«L’immenso iceberg sulla rotta del governo giallorosso»

di Ettore Jorio*

Il Paese è senza un governo. È in balia dell’oceano del debito pubblico, della mancata crescita e delle ideologie affondate da tempo.
La politica è naufraga ed è alla ricerca di quegli approdi che furono i partiti, divenuti oggi insiemi di correnti tenute appiccicate dal vinavil.
La politica oramai divenuta dei colori, così come le squadre di calcio, tenta di dare un governo giallo-rosso in sostituzione di quello giallo-verde arenatosi bruscamente. Ciò che meraviglia è la rotta.
L’armatore grillino mette a disposizione le proprie navi e nulla di più. Tuttavia non si pronuncia sul porto che costituisce la sua meta.
Il Pd cerca di mettere insieme l’equipaggio e i viveri da stipare nella cambusa, indicando cinque porti senza però tracciarne la rotta, ma soprattutto senza capire se gli stessi siano attrezzati a garantire un utile e facile approdo.
La sinistra lavora di esperienza e di ideali rivendicando i programmi che diano ragione ai ceti deboli. Insomma, in questi giorni si profila all’orizzonte il giusto meteo per partire.
Su tutto, comandante cercasi, in grado di rendersi garante della traversata che condurrà alla fine della legislatura.
Numerosi gli ok, così come sembra adeguato il nostromo e accettabili gli identikit che circolano del capitano della nave, certamente diverso da quell’altro capitano, prima troppo effervescente e oggi segnatamente depresso e pentito delle prepotenze esercitate, forse perché consigliato male dalla sua avvocato-consigliora.
Così come avveniva ad ogni partenza di una flotta, occorre tenere conto di ciò pensa lo stuolo di scommettitori, i bookmaker che puntano sull’esito, favorevole o meno, di ogni evento e, dunque, del “viaggio”.
Il diverso rapporto tra giocata e premio delle scommesse nasce dalla probabilità del successo, presunto sulla base delle qualità possedute dal protagonista.
Così come avviene in mare sulla nascita di un governo e sulla sua buona riuscita giocano le rotte, meglio i programmi e gli obiettivi.
Nei cinque punti posti dalla direzione del Pd, che finalmente assume un impegno decisivo alla unanimità, si leggono:
1. appartenenza leale all’Unione Europea;
2. pieno riconoscimento della democrazia rappresentativa, a partire dalla centralità del parlamento;
3. sviluppo basato sulla sostenibilità ambientale;
4. cambio nella gestione di flussi migratori, con pieno protagonismo dell’Europa;
5. svolta delle ricette economiche e sociali, in chiave redistributiva, che apra una stagione di investimenti.
Ottime le previsioni, adeguata l’istanza e centrati gli argomenti.
Ciò che meraviglia, in considerazione che uno degli alleati costituiva la parte maggioritaria del governo, appena andato in soffitta, è il non aver tenuto conto di uno dei problemi più importanti per il Paese: l’unità nazionale e l’uguaglianza sostanziale dei diritti fondamentali, da conseguire attraverso il regionalismo differenziato. Più precisamente, di cosa e come attuarlo e di quanto concedere a Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna relativamente alle pretese avanzate e condivise dal governo Gentiloni e negoziate da quello Conte.
Qui la traversata presenta delle difficoltà serie.
Un immenso iceberg da dribblare con indicazioni di rotte precise e un timoniere capace di evitare il disastro e assicurare il raggiungimento indenne del molo terminale.
La corretta applicazione del federalismo fiscale, con determinazione dei costi e fabbisogni standard e della perequazione per assicurare a tutti i livelli essenziali di prestazioni, è l’argomento utile nei confronti del quale, prima di fare un governo, va espresso dalle parti in trattativa il pollice alto ovvero verso. Ne va del Paese intero, della convivenza nazionale e del protagonismo nell’Unione Europea.
Non farlo significa correre il rischio di prendere in giro il Paese e soprattutto il Mezzogiorno.
Attuare male il federalismo asimmetrico significherebbe spaccare la nazione non solo in due, ma in tanti segmenti, assurdamente concorrenti e non già collaborativi, che correranno una gara tra poveri alla ricerca delle migliori mete, cui destinare l’emigrazione di massa che svuoterà progressivamente le regioni del Sud, con una Calabria destinata a morire.
*Docente Unical







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