«Salari bassi, contributi alti: una miscela esplosiva»

di Antonio Viscomi*

Pubblichiamo l’intervento del deputato Pd Antonio Viscomi in occasione della presentazione in Parlamento della mozione per impegnare il Governo a consolidare e rafforzare la riduzione del cuneo fiscale e riversare nelle buste paga dei lavoratori il relativo importo.

1. Per rendersi conto di alcune criticità, non sempre è necessario studiare ponderosi manuali di economia del lavoro; più semplicemente, basta aprire le finestre e guardare e parlare con le persone che quotidianamente cercano di resistere in un mercato del lavoro sempre più complesso, frastagliato ed aggressivo. Sono proprio costoro a segnalare con immediatezza le distorsioni create da almeno due fattori e da tempo, da tanto tempo, registrate da tutti i centri di ricerca.

2. Mi riferisco, in primo luogo, all’incidenza sul costo del lavoro in senso ampio della contribuzione sociale. Nel report pubblicato dall’Istat nel mese di gennaio di quest’anno tale incidenza è stata quantificata con un valore pari al 27,3% sul totale del costo orario, rispetto ad una media del 21,1% nell’Unione Europea a 25 paesi e al 23% nell’area euro. Ed è sempre il report Istat a segnalare la relativa omogeneità del prelievo contributivo nei diversi settori di attività economica, dal momento che l’incidenza della retribuzione lorda varia dal 70,4% del settore costruzioni al 75,5% nelle attività artistiche, sportive e di intrattenimento. Se poi consideriamo il cuneo fiscale nella sua complessità e quindi come differenza netta tra il costo del lavoro per il datore di lavoro e la corrispondente retribuzione netta percepita dal lavoratore, come calcolato dall’Ocse per il 2018 nel Taxing wages 2019, il differenziale arriva addirittura, per il lavoratore senza carichi familiari, al 47,9%.

3. Ma c’è anche un secondo fattore da considerare, necessariamente correlato al primo. Mi riferisco al fatto che l’importo netto dei livelli retributivi percepiti da chi lavora, sono spesso così insufficienti da non consentire al lavoratore interessato di superare la soglia di povertà relativa. Li chiamano working poor, Presidente, per dare identità ad un fenomeno ben conosciuto nella storia economia europea ma che tutti abbiamo sperato fosse ormai relegato in tempi passati. Invece, secondo i dati dell’Eurostat, nel 2017 il 12,3% dei lavoratori italiani si trovava in questa situazione, contro una media europea del 9,6% e con significativi differenziali sulla base dell’età e delle tipologie contrattuali. E questo nonostante l’art. 36 della Costituzione sancisca che la retribuzione debba essere non solo proporzionata alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato – principio questo proprio e tipico di ogni economia di mero scambio – ma tale, piuttosto, da assicurare una esistenza libera e dignitosa a sé e alla sua famiglia; e da assicurala “in ogni caso”: proprio così, signor Presidente, “in ogni caso” dice la Costituzione.

4. Salari bassi e prelievo alto: una miscela esplosiva, Presidente, che impatta negativamente tanto sull’efficienza dell’assetto imprenditoriale quanto sulla qualità della vita di chi lavora, sollecitando meccanismi di elusione ed evasione che producono un grave danno all’intero “sistema-Paese”. Anche per questo, il gruppo parlamentare del Partito Democratico ha presentato, fin dal mese di giugno dell’anno scorso, specifiche proposte di legge: per assicurare un salario minimo a tutti, in coerenza con il principio costituzionale (che ho prima richiamato) della retribuzione proporzionata e sufficiente; per sostenere l’efficacia generale dei contratti collettivi; per ridurre l’estensione del cuneo fiscale, cioè del differenziale tra retribuzione lorda e netta; per sostenere le famiglie con l’assegno e la dote per i figli; ed infine per contrastare una diffusa condizione di povertà come condizione di deprivazione che non può essere ricondotta e ridotta alla sola carenza di lavoro.

5. Più volte, il nostro capogruppo, Graziano Delrio, ha riassuntivamente qualificato l’insieme dei provvedimenti che ho appena indicato come il nucleo forte di una ‘agenda sociale’ del Partito Democratico. Per queste ragioni, la mozione che oggi portiamo al voto, prima ed oltre che chiedere il rispetto di un punto programmatico del governo di colazione, si incastona in modo coerente con la visione stessa della comunità democratica. Nella nostra visione, il lavoro, qualunque lavoro e qualunque sia la relativa tipologia contrattuale, il lavoro sicuro e retribuito in modo equo, il lavoro dignitoso – come esattamente da venti anni lo definisce l’Organizzazione internazionale del lavoro – nella nostra visione, dicevo, non intendiamo il lavoro come mero strumento di acquisizione di un reddito ma piuttosto come fondamento di libertà individuale, garanzia di serenità familiare, strumento per realizzare i propri talenti e per contribuire allo sviluppo del paese. Ed è una visione, questa, quasi necessitata, se solo si considera, Presidente, che sto citando quasi pedissequamente gli artt. 4, 35 e 36 della Costituzione. Per questo il lavoro non è una merce, continua a non essere una merce, ed è bene ribadirlo ancora oggi considerato che questo in corso è l’anno centenario dalla istituzione dell’OIL, forse passato un po’ troppo in sordina.

