«La Corte dei conti avrà un gran lavoro da fare»

di Ettore Jorio*

Certo che la Sezione regionale di controllo calabrese della Corte dei conti avrà un bel da farsi a seguito delle conclusioni cui è pervenuta la Sezione delle Autonomie con la delibera 23/2019, che ha puntato il suo mirino su diversi importanti comuni (11) e su quattro delle cinque province.
Il massimo organismo di coordinamento della finanza pubblica territoriale ha pesantemente stigmatizzato i comportamenti dei Comuni sopra i 15 mila abitanti e delle Province, sull’esercizio 2017, in materia dei controlli interni. Con questo, ha assegnato a ciascuno l’entità del rischio di controllo, intendendo per tale il valore del dubbio sulla capacità degli enti di «prevenire, individuare e correggere le irregolarità gestionali e gli errori più significativi».
A dire il vero, i Comuni calabresi sono andati peggio degli altri «conquistando» posti nella parte più bassa della classifica. Ciò in quanto, al di là del comune di Taurianova considerato a rischio medio-basso, nell’elenco dei peggiori troviamo diciassette (17) Comuni e quattro province, di cui: sei (ivi compresa una provincia) a rischio medio; sette (ivi compresa una provincia) a rischio medio alto; otto (ivi compresi due province e la città metropolitana di Reggio Calabria) a rischio alto.
Questa è l’analisi di quegli enti locali calabresi (comuni ultra 15 mila abitanti e province) che, sul piano dell’impegno e nel rispetto dei termini temporali, hanno comunque adempiuto a trasmettere i dati pretesi dal legislatore. Alto anche il numero degli inottemperanti, ovverosia di quei Comuni e province che non sono stati analizzati perché non hanno fornito alcuna notizia e nei confronti dei quali saranno applicate le sanzioni pecuniarie relative. Non hanno trasmesso alcunché i comuni di Corigliano e Rossano, fusi dal marzo 2018, probabilmente per disattenzione del commissario. Altrettanto hanno fatto la provincia di Vibo Valentia in dissesto dal 2013 e il comune di Rende, che ha optato nel 2013 per il predissesto per decisione di una forse improvvida gestione commissariale, cui ha fatto seguito una conduzione ordinaria oggi risultata inadempiente agli obblighi previsti in materia di invio dei questionari dal Tuel.
L’esito dell’indagine del Magistrato contabile scandisce una mappa che invero dovrebbe preoccupare l’intero Paese. Ciò in quanto su 820 enti locali adempienti all’invio, sono risultati, quanto a risultato di merito: 153 a rischio basso; 182 a rischio medio-basso; 176 a rischio medio; 221 a rischio medio-alto; 88, infine, a rischio alto. Quanto ai restanti 28 enti locali, tra i quali la provincia di Udine e gli anzidetti comuni calabresi, quattro comuni hanno prodotto la documentazione in sensibile ritardo mentre gli altri non vi hanno neppure pensato anche fuori tempo massimo.
Un risultato, quello cui è pervenuto la Sezione delle Autonomie, che impone l’obbligo alla politica di rivedere la metodologia implementata con il dl 174/2012 (quella che ha introdotto il predissesto), soprattutto in relazione agli obblighi di verifica ordinaria del sistema autonomistico, non solo locale. Troppe le elusioni che facilitano la mancata lettura della condizione veritiera dei bilanci degli enti locali, al lordo delle loro partecipate che – così come accade con quelle risalenti alle Regioni – sono spesso lasciate libere di fare e disfare impunemente anche l’impensabile.
La riforma del 2012, tra le tante provvisorietà che ha determinato, poggiava la sua ratio sull’aspettativa di rendere collaborativo il funzionamento dei controlli interni con la valutazione di merito afferente alla sana gestione cui la Pubblica amministrazione deve ineludibilmente attenersi. Un fine di significativo spessore, atteso che ambiva a rilevare, valutare e, se del caso, correggere tempestivamente le attività negativamente valutate. Il tutto, con buona pace per l’equilibrio economico della Repubblica e la sostenibilità del debito pubblico in ottemperanza all’obbligo di concorso degli enti territoriali all’osservanza dei vincoli economico-finanziari derivanti dall’Ue.
Peccato a non esserci riusciti. Da una parte, per inefficienza degli strumenti di rilevazione, che hanno dimostrato un gap di campionamento, e per la sottovalutazione dell’adempimento da parte degli obbligati, persino inadempienti nella corretta redazione delle relazioni di inizio e fine mandato. Dall’altra, per l’assenza di significative sanzioni che fossero dissuasive nei confronti di chi non ama rendere conto, comunque, del proprio operato alla collettività di riferimento.
*Docente Unical







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