«Una favola per il Rinascimento calabrese»

di Ettore Jorio*

Se fai parte di quei calabresi che condividono la Calabria di oggi oppure, viceversa, di quelli che non si arrabbiano a sentirla descrivere come essa è divenuta faresti bene a non continuare a leggere.

Il rimedio improprio
Se non è così, faresti bene a telefonare a Gino. Giusto per arrabbiarti con qualcuno che ti stia a sentire, a prescindere.
Chi è Gino? Per alcuni è solo un amico ipotetico, al quale ciascuno gli attribuisce il nome che vuole. Per altri molto di meno di un amico, ma rappresenta il più comodo riferimento umano che rintracciano nella loro quotidianità.
Gino è, comunque, colui al quale ciascuno di noi si rivolge per evitare di azzuffarsi con se stesso allo specchio e di mettersi a piangere di disperazione.
Gino è un po’ un destinatario virtuale. È un po’ quello che Cocciante definisce come l’amico che ti bussa di notte, disposto a prendersi anche le botte, senza sapere il perché.
Tutto questo ha rappresentato sino ad oggi l’alternativa a volere coraggiosamente approfondire la conoscenza della Calabria. Ad arrabbiarsi perché essa è stata privata di ogni ricchezza, persino dei suoi giovani, che scelgono di vivere ovunque, tranne che nella loro terra. Una terra predata anche dell’onore della sua storia, perché ivi si vilipende ogni diritto elementare.

La fantasia è cosa buona se si trasforma in speranza
Quindi, volendo cambiare qualità della vita e recuperare la dignità che è fuggita via, mettiamo da parte Gino e proviamo a scrivere una specie di favola per adulti che devono leggere soprattutto i giovani, perché non facciano gli errori dei loro padri e dei loro nonni.
Il titolo, “Disperatamente in paradiso”. Perché serve a dissacrare la comune considerazione che “sarebbe stato meglio non nascere”, o meglio non farlo in questa regione, bensì in un’altra qualsiasi.
Io non ci sto. Così come molti miei corregionali e tanti che vivono anche nelle altre regioni del Sud, afflitte (quasi) dagli stessi problemi, senza soluzioni.
Proprio per questo, siccome fino ad oggi non mi andava di mettere da parte i miei diritti, ho sempre chiamato Gino per disperarmi con qualcuno che stesse a sentire le mie imprecazioni. Ho fatto pure altro, ma è servito a poco, se non a mettermi d’accordo con la mia coscienza.
Lo so, il titolo potrebbe essere da taluno considerato quasi l’invito a versare un acconto del proprio necrologio.
È l’esatto contrario. Vuole essere lo stimolo a lottare per il cambiamento e non già a sopportare la vita così com’è. Oppressi dall’ingiustizia, dal malaffare, dal doversi mettere in vendita perché c’è sempre qualcuno disposto a comprare, magari promettendo il lavoro a chi non ce l’ha, da una politica ignobile esercitata per lo più da affaristi, divenuti i “protagonisti” della vergogna.
Una quasi favola pensata, dunque, nell’ottica di una soluzione da scrivere e, quindi, da leggere, per dare la spinta alle giuste rivendicazioni che la Calabria degli onesti urla in un silenzio, ahinoi, fino ad oggi troppo colpevole.
Una favola per festeggiare tutti insieme – è il mio augurio nonostante impaurito per un campagna elettorale che si presume piena di urla e senza ragionamenti – l’ultimo Ferragosto dell’epoca delle pesanti sconfitte sociali e per celebrare l’inizio del Rinascimento calabrese, quello che farà perdere significato all’uso dell’effetto annuncio, cui hanno fatto sempre ricorso i responsabili politici del fallimento, in cambio di quello del risultato.

La favola
Siamo nel marzo del 2020. Si è insediato un nuovo governatore, un soggetto politico che i calabresi, tornati tutti al voto, hanno scelto senza che promettesse nulla ad alcuno. Un Presidente di Regione che ha optato per una giunta finalmente espressione delle migliori competenze e per una dirigenza messa ai punti giusti, esaltando la più obiettiva meritocrazia.
Insomma, una Regione che non è più il solito pacchiano reame, pieno di nani e ballerine messi lì a recitare ruoli decisivi, bensì una piccola repubblica del merito votata ad elaborare un prodotto legislativo e di programma di qualità. Di quello che le necessita per risorgere dalle ceneri, cui è stata condotta in decenni dalla incompetenza e dai latrocini diffusi.
Una istituzione proiettata nel pretendere ciò che spetta ai calabresi e a lottare perché gli stessi abbiano in godimento i diritti fondamentali, sanità in testa.
Tutto questo è arrivato dopo una competizione elettorale nella quale:
– da una parte, erano schierati i soliti incapaci farabutti truccati e travestiti, per l’occasione, da persone perbene e i nuovi che tali non lo erano affatto per essere stati già «complici» dei vecchi;
– dall’altra, chi ha vinto perché si è proposto così com’é, senza lanciare anatemi e andando sul concreto.
Non solo. Perché ha trascurato di fare l’altrettanto solito lunghissimo inventario di ciò che non va – tante sono le cose da maledire da tempo – e ha proposto la ricetta per guarire, non semplice ma realistica. Pochi punti senza ricorrere ai miracoli, lasciati – ove mai – alla competenza per materia di San Francesco di Paola.
Finalmente, un primo cittadino delle Calabrie, così bravo e culturalmente attrezzato da sembrare appena uscito da una trasmissione di Piero Angela, divenuto tale perché ha saputo ascoltare i calabresi, rendersi interprete fedele dei loro fabbisogni ed elaborare un progetto realizzabile.
In definitiva, un decisore pubblico che privilegerà prioritariamente il lavoro/lavoro/lavoro, la sanità, l’assistenza agli anziani e i deboli, l’ambiente e dunque lo smaltimento dei rifiuti, l’accoglimento e le facilitazioni per l’impresa a cominciare dalla Zes nonché i trasporti locali e l’agricoltura.

Un finale indesiderato
Drin, drin… ecco è la sveglia maledetta. Non era una favola, ma un sogno andato via. È tornato l’incubo! Con i vecchi e semi nuovi in campo e le novità autentiche ad attendere non si comprende cosa (si spera per molto poco)!
*Docente Unical







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