«Simboli religiosi e abuso dei clan»

di Domenico Marino*

In Calabria la commistione fra ’ndrangheta e religiosità popolare è un fatto acclarato e ben radicato negli anni. La leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso, capostitipi e fondatori di Mafia, ‘ndrangheta e Camorra, che, secondo quanto narrato, «si fecero il segno della croce votandosi uno a Gesù Cristo, che dall’alto dei cieli crea e disfa, l’altro a San Michele Arcangelo, che con lo spadino in mano e la bilancia decide la giustezza e l’ingiustizia e il terzo a San Pietro, che tiene le chiavi per aprire tutte le porte» altro non è che un tentativo di associare la dimensione divina alle (illecite) attività umane.
I riti di affiliazione con i giuramenti ai Santi, le processioni con gli inchini, le statue dei Santi e della Madonna portate a spalla dagli aderenti all’onorata società sono delle fenomenologie ben conosciute nelle nostre terre e, purtroppo, ancora molto radicate, tanto che, pochi giorni fa, a Cosoleto si è dovuta sospendere la processione perché i portatori del santo erano in gran parte pregiudicati.
Del resto è anche ormai storia che i pizzini di Provenzano contenevano sempre l’invocazione: «con il volere di Dio voglio essere un servitore», che Nitto Santapaola si fece costruire un altare e una cappella nella sua villa e che Pietro Aglieri durante la latitanza faceva venire sempre un frate per poter ascoltare la messa.
Le affermazioni del gesuita padre Bartolomeo Sorge e del senatore Morra sull’abuso dei simboli religiosi sono fondate e non credo, quindi, che sia offensivo per i calabresi associare l’abuso di simboli religiosi alla ‘ndrangheta, perché quest’organizzazione come evidenziato sopra, ha sempre fatto dell’abuso dei simboli religiosi uno degli strumenti di affiliazione e di proselitismo.
Il «sacrilegio consiste, per la maggior parte delle religioni, nello scostarsi dalle forme e dalle formule prescritte per il rito, o nell’utilizzare per il culto elementi impuri». E, pertanto, qualsiasi utilizzo di simboli religiosi al di fuori e per fini diversi da quello strettamente religioso è un sacrilego, come giustamente ci ricordano il padre gesuita Antonio Spadaro e il Vescovo di Locri monsignor Oliva.
Può, anche, essere utile fare un po’ di memoria storica a proposito di abuso di simboli religiosi e ricordare che “Gott mitt uns” (Dio è con noi) è il motto che le SS naziste avevano stampato sulla fibbia e che “Allah Akbar” (Dio è grande) è l’invocazione che gridano i terroristi islamici prima di immolarsi.
Il politico cattolico, secondo l’insegnamento del grande maestro Giuseppe Lazzati, non è colui che ostenta simboli religiosi o che bacia rosari e crocefissi, ma colui che cerca ogni giorno di costruire la citta dell’uomo promuovendo la giustizia sociale, l’accoglienza del debole, la lotta alle diseguaglianze e il bene comune.
*docente Università Mediterranea di Reggio







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