«Villella, se la giustizia non assolve la storia condanna»

di Romano Pitaro*

L’ipse dixit della Corte di Cassazione sulla vexata quaestio di Peppino Villella, dice che nessuno può più, dopo la solenne sua sentenza, dubitare che il cranio di Villella non stia bene dove sta.
Non in un cimitero, dove credevamo andassero cristianamente adagiati i resti di un corpo umano, ma nel museo Cesare Lombroso di Torino. Quel cranio deve rimanere lì, in una teca: forever! A testimoniare gli errori della scienza, o più semplicemente le fake news di un medico imbroglione. Villella, reo di essere stato in vita un calabrese sprovveduto finito in carcere, e da morto (Pavia 1864) il disumano espediente cui fece ricorso Cesare Lombroso per suggellare, asserendo di aver scovato proprio in quel cranio la fossetta occipitale mediana, le sue scempiaggini sul “delinquente nato”, non ha più speranza di giacere in una tomba sotto il cielo del suo borgo.
Naturalmente non è la prima volta che le ragioni del diritto contrastano con quella della storia, della politica, delle vicende umane. Se si leggessero le sentenze sulla gran parte di processi riguardanti le lotte contadine nel Mezzogiorno dal ’43 al ’53, si trarrebbe l’incredibile conclusione che i delinquenti erano i contadini non i latifondisti o chi sparava per loro. Tuttavia è altrettanto indiscutibile, come la decisione della Cassazione, che – citando lo storico Paolo Cinanni – se la giustizia (come in questo caso) non condanna un’operazione che simboleggia nei suoi tratti essenziali la persistenza di un pregiudizio antimeridionale che va avanti dall’Unità d’Italia e che evidentemente non si intende rimuovere, la storia non può assolvere «né l’usurpatore né il suo paladino». Nessuno crede che la Corte di Cassazione, per negare la sepoltura di Villella (confermando la sentenza d’appello della Corte d’Assise di Catanzaro che aveva ribaltato la decisione di mandare sottoterra il cranio emessa dal tribunale di Lamezia Terme) abbia subito condizionamenti. Ma alcuni interrogativi meriterebbero di essere meglio ponderati e di trovare risposte convincenti. Villella, l’ha deciso la Cassazione una volta per tutte, resta nella teca, ma perché deve restare in quel carcere chiamato museo un sottoproletario calabrese colpevole d’essere nato in un’epoca in cui l’esordiente Italia gettava in carcere (o fucilava) briganti e mortidifame del Sud e nel cui cranio, quando Villella morì, Lombroso, le cui teorie sono state maciullate dalla scienza universale, disse di aver scovato la prova per le sue farneticazioni? Non è forse vero che l’esposizione di quel cranio umano nel museo viola ogni norma giuridica, etica e religiosa? Viola prima di tutto le norme che impongono che il cranio di una persona debba essere seppellito. Viola la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo approvata nel 1948, che esige il rispetto dell’uomo e dei suoi resti mortali. Va contro i dettami biblici e quelli della cultura greca che ha animato l’Occidente. Antigone, nella tragedia di Sofocle, si fa murare viva perché viola la tremenda legge di Tebe che condanna i corpi dei traditori a putrefarsi senza sepoltura al di fuori delle mura. Così,per seppellire il fratello Polinice, e contro il volere di Creonte, lo zio tiranno, Antigone dà con le sue mani sepoltura a quel corpo. E la Bibbia? Espressamente chiarisce – nel secondo libro di Samuele, quando Davide recupera i corpi di Saul e dei suoi figli morti nella battaglia contro i Filistei per seppellirli – “che essere privati della sepoltura è una maledizione di Dio” e che, quindi, la sepoltura si concede anche ai criminali dopo l’esecuzione della pena capitale. Ma c’è una norma vincolante per ebrei e cristiani: precisamente i versetti 22/23 del Deuteronomio (ossia il quinto libro che sigilla il Pentateuco, i cinque libri venerati dalla tradizione giudaica e cristiana). Si tratta del libro che contiene alcuni discorsi di Mosè ed al cui interno vi sono le leggi che debbono reggere Israele pena la reazione (durissima, se si pensa alla poca duttilità del Dio dell’antico Testamento) e che nella parte indicata asserisce: “Quando un uomo ha commesso un peccato che merita la morte e tu l’ha appeso a un albero, il suo cadavere non dovrà rimanere appeso tutta la notte all’albero. Lo devi seppellire in quello stesso giorno, perché appeso è una maledizione di Dio e tu non devi contaminare la terra che il Signore tuo Dio ti ha dato in eredità”. Non basta tutto ciò per dare pace al fantasma di Villella? A me pare di sì. Ma “natura non facit saltus”, figurarsi la storia. Ecco perché affidare ad un organo di giustizia, quando si è in presenza di un Paese ebbro di sciocchezze, con la testa schiacciata nei canali informatici, finito nella morsa di uno stucchevole psicodramma politico che evidenzia, specie al Sud, l’assenza di quell’energia culturale e politica necessaria per ridare contenuti e idee a un meridionalismo intelligente, la vicenda Villella, non appendice marginale e irrilevante ma espressione organica sebbene sacrificata e mortificata dell’irrisolta questione meridionale, è stato un errore.
*giornalista







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