla problematica del federalismo asimmetrico, che porterà tutte le altre Regioni, ovviamente, a statuto ordinario a volere decidere da sole sulle materie che maggiormente incidono sul quotidiano dei loro cittadini.
Una scelta che la Costituzione consente dal 2001, nei confronti della quale sta crescendo il consenso delle istituzioni regionali, a dimostrazione che le Regioni vogliono assumersi più responsabilità di quanto abbiano fatto sino ad oggi in termini di qualità dei servizi e della relativa spesa corrente per sostenerli. I pessimi risultati rendicontati nel Mezzogiorno in materie come la sanità, il sociale, l’organizzazione scolastica, i trasporti pubblici locali e i servizi locali hanno fatto sì che anche ivi si cominciasse a decidere in tal senso con la grande voglia di misurarsi nell’esercizio della buona politica.
Ciò sta avvenendo a prescindere da chi – non tenendo conto di cosa voglia dire la Costituzione non attuata (artt. 117, c. 2, lett. m, e 119) e il federalismo fiscale fermo al palo (legge 42/2009 e decreti delegati, soprattutto il 68/2011) – è ricorso a spauracchi, definiti da ben noti costituzionalisti fake news (Roberto Bin in laCostituzione.info del 19 febbraio 2019) funzionali a dividere il Paese più di quanto possa fare il regionalismo differenziato. Ciò senza rendersi conto che se il Mezzogiorno dovesse rimanere così com’è, in balia della solita politica e delle vane promesse, si svuoterà dei suoi giovani, ridurrà la sua residua capacità attrattiva, si allontanerà sempre di più dall’Europa e sarà affollata da vecchi abbandonati a se stessi. Il tutto a fronte del resto del Paese che spingerà il piede sull’acceleratore della crescita e dell’attrazione delle risorse dei poveri ai quali garantire quanto non trovano dalle loro parti.
Che il federalismo asimmetrico non sia cosa da poco, lo sanno tutti dal 2001, allorquando è stato introdotto dal Governo di centrosinistra nella Costituzione, dunque anche quelli che oggi ne scrivono “peste e corna”.
Necessita stare attenti a come si realizzi, e non già perdere del tempo utile ad ostacolare un processo storico inarrestabile, oggi preteso da nove Regioni su quindici.
La battaglia va fatta perché si dia, preventivamente, completa attuazione alla Costituzione e ai suoi provvedimenti attuativi. Su tutto che venga applicato il federalismo fiscale, con a monte una perequazione al 100% che funzioni e a valle i costi e i fabbisogni standard, garanti dell’uniformità degli strumenti economico-finanziari necessari per assicurare livelli essenziali e funzioni fondamentali.
Ciò per evitare i temuti danni irreparabili alla parte del Paese più a secco dei diritti sociali (ma anche civili!).
Per fare ciò necessita la celere valorizzazione dei fabbisogni standard, posti a garanzia erogativa delle funzioni fondamentali degli enti locali (soprattutto i Comuni), e del binomio costi/fabbisogni standard (sino ad oggi neppure pensati), relativi ai livelli delle prestazioni essenziali concernenti i diritti sociali, primi fra tutti, la salute, l’assistenza sociale, la scuola e i trasporti pubblici locali.
Un regionalismo differenziato, sempre che abbia siffatte premesse, non deve spaventare alcuno. Semmai, costituirà una motivazione in più perché partiti e movimenti civici mettano in campo i migliori e non già i bidoni di sempre.

*docente Unical







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