«Non spariamo a zero sulla sanità calabrese»

di Vincenzo Mollace*

Puntuali come le prime piogge autunnali dopo la calura agostana, ineluttabili come le prime polemiche sugli arbitri di calcio, ormai da qualche anno verso la fine del mese di agosto, compaiono sui muri delle case lungo la statale 106 jonica (penso anche altrove) giganteschi manifesti che stimolano i cittadini, oggetto di presunti casi di malasanità, a rivolgersi al numero verde di una delle tante fantomatiche società di consulenza, per trovare ristoro ai danni subiti. La consulenza è solo apparentemente gratuita in quanto, accanto alle spese iniziali, la parcella finale è abbastanza salata.
Tale situazione, si inserisce all’interno di un contesto nazionale e regionale in cui il contenzioso per presunti casi di malasanità ha visto un incremento, nel corso dell’ultimo decennio, del 200%. Delle due l’una. La prima possibilità è che d’improvviso, la classe medica si sia imbrocchita non sapendo più riconoscere una bronchite da un raffreddore. Oppure, queste spinte volte a lucrare sull’ansia di risarcimento del cittadino, hanno fatto lievitare così tanto le liti contro la classe medica, da raggiungere in maniera totalmente immotivata questi assurdi livelli di contenzioso dove, a guadagnarci, c’è solo una parte (i cosiddetti consulenti), che hanno tutto l’interesse ad alimentare le richieste risarcitorie.
Occorre, in via preliminare, sottolineare come non debba esistere un atteggiamento di protezione corporativa verso questa situazione. E, conseguentemente, và ribadito come l’azione del medico debba essere improntata al massimo di trasparenza, professionalità e serietà procedurale. Avendo a che fare con beni primari quali la salute e la vita delle persone, è indispensabile che ci sia il massimo di qualità nella gestione del paziente e del suo trattamento. Ed è indiscutibile che errori grossolani, caratterizzati da superficialità o insipienza manifesta, debbano essere sanzionati al massimo livello.
Tuttavia, buona parte delle situazioni oggetto di contestazione e contenzioso, sono riferibili a carenze organizzative e strutturali nelle sedi ospedaliere ed extra-ospedaliere di cui la classe medica è parte in causa, certo, ma non rappresenta l’unica componente sanzionabile. Gli abusi degli anni d’oro in cui la Sanità era oggetto di saccheggio politico sistematico, hanno visto i medici compartecipi e, purtroppo, non certo spettatori di quel che accadeva. Inoltre, anche nella fase attuale in cui ci sono stati operati tagli profondissimi sugli organici e sulle strutture sanitarie, che rappresentano spesso la causa principale del disservizio, hanno visto parimenti i medici totalmente tagliati fuori dalle politiche restrittive sulla Sanità senza saper opporre un diniego autorevole a tali iniziative fatte integralmente sulla loro pelle e su quella dei pazienti. 
È indiscutibile, infatti, che molti colleghi sono esposti quotidianamente a rischi per la propria e l’altrui incolumità determinati da condizioni di lavoro proibitive, senza mezzi adeguati d’intervento, in cui essi sono i soli ad accollarsi il rischio di iniziative in cui sono totalmente abbandonati al proprio destino, in cui l’errore è dietro l’angolo senza possibilità di appello. Eppure, esistono standard nazionali e regionali che dovrebbero determinare i livelli minimi organizzativi e strutturali per tenere in piedi le strutture sanitarie. E, parimenti, esistono linee guida che indicano in maniera inequivocabile su come orientarsi nella gestione delle diverse patologie.
Orbene, a fronte di questi elementi e di un significativo avanzamento delle conoscenze (i giovani medici appaiono più preparati e più pronti a fronteggiare le malattie grazie ai criteri di maggiore selezione con cui accedono alla professione), si assiste ad sistematico tiro al bersaglio che sottende, spesso, iniziative speculative. 
La risposta a tutto questo è un ricorso alla cosiddetta “medicina difensiva” in cui il bene primario da tutelare non è la salute del paziente, ma la messa in opera, principalmente, di procedure di salvaguardia rispetto al rischio di vedersi recapitare, nella migliore delle ipotesi, un avviso di garanzia per malasanità, con tanto di titoloni sui giornali ed attivazione di quella gogna mediatica che rovina vite e carriere.
In questo marasma, emerge prorompente il silenzio assordante degli Ordini dei Medici. Riteniamo, infatti, che il massimo ordine di rappresentanza, dovrebbe avere un ruolo attivo nella difesa della professione medica. Richiedendo serietà ed applicazione, per come insito nella valenza dei beni tutelati, nell’esercizio della professione. Ma anche nel denunciare le condizioni di disservizio in cui i colleghi sono chiamati ad operare, richiamando le Direzioni delle Aziende Sanitarie alle proprie responsabilità. 
Altrimenti, senza alcun prestigio, gli Ordini dei Medici saranno ridotti ad occuparsi, al massimo, di qualche evento celebrativo o della consegna di qualche medaglia alla carriera. Di questo passo, purtroppo, abbiamo l’impressione che col tempo si dovrà far ricorso alle medaglie alla memoria, come per quei reduci dalla Grande Guerra, visto che della nobile ars medica rischia di rimanere solo uno sbiadito ricordo. Beh, che dire, povero Ippocrate.
*Ordinario di Farmacologia e Farmacoterapia-Università “Magna Graecia” di Catanzaro







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