«Bilanci pubblici asserviti alla malapolitica»

di Ettore Jorio*

Si avvicinano le elezioni regionali. Pare di troppo, atteso che la data più probabile sembra essere quella del 15 dicembre.
Un coniglio uscito da un cilindro che, pare, essere quello del compromesso perfezionato tra gli avversari già pronti sulla partenza, per prendere di sorpresa i partiti che (oggi) non li sostengono. Ma soprattutto per convincerli ad appoggiarli all’ultimo minuto perché privi di alternative valide.
Ci saranno le elezioni, come al solito gli astenuti rappresenteranno la maggioranza assoluta, i programmi saranno tutti quanti uguali, pieni zeppi delle palle luccicanti, dei festoni e delle luci intermittenti dei migliori alberi di Natale. Quest’anno quasi coincidente con la competizione per governatore.
L’appuntamento è importante. Fondamentale è la rotta che i candidati ad esercitare il ruolo del Nocchiero dovranno assicurare alla nostra Regione per affrontare il lungo e difficile percorso che la dovrebbe portare al suo Rinascimento.
Per far sì che la rotta sia la più efficace, occorre essere attenti a fare però il «punto nave». A calcolare esattamente la posizione di partenza per tracciare il percorso ottimale, dribblando i «marosi» (rectius, i grandi problemi) che la separano dall’approdo.
UN GRAZIE AL GIUDICE CONTABILE A fare il «punto nave» ci ha pensato la Sezione regionale di controllo della Corte dei conti della Calabria nella parificazione del rendiconto generale della Regione per l’esercizio finanziario 2018.
A leggere le conclusioni della procuratrice regionale, dott.ssa Rossella Scerbo, e la relazione della referendaria, dottoressa Anna Dorigo, c’è da mettersi le mani nei capelli. Si comprende che c’è tanto da fare per ripristinare la legalità contabile e per riportare a regime i diritti dei calabresi, sino ad oggi così violati abitualmente da essere quasi estinti.
Dal giudizio di parifica tenutosi lo scorso 23 ottobre è emersa una situazione che a definire grave sarebbe da inguaribili generosi.
Prima tra tutti è stata evidenziata la criticità nel rapporto debiti/crediti esistente tra Regione/comuni. La Regione presume di avanzare ciò che i comuni non sanno di dovere! Di conseguenza, la Regione mantiene in bilancio crediti inesigibili per centinaia di milioni di euro e i comuni non rappresentano nei loro i relativi debiti per acqua e rifiuti. Non solo. A seguito delle verosimili sollecitazioni effettuate dalla Regione, alcuni comuni in predissesto hanno riconosciuto gli anzidetti debiti (peraltro, si badi bene, prescritti!) senza tuttavia accodare il relativo sopravvenuto debito ai piani di riequilibrio in itinere.
Insomma, il rapporto «d’ufficio» tra Regione ed enti locali viene realizzato all’insegna degli atteggiamenti tipici ammissibili tra i cosiddetti compagnoni e non tra le istituzioni della Repubblica tenute all’equilibrio dei bilanci e alla sostenibilità del debito pubblico.
Ecco quindi il disastro, contraddistinto:
– da una dichiarata inattendibilità dei dati («esistenza di numerosi profili di criticità nella gestione dei residui che appaiono meritevoli di attenzione per i possibili riflessi sugli equilibri di bilancio»);
– dalla non veridicità degli stessi («mancata corrispondenza tra le scritture contabili della Regione e quelle dei Comuni»);
– dalla trascuratezza verso le partecipate, tra l’altro, gravate da eccessive spese di personale («notevole incidenza percentuale dei costi del personale delle società partecipate e degli enti strumentali rispetto a quello della Giunta e del Consiglio»), ma anche in termini di «conciliazione dei crediti e debiti della Regione nei confronti delle proprie società partecipate».
E ancora, da una inefficiente amministrazione, con il conseguente determinarsi di un gigantesco contenzioso, stimato in 23 milioni al 2018 ma da valorizzare correttamente perché presumibile fonte di tanti milioni in più da riconoscere come debiti fuori bilancio, dal momento che la sua valutazione empirica «ha evidenziato approssimazioni e omissioni» (Corte conti, dixit).
Dai dati desumibili dagli elaborati prodotti dai magistrati contabili, emerge altresì un debito monstre della sanità verso i fornitori, di oltre un miliardo di euro. Un dato che si ha modo di ritenere superficialmente contabilizzato, specie in relazione alla assenza dei bilanci di periodo di due delle più importanti ASP calabresi, quelle di Reggio Calabria e di Cosenza.
DI CONTRO, SI FA MELINA E ANCHE MALE A fronte di tutto questo, piuttosto che una generale dichiarazione di scuse ai calabresi con una corretta «rotta» al seguito, ecco una dichiarazione del presidente Oliverio che preoccupa ogni attento spettatore.
Il governatore, infatti, si confessa avanti le telecamere ammettendo gravi responsabilità contabili e politiche. Lo fa supponendo di difendere il suo operato sottolineando che i 94 milioni di crediti inesigibili – a fronte dei quali la Corte dei conti chiede di rimpinguare di un pari importo il Fondo crediti di dubbia esigibilità – appartengono all’antiquariato dei conti regionali (1981/2004). Ciò senza tenere nel dovuto conto l’obbligo contabile, assunto all’indomani della sua elezione avvenuta il 2014, di espellere i siffatti residui attivi ovvero di compensarli sin da allora con le stesse modalità che la Sezione di controllo della Corte dei conti calabrese pretende oggi, evitando così di utilizzarli come crediti attuali per i bilanci successivi.
CIÒ CHE SI DOVREBBE FARE E NON SI FA Una ulteriore prova, questa, di quanto viene «trattato male» il bilancio della Regione, così come i bilanci degli organismi partecipati e degli altri enti territoriali, nonostante le professionali burocratiche ivi possedute. Di quanto siano divenuti strumenti a disposizione della politica attraverso un maldestro esercizio delle politiche di bilancio funzionali alla autogenerazione dei soliti piuttosto che essere veicoli della programmazione del cambiamento.
Tutto questo costituisce responsabilità grave della Regione, di non avere prontamente riscritto un riordino del sistema autonomistico locale, e dei comuni e delle province, di non averlo preteso, preferendo continuare a fare le solite cose, nei soliti modi e con le solite rappresentanze, facendo sopportare ai cittadini le pene dei colpevoli dissesti e degli altrettanto colpevoli fallimenti dei predissesti. Di quelle procedure straordinarie di riequilibrio cui si è fatto troppo spesso ricorso per guadagnare tempo e per eventualmente sfruttare le solite nuove occasioni che la politica nazionale mette a disposizione di quella locale con «più santi in paradiso», Napoli in primis.
*docente Unical







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