«Ecco come la riforma del 118 aiuterebbe la sanità»

di Ettore Jorio*

Le due Italie della salute – quella al di sopra del Lazio che garantisce ai propri residenti il diritto costituzionalmente protetto e quella appena al di sotto della Toscana che asseta di cure una collettività incolpevole di circa 30 milioni, nel senso di assicurarle un’assistenza minimamente accettabile – cominciano a dividere ulteriormente e definitivamente il Paese.
Non solo. La parte con le migliori performace drena alla peggiore qualche miliardo di euro in emigrazione della speranza.
L’ASSURDA CONTESA SU UN DIRITTO FONDAMENTALE Nell’Italia precaria, coincidente con un pezzo di territorio (con l’aggiunta di quello che va da Frosinone alla parte laziale della Maremma) che era identificato nella Carta dal Mezzogiorno, si sta consolidando il titolare imbarbarimento dei rapporti tra la società civile più debole e gli operatori della salute. Più esattamente, quelli della continuità assistenziale e della rete dell’emergenza vera e propria. Quindi, per gli operatori esercenti in questi ultimi servizi – veri eroi della resistenza ai danni provocati da una politica, da sempre insensibile alla cura della persona, perché impegnata a fare del welfare assistenziale uno strumento di clientela – oltre al danno la beffa, meglio i ceffoni e le minacce gravi alla loro incolumità psico-fisica. Una situazione non più accettabile, peraltro destinata ad ingigantirsi e a causare verosimilmente qualche morte sul lavoro – viste le facili tendenze omicidiarie che si contano in giro – alla quale, poi, qualcuno tra i più generosi riconoscerà alla memoria i grandi sacrifici sopportati da tali professionisti della salute a causa di una governance complessiva preposta al sistema perennemente incapace. Insomma, troppo esposti alle violenze gratuite di chi, esasperati dal mancato funzionamento del Ssn, fanno vittime tutti i giorni di addetti alla guardie mediche, dei servizi 118 e dei pronto soccorsi ospedalieri, oramai impauriti a recarsi al lavoro come se fossero in guerra.
Dunque, vi è l’esigenza di una radicale trasformazione di un siffatto importante e fondamentale segmento assistenziale per fare sì che venga garantita uniformità dei relativi livelli essenziali di assistenza emergenziale.
UNO SPIRAGLIO Interessante la mozione presentata l’8 ottobre scorso (il cui testo è rintracciabile in questa rivista in un articolo pubblicato il giorno successivo) da 15 senatori pentastellati intesa a sollecitare la riforma del sistema nazionale delle emergenze territoriali, meglio conosciuto con l’acronimo Set118, con una sensibile ricaduta positiva sull’organizzazione dei servizi di pronto soccorso ospedaliero.
I senatori Castellone + 14 «suggeriscono» l’attivazione di un modello organizzativo dipartimentale, funzionante sia su base provinciale che regionale, con l’istituzione dei rispettivi centri di responsabilità, finalizzato ad assicurare l’unitarietà e l’uniformità dei relativi processi assistenziali.
Il tutto, dotato di: 1) apposite piante organiche medico-infermieristiche, all’uopo dedicate e autonome, per i diversi sistemi 118; 2) centrali operative attrezzate di una avanzata tecnologia di geolocalizzazione del chiamante (della cui ineludibile esigenza ci si è accorti a seguito del recente decesso dell’escursionista francese sprovvisto della relativa «App»); 3) un accesso diretto al servizio attraverso il modello 112 cosiddetto «parallelo» e non già «sostitutivo» del numero di emergenza 118 e, dunque, opportunamente «aggiuntivo».
Per come tecnicamente congegnata, la proposta è apparsa da subito molto apprezzabile, ancorché un po’ intempestiva rispetto alla opportunità mancata dal M5S allorquando contava tanto nell’appena trascorsa maggioranza giallo-verde, quasi a lasciare supporre una maggiore fiducia nei confronti del nuovo ministro, Roberto Speranza, piuttosto di quello proprio che l’ha preceduto.
