«Dissesti finanziari e sterili scaricabarile»

di Ettore Jorio*

In tanti, in troppi sono a discutere da tempo in Calabria di dissesti possibili e immaginabili, prevalentemente a causa di una riscossione media che non supera il 32,9% e il mancato incasso è nell’ordine del record nazionale del 43,2, con circa 250 Comuni in default conclamato. Di dissesti temuti dagli amministratori destinati verosimilmente a subirlo ovvero auspicati dai loro oppositori. Di dichiarazione di dissesto che preoccupano, infine, i precedenti gestori in riferimento a quanto di negativo lasciato in eredità ai successori, spesso colpevolmente non chiarito né nelle relazioni di fine mandato e né tampoco rilevato in quelle di inizio.

SI RICORRE AD ASSURDE RECIPROCHE TUTELE
Una brutta abitudine, quella di non privilegiare la verità all’esordio di una sindacatura, nella logica della tutela della reciprocità fondata sul principio che essere «non criticamente aggressivi» con i predecessori «obbligherà» chi verrà dopo a fare altrettanto.
A fronte di questo è divenuto, comunque, molto frequente il ricorso a difese più o meno estenuanti dei sindaci in carica intese ad evitare le dichiarazioni di dissesto (come se fosse chissà quale vergogna!) che – è bene ricordare – sono atti dovuti, tanto da prevedere all’art. 247 del Tuel l’ipotesi omissiva, ampiamente sanzionata nei diversi ambiti repressivi.

SI CONFONDE L’OBBLIGO CON IL FACOLTATIVO
Al riguardo, si profilano – in presenza di difficoltà reali ad assolvere le funzioni fondamentali e a garantire servizi indispensabili nonché di impossibilità ad adempiere agli obblighi contrattuali di pagamento – delle scelte che tali non sono, dal momento che coincidono con un preciso e ineludibile dovere istituzionale. Ciò in quanto l’intervenuta verifica dell’esistenza delle anzidette precarie condizioni oggettive comporta, nell’interesse non comprimibile dei cittadini, l’obbligo di dichiarazione di dissesto e la sottoposizione del comune interessato alle sue naturali conseguenze.

SI SOTTOVALUTANO I RISCHI
Un atto doveroso, quello preteso dall’art. 244 del d.lgs. 267/2000, che – oltre a generare le sanzioni dettate dal Tuel nell’ipotesi di omissione di dichiarazione di dissesto – potrebbe comportare, nel caso di inadempiuto invito della Corte dei conti, che ne ha sancito la conclamata esistenza delle condizioni giuridico-economiche, l’obbligo di formalizzarlo nel termine di 20 giorni. Un termine perentorio, decorrente dalla ultima notifica fatta ai singoli consiglieri, da rispettare con la previsione che, in suo difetto, potrebbe determinare lo scioglimento del Consiglio comunale, a cura del Prefetto. Non solo. Potrebbe sanzionare il sindaco & Co. con l’incandidabilità ad altre cariche elettive, a conclusione di apposito procedimento giurisdizionale avanti il giudice contabile promosso dalla rispettiva Procura allorquando vengano provati dolo o colpa degli amministratori nella determinazione delle cause determinanti il default.
Dunque, nel caso di specie si rilevano penalty di peso variabile, quanto a conseguenze dirette del dissesto, e mutevoli sulla base degli oneri che cadranno sui reali destinatari, irrimediabilmente costretti a subirli. I cittadini saranno, infatti, obbligati a patire una sorta di decadentismo sociale, inteso come peggioramento della qualità dei servizi contrapposto (ed è qui che è la beffa!) ad un incremento del prelievo tributario e tariffario.

LE CONSEGUENZE NON ALTRIMENTI EVITABILI
Anche i creditori pagheranno care le conseguenze della dichiarazione del dissesto, simili a quelle patibili nelle procedure fallimentari. Invero, saranno costretti a sopportare il congelamento degli interessi moratori e delle rivalutazioni delle loro poste creditorie, il blocco della prosecuzione delle azioni esecutive intraprese (ma non quelle ordinarie accertative del credito vantato) nonché la eccessiva abituale lentezza della verifica dei loro crediti da parte dell’organo straordinario di liquidazione e il consequenziale loro soddisfo in misura percentualistica.
Un altro ceto potenzialmente succube della dichiarazione di dissesto è rappresentato dai dipendenti comunali che, soltanto però nella oramai inimmaginabile situazione di ritrovarsi in posizione soprannumeraria, potrebbero essere messi in mobilità secondo parametri predefiniti.

IL NATURALE COSTO DI UNA POLITICA SCELLERATA
A ben vedere, situazioni diversificatamente negative che, certamente, non fanno affatto bene alla politica che è costretta a perfezionare il dissesto più di quanto di quella che ne ha materialmente generato le cause nelle corso delle gestioni spesso più remote. Il tutto, con l’amara ma verosimile conseguenza che a pagare politicamente sarà l’obbligato a formalizzare il default piuttosto che gli autentici autori del disastro, solo perché «rispettoso» all’atto dell’assunzione della carica dell’anzidetto ingannevole principio delle «tutele reciproche».
Concludendo, ben venga, da oggi in avanti, la necessaria rivalutazione delle relazioni di inizio mandato, nel senso che fotografino ogni verità, prescindendo se premianti o meno del passato prossimo.
*docente Unical







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