6. E tuttavia, la mozione per la quale chiediamo il voto positivo non è coerente soltanto con la consolidata iniziativa politica del Partito democratico. Essa viene incontro anche alle esigenze espresse dalle costanti raccomandazione del Consiglio dell’Unione Europea, da ultimo in merito al programma nazionale di riforma 2019. Nel documento, al considerando (14) si legge: “Il sistema tributario italiano continua a gravare pesantemente sui fattori di produzione, a scapito della crescita economica. L’elevato carico fiscale sul lavoro e sul capitale scoraggia l’occupazione e gli investimenti”. E nella raccomandazione n. 1 si suggerisce in modo chiaro di “spostare la pressione fiscale dal lavoro”, tenendo conto della necessità di ridefinire il sistema fiscale nel suo complesso. È noto, infatti, che proprio nella formazione stratificata ed alluvionale di quel sistema, perpetuata annualmente con interventi spesso frantumati e frammentari, si annidano effetti distorsivi e iniqui. Ma per questo abbiamo bisogno di quello che molti hanno chiamato il “coraggio delle riforme”, di farle, più che di invocarle.

7. Siamo consapevoli, signor Presidente, che occupazione ed investimenti sono scoraggiati non soltanto dal carico fiscale, ma da una serie di altri fattori ben noti a tutti e siamo consapevoli che su questi fattori è necessari agire e agire con tempestività, perché i tempi dell’economia non sono i tempi della burocrazia, e neppure quelli della politica. Per questo chiediamo all’aula un voto positivo, per impegnare il governo non solo a ridurre il costo del lavoro ma anche a promuovere politiche efficaci per aumentare l’offerta di lavoro e ridurre la disoccupazione (a partire da quella giovanile e femminile) e per contrastare in generale le diseguaglianze sociali, territoriali e di genere, a concentrare la politica economica su un piano strategico di iniziative che abbiano un effetto visibile e tangibile per una platea di cittadini più larga possibile in un contesto di riforme strutturali di lungo termine, economicamente sostenibili e di giustizia inter-generazionale; ad adottare iniziative per razionalizzare e per investire risorse aggiuntive per le politiche attive del mercato del lavoro e l’attivazione della spesa sociale a favore delle pari opportunità di tutti i cittadini e per promuovere l’occupazione.

8. Insomma, questo paese ha bisogni di interventi strutturali – il che significa non occasionali né congiunturali – e di un piano di sviluppo industriale orientato all’innovazione, da sostenere mediante interventi ordinamentali e finanziari adeguati e coerenti, che a loro volta invocano un sistema fiscale ordinato, sostenibile ed equo. Siamo chiamati, signor Presidente, ad accompagnare il futuro non a fotografare il passato, per questo dobbiamo forse cambiare anche il nostro modo di vedere le cose imparando da quanto abbiamo fatto nell’ultimo decennio. Perché nell’ultimo decennio, a ben vedere, il tema del cuneo fiscale non è stato estraneo all’agenda politica. Tra gli unici interventi normativi volti a ridurre il costo del lavoro ed aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori, possiamo qui ricordare: la riduzione di 5 punti di cuneo fiscale nel 2007 e nel periodo 2014-2018 la misura degli 80 euro, la deducibilità dall’imponibile Irap del costo del lavoro del personale dipendente con contratto a tempo indeterminato, gli sgravi mirati all’imprese che hanno creato buona occupazione con contratti a tempo indeterminato, i crediti d’imposta alle imprese che hanno effettuato investimenti in ricerca e sviluppo. Tutti provvedimenti utili. Certo. Ma abbiamo bisogno di strategie ancora più organiche che siano in grado di incrociare, nella prospettiva della sfida competitiva e di un mercato sempre più globale, l’innovazione organizzativa e produttiva con la ridefinizione degli assetti giuridico-istituzionali che governano il mercato del lavoro e le relazioni industriali.

9. Per tutte queste ragioni, non possiamo che apprezzare e segnalare positivamente l’introduzione nel Ddl 1586, recante Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020 e bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022, presentato al Senato, del Fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti. L’art. 5 recita testualmente: “al fine di dare attuazione a interventi finalizzati alla riduzione del carico fiscale sulle persone fisiche, nello stato di previsione del Ministero dell’economia e delle finanze, è istituito un fondo denominato Fondo per la riduzione del carico fiscale sui lavoratori dipendenti, con una dotazione pari a 3 .000 milioni di euro per l’anno 2020 e a 5.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2021. Con appositi provvedimenti normativi, nei limiti delle risorse di cui al primo periodo del presente comma, eventualmente incrementate nel rispetto dei saldi di finanza pubblica nell’ambito dei medesimi provvedimenti, si provvede a dare attuazione agli interventi ivi previsti”. Allo stesso modo non possiamo che valutare positivamente le risorse per gli investimenti ivi previsti e sulle quali non posso certo qui soffermarmi.

10. Concludo, signor Presidente, ovviamente dichiarando il voto favorevole del Partito Democratico alla mozione 1-00272 Grimaldi, Fragomeli, Ungaro, Pastorino, ma chiedendo anche al Governo di operare con la piena consapevolezza delle correlazioni sistemiche che vedono ancora il lavoro, in tutte le sue forme e le sue manifestazioni, al centro della vita individuale e collettiva della nostra società.

*deputato Pd

 







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