METTERE INSIEME LE IDEE E LE DENUNCE COSTITUISCE L’OTTIMALE Per meglio comprendere la portata dell’iniziativa rispetto all’entità dei problemi che si registrano ad oggi nella pratica quotidiana ho ritenuto acquisire sul tema l’opinione di un apprezzato tecnico della materia. Mi sono rivolto ad un dirigente medico di rilievo e impegnato in una delle più temute «frontiere», ovverosia il responsabile della centrale operativa 118 della provincia di Cosenza, la quinta del Paese per estensione territoriale, il dott. Riccardo Borselli. Un sistema provinciale dell’urgenza ed emergenza costretto ad operare su un territorio che si distingue per la sua difficile orografia e per il numero elevato di Comuni (150), dei quali oltre il 60% siti in una impervia zona montana, la cui popolazione è da oltre un decennio offesa da un commissariamento ad acta che non ha prodotto alcunché distruggendo persino quel poco che c’era di livello essenziale ospedaliero. Allo stesso ho posto tre domande precise.
Intravede nell’ipotesi tracciata dai senatori grillini le soluzioni ai mali che affliggono il sistema delle emergenze nel Paese che in Calabria diventano produttive del dramma vissuto dagli operatori soggetti quotidianamente ad ogni genere di vessazioni?
«Certamente il progetto dei 15 senatori grillini rappresenta una novità in assoluto nel panorama nazionale. Fa proprie le sollecitazioni che la Federazione Sis 118 (Società italiana sistemi 118) va manifestando da tempo. Troppi i casi di violenza esercitati nei confronti degli operatori che servono, con grandi difficoltà, la collettività nazionale allargata ai non residenti. In Calabria neanche a parlarne: medici, infermieri e autisti sono in trincea. Sono sottoposti a prepotenze e a pesanti minacce quotidiane, nonché ad aggressioni che mettono paura da parte di una società civile esasperata da un Ssr che non offre nulla, se non disservizi».
Secondo lei le Regioni e le due province autonome, che dovranno procedere ad attuare quanto proposto dalla Castelloni & Co., saranno capaci in breve tempo ad uniformare i 21 servizi Set 118?
«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Nella sanità c’è l’oceano. I 21 sistemi sanitari regionali/provinciali hanno tempi e modalità di intereventi diversi. E’ la cultura di base che ne distingue i risultati. Dalle nostre parti sarà difficile riuscire in breve tempo a fare ciò che altrove si realizzerà in un battibaleno, soprattutto grazie all’abituale apporto delle associazioni di volontariato che tuttavia ledono le garanzie che solo l’organizzazione stabilizzata assicurerebbe».
Lei che è da annoverare, a tutti gli effetti, tra gli eroi che operano in Calabria ove riescono a sopperire, ancorché in parte, alle mancanze strutturali di un sistema che (per rimanere all’oceano) fa acqua da tutte le parti, cosa potrebbe consigliare in termini di miglioramento alla mozione?
«La mozione è teoricamente ineccepibile, fatta eccezione per il difetto di trascurare le obiettive discriminanti. Non tiene conto che una gran parte del Paese è in piano di rientro e ed è quindi con risorse limitate. Il Set 118, specie quello del Mezzogiorno, ha bisogno di investimenti da destinare a nuovi mezzi e attrezzature più moderne, perché in regioni del tipo la Calabria è ridotto ai minimi termini. Ciò nonostante la tale Regione sia da tempo attrezzata – sin dal 28 giugno 2012 – di un decreto del Governatore (n. 94) che, di fatto, anticipava le soluzioni della mozione grillina, come al solito rimasto lettera morta».
A ben vedere, la tecnica applicata fornisce una fotografia reale delle realtà. Lo ha fatto benissimo il dottor Borselli.
La speranza è quella che la mozione Cinquestelle diventi legge dello Stato e che le Regioni facciano velocemente altrettanto ad approvare i loro provvedimenti di dettaglio. Valutando in ciò l’opzione di riportare o meno l’organizzazione provinciale ad un livello dipartimentale riunendo gli stessi ad un uno interdipartimentale, sempreché gli stessi vengano a godere delle utili risorse autonome.
*docente Università della Calabria







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