«Gli sbarchi e gli sprechi, quelli veri»

di Maurizio Alfano*

Sbarchi e Spreco. Ecco, queste appaiono sempre più essere le parole del terzo millennio. Una eredita dal secolo scorso la concezione del non limite del capitalismo che vede nello sfruttamento delle risorse la sua unica fonte di sopravvivenza, l’altra dimostra invece la concezione amorale di respingere chi tenta di mettere in salvo la propria vita approdando sulle nostre coste, nei nostri cuori, nelle nostre vite.
Ecco, queste due parole SS (sbarchi e spreco) appaiono però essere diventate acronimi delle nefaste SS (Squadre di Salvaguardia naziste) atteso evidente nel nostro tempo essere la salvaguardia dei nostri valori, delle nostre coste, delle nostre risorse, del nostro amore patrio e non solo, del nostro egoismo, contrapposto ad una forma di amore universale che non ha confini, che non respinge, che non fa prigionieri. Tutto questo genera, produce comportamenti privi d’animo, inespressivi, a volte crudeli proprio come le azioni delle SS naziste.
Quasi metà della popolazione mondiale non ha un accesso garantito all’acqua, a quello che noi sprechiamo ogni giorno. Ce ne laviamo le mani della condizione altrui, sempre puliti a giudicare e condannare gli altri, mentre la nostra coscienza sporca brilla per indifferenza. Solo in Italia, si spreca oltre il 40 per cento di acqua, siamo in Europa quelli che presentano un prelievo giornaliero pro capite più alto pari ad oltre 160 metri cubi al giorno.
Milioni di persone muoiono ogni giorno di fame mentre noi sprechiamo 2,2 milioni di tonnellate solo in Italia di cibo pari ad oltre 8,5 miliardi di euro. Non parliamo di cibo scaduto, ma di alimenti che vanno dal carrello alla pattumiera senza passare dalla tavola. Un danno contro l’umanità, uno sfregio, uno squarcio profondo contro chi muore di stenti, di sete, di fame.
Centinaia di donne ogni anno nel nostro Paese vengono uccise, tantissime molestate, violentate, abusate, mortificate, umiliate, soggiogate. Uno spreco di amore, di umanità, di vite non degno di un Paese che si definisce democratico, cattolico, progressista. Ecco, progresso, questa parola a cosa ci ha portato, a ben guardare, se non a perpetrare in maniera altra le forme di un egoismo della natura umana più abiette, per cui sprecare implica affermare la propria supremazia nazionale, ovvero personale di un uomo su una donna? In questo cortocircuito si perdono dunque, si sprecano gesti d’amore, segnali dell’animo che ci giungono spesso per vie a noi sconosciute e che sono lì, che gridano accoglienza, che chiamano il nostro cuore sempre più spesso preso a fare il cervello, a razionalizzare ciò che non si può. Chi guarda con gli occhi del cuore non può che spezzare il pane e condividerlo, non può non farsi trovare con un bicchiere d’acqua all’occorrenza, non può insomma fare prigioniero il suo cuore poiché quando si sopprime ciò che per nostra natura siamo destinati a fare – riconoscersi negli altri – corriamo il rischio di diventare estranei al disagio altrui, all’amore altrui. Corriamo il rischio di diventare indifferenti alla vita altrui ed anziché aprirci e accogliere ciò che i battiti, gli impulsi del nostro cuore invocano, respingiamo, di contro, chi come i migranti tentano in nome dell’universalismo di sopravvivere al nostro egoismo che depreda le loro risorse, che muta il clima, che in una sola parola derubrica i migranti, come l’amore, ad una merce in scadenza, di cui si può fare a meno, ovvero che scade e che per questo può essere considerato scarto. A questi scarti umani, a questo spreco sono destinate discariche urbane dove vengono ammassate tutte quelle persone ritenute perdenti, siano essi migranti, siano essi persone prive di quel potere d’acquisto minimo che il nostro tempo impone, invoca, anche attraverso la formula dello spreco.
Quante occasioni d’amore perse, non riconosciute e per questo non amate come tali.

*Ricercatore e studioso dei fenomeni migratori







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