«Il “re è nudo” e il popolo è silente»

di Franco Scrima*

Muta a grandi passi il rapporto elettori-partiti. La politica sembra non essere più figlia delle idee, è come se avesse perduto il valore regolatore della società, lasciando la posta in gioco alla mercé del potere per il potere. Suscita ilarità pensare che si possa ancora parlare della politica come vocazione; più appropriato definirla un mestiere, un lavoro lautamente remunerato che può aprire scenari nuovi per sé, per le persone vicine e, forse, anche per gli amici.
Se qualcuno pensa che si possa ancora parlare di “filosofia politica”, si illude. Deve capire che è fuori strada: quella è conoscenza dei concetti e dei fondamentali della “polis” e, purtroppo, non è più di casa nel nostro sistema.
Sarebbe immaginabile un Salvini che si occupa della costruzione di teorie normative della società? E perché mai lo dovrebbe fare se a lui è sufficiente annunciare la chiusura dei porti per collazionare voti? Se riesce ad incantare l’elettorato solo indossando la giubba di una divisa militare o facendo selfie per strada, oppure attaccare in modo durissimo tutti coloro che la pensano diversamente da lui: dal magistrato che non ha recluso in un carcere di massima sicurezza Carola Rackete, la comandante della nave “Ong” che ha fatto sbarcare 40 emigranti a Lampedusa, per garantirsi risultati elettorali che gli consentono il dominio sul Paese? Cosa volete che gli possa interessare delle azioni socialmente e giuridicamente valide? L’ignoranza giuridica fatta emergere da ben ventuno docenti universitari di Diritto internazionale non è servita al ministro dell’Interno a farlo recedere dalle sue idee non già sull’autonomia della magistratura, ma dalla norma che vuole «Coloro che vengono soccorsi in mare vanno qualificati naufraghi ed hanno il diritto di essere sbarcati in un luogo sicuro, a prescindere dal fatto che abbiamo o meno l’intenzione di migrare». 
Così stando le cose, nulla si può alzare con il sole sul nostro Paese!
Non si parla di globalizzazione dei processi produttivi, della nuova incidenza dello Stato sull’economia, di come superare il gap tra Nord e Sud. Meglio procedere lungo la strada della politica marginale; dell’“autonomia differenziata” di tre regioni del Nord; di bloccare le navi che trasportano disperati strappandoli alla morte nel Mediterraneo.
Meglio interessarsi dei mercati che vogliono gestire sia le risorse che i conflitti.
Sembra essere proprio questo il nuovo rapporto tra società e politica con quest’ultima che a sua volta, fortemente condizionata dal potere economico, rimane prona al volere del capitale. Una condizione che è causa del sostanziale impoverimento ideologico del partiti e dunque del Paese, specie rispetto a come lo abbiamo conosciuto in passato.
I cosiddetti partiti di massa hanno lasciato il posto ai “partiti pigliatutto” favoriti anche dalla frammentazione ideologica che dà più importanza al leader piuttosto che alle filosofie sociali. Un sistema – come bene l’ha fotografato Adolini – che si chiama «populismo». Che altro non è se non l’apparato che ha portato al potere Salvini, un leader che ha il merito di sapere usare bene, comunque meglio di altri, il web trasformandolo in strumento per comunicare la sua politica. E null’altro!
Le campagne elettorali incentrate sui contenuti e sulle proposte rimangono un retaggio del passato; non ci sono più i contraddittori; non esiste il confronto se non quello a distanza. All’elettorato si fanno filtrare messaggi mirati, plasmati dall’interesse personale dei protagonisti e di chi sovvenziona le loro campagne elettorali. E a perderci continuano ad essere le aspettative della gente. Messaggi ben confezionati per incantare la platea, che nascondono, prosaicamente, gli accordi tra il mondo economico e “quello di mezzo” nella speranza di garantirsi il più a lungo possibile gli introiti per sé e le prebende per gli altri. Si dirà che questo dopotutto è il comune sentire ammantato di “democrazia”. Ma non è così. La parola democrazia etimologicamente significa “potere del popolo” e quello che “pulsa” nelle urne, invece, spesso ha poco o niente di democratico anzi, in alcuni casi, nasconde rigurgiti fascisti.
Oggi è più avvertibile perché è cambiato il modo di fare politica: da una sistema partecipato si è passati ad un altro a prevalenza pulviscolare e verticistico, improntato a modi drastici e non convenzionali. E il “caso” Salvini ne è la prova provata. Il segretario della Lega continua a mietere successi il più delle volte senza grandi meriti; è insuperabile nel fare la doppia parte: quella di chi sta al governo e quella di chi sta all’opposizione. Riesce a fare buon uso della comunicazione che diventa corresponsabile del mutare delle caratteristiche del fare. E questo può essere anche la chiave di lettura del perché la Lega continua ad essere votata nonostante non sia un movimento credibile. Una per tutte? Il progetto dei “mini bot” che si sarebbe voluto far adottare dagli italiani.  
Se il “merito” di tanto sfasciume è della Lega, il demerito è in capo agli elettori che gli danno credito dimostrando scarse capacità critiche, tanto da aver perso il gusto della lotta; se l’avessero mantenuto probabilmente avremmo oggi un Paese diverso. Gli italiani continuano a non chiedersi il perché di tanto piattume. Di occasioni per manifestare dissenso ce ne sono tante, ma continuano ad essere inosservate, probabilmente perché siamo tutti proni ad osannare i personaggi. Un esempio? La festa della Polizia di Stato, Salvini in tale occasione ha ricordato che il suo modello di governo era quello di Alcide De Gasperi; nessun italiano è insorto e non lo ha fatto neppure quando ha citato la celeberrima frase dello Statista: «Non bisogna guardare alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni». Tutti abbiamo dimostrato di essere distratti. Lo abbiamo applaudito dopo, quando se ne è “dimenticato” e ancora dopo, quando ha fatto il contrario di ciò che aveva detto.
Un comportamento, quello di Salvini, che ricorda due grandi politici del passato i quali ammonivano di stare attenti a chi, in politica, si professa “santo”. E, riferendosi al Partito nel quale militavano, hanno aggiunto che: «la raffinatezza della Democrazia Cristiana era nell’idea che la politica non si risolve in un programma di governo. E quelli che risolvono il problema prima, con gli elenchi delle cose da fare, barano. Le cose da fare si scelgono nel momento in cui si possono fare». Fu questa la grande lezione lasciata da Alcide De Gasperi e da Aldo Moro agli italiani. Ma, stiamo parlando di due Politici con la “P” maiuscola. Oggi nessuno di quelli che sono al Governo probabilmente ne ha mai sentito parlare.
Dove va intanto il Paese? La realtà si fa sempre più difficile ovunque, ma soprattutto al Sud dove l’aria che si respira è avvelenata e priva di anticorpi. Una realtà che ci porta alla memoria la storia del “re nudo”. Eccola: Un giorno si presentarono alla sua corte – scrisse Hans Christian Andersen – due impostori che si fecero passare per tessitori di stoffe belle e rare che rendevano invisibili, agli occhi degli uomini stupidi e incapaci, coloro che indossavano i loro abiti.
Il re venne “vestito” con le stoffe dei due millantatori e fatto sfilare per le strade. La gente lo applaudiva e “ammirava” gli abiti. Nessuno ammetteva che il re era, in realtà, nudo. Intelligenti pauca!
*giornalista





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