«Il “necrologio” dello Svimez e la politica distratta»

di Ettore Jorio*

Con 21 slide il Sud è caduto nella depressione più profonda. Ciò perché a cittadini e decisori sociali è stato ricordato quanto, purtroppo, sanno da tempo e che sta condizionando la vita delle famiglie, oramai allo stremo di componenti familiari e di quell’economia indispensabile per vivere.
È veramente melanconico leggere ogni anno gli esiti del rapporto Svimez sulle condizioni drammatiche del Sud.
Le sensazioni che suscita sono sempre le stesse con un Mezzogiorno che progressivamente degrada e che gradualmente si svuota di abitanti, prevalentemente giovani. Tra questi, un terzo in possesso di laurea, a riprova che le famiglie e le università del sud investono inutilmente. Ciò perché, poi, sono costretti a svendere in favore del nord il loro prodotto intellettuale, che è corrispondente ai giovani attrezzati di un ottimo background conoscitivo.
Le considerazioni che una siffatta rendicontazione annua suscita in chi ne prende seriamente atto sono di due tipi.

BASTA CON GLI INUTILI RITUALI
La prima riguarda il ruolo della Svimez. L’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, istituita nel 1946, per promuovere statutariamente «lo studio delle condizioni economiche del Mezzogiorno d’Italia, al fine di proporre concreti programmi di azione e di opere intesi a creare e a sviluppare le attività industriali». Di conseguenza, le 21 slide costituiscono, in linea con quanto rappresentato ogni anno, una chiara confessione di avere, quantomeno, disatteso il proprio ruolo istituzionale, nel senso di non avere elaborato alcuna proposta seria per rimediare all’agonia meridionale.
Ed è qui che nasce il primo dubbio, che riguarda l’utilità o meno che essa stessa ha rivestito e riveste nel panorama della crescita reale. A rileggere le relazioni annuali messe in rapporto con il vissuto della gente del sud si comprende che il ruolo svolto dalla Svimez risulta più quello di redigere annualmente una sorta di progressivo necrologio del Mezzogiorno piuttosto che esercitare il ruolo di proposta concreta per il suo sviluppo. Esso, infatti, rappresenta, a fronte di un costo pubblico che sarebbe bene analizzare in relazione al prodotto reso, una istituzione che tradisce la sua mission propositiva per limitarsi a registrare i risultati in peggioramento assoluto, anche per l’assenza di quei progetti/proposte che costituirebbero il suo core business. Ogni slide è di fatto un invito a chi rimane ad andare via, a lanciare qui tutto e tutti. Nulla di più.
La Svimez, considerati i risultati meramente «letterari» prodotti negli ultimi dieci anni, è finanziata per deprimere e non per realizzare crescita, quantomeno per proporla e non genericamente così come è abituata a fare. Mai una proposta degna di questo nome se non sollecitazioni generali, generiche ed evanescenti, rendicontative per progressivo decadentismo.
Constatare i dati attuali di crisi del Mezzogiorno, significa esercitare un compito già svolto. E’ da tempo, infatti, opera dei nonni che si trovano più ricchi dei figli e dei nipoti, che proprio per questo vanno via, desertificando famiglie e comunità regionali.
Non si può, e se lo si spera è grave, pretendere di conquistare l’attenzione finanziata dal pubblico mettendo insieme dei dati statistici che chiunque potrebbe fare. Con 21 slide in tutto!

PEGGIO LA POLITICA!
L’altra considerazione riguarda la reazione della politica a seguito della pubblicazione dei ripetuti report annuali. Appare sgomenta, frastornata, quasi all’insegna dell'”ohibò”, proprio di chi si trova di fronte a qualcosa di negativo sino a quel tempo illustre sconosciuto! Con questo dimostra la sua inadeguatezza, la sua incoscienza nel lavorare da tempo, come avrebbe di contro dovuto, nell’interesse dei rappresentati: il Meridione e i meridionali. Quanto fotografato dalla Svimez è, infatti, semplicemente corrispondente a quanto è consolidato da decenni nella conoscenza di tutti coloro ne sopportano gli effetti, generativi della peggiore malinconia.

PROPORRE E PROGETTARE COME NON MAI
A fronte di tutto, questo cosa fare? La soluzione sarebbe l’elaborazione, il più possibile condivisa sino a capitalizzare su di esso un accordo unanime, di un grande progetto politico-istituzionale per il Rinascimento del Mezzogiorno, tale da imporlo a protagonista del Rinascimento del Paese. Quel programma oggi offuscato dalla (mal)politica che, illogicamente, si scandalizza per ciò che tutti sanno da sempre (rapporto Svimez) e disperde il suo «fiato» per litigare e dividere la nazione, più di quanto lo sia, piuttosto che generare un nuovo afflato nel Paese.
Il problema è quello di rintracciare la ricetta utile a riportare l’azione politica a ragione essenziale per la crescita del sud Italia.
Essa potrebbe cominciare dalla Calabria tenuta ad assumere – al di là della necessità che la stessa ha di opporsi alle divisioni strutturali rese possibili da un regionalismo differenziato attuato malamente anche attraverso una forte richiesta autonomistica rivendicatrice della specialità regionale del tipo quella che caratterizza la Sicilia & Co: una proposta forte a questo riguardo. L’occasione è offerta dalla prossima campagna elettorale nella quale a distinguersi saranno chi lavora in tal senso e chi invece dirà e prometterà le stesse cose di sempre.

UN CONTENUTO INNOVATIVO, MA PRATICABILE ED ESALTAZIONE DELLA DEMOCRAZIA
Come elaborare il progetto? Al di là dei grandi temi, per esempio della sanità da terzo mondo e del turismo che non c’è, nei confronti dei quali c’è chi si riproporrà a sedicente risolutore, il progetto “rinascimentale” dovrà essere la somma di quelli di area vasta. Non già solo di quella utile ad amministrare meglio gli enti locali, bensì quell’entità geografica che la politica che si propone ha il dovere di individuare con il concorso dei soggetti operanti nei comuni interessati. Il modo perché i progetti di area vasta diventino gli addendi di una addizione condivisa e coordinata a che si traduca in una somma equivalente al progetto del successo reale della Calabria.
Cercansi, quindi:
chi vedrà lontano attraverso la redazione di un progetto funzionale a fare guadagnare alla Calabria il ruolo guida di un percorso politico unitario in un processo rivendicativo della crescita, magari utilizzando anche la forza trainante della Zes verosimilmente da estendere a tutto il territorio regionale;
una comunità regionale che, correttamente coinvolta in sede progettuale, comincerà ad individuare e premiare, ad esito positivo del percorso conoscere per decidere, un giovane che avrà capacità di conoscere per deliberare. Non solo. Chi avrà nelle proprie corde il sogno che tutti hanno di vedere la propria regione pronta ad affrontare la sfida che non ha mai intrapreso. Il tutto, non mettendo da parte quella creatività e quell’entusiasmo indispensabili per realizzare concretamente quanto oramai irrinunciabile.

*docente Unical







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