«Annibale alle porte del governo Conte bis»

di Antonino Mazza Laboccetta*

Strana storia, quella della legislatura in corso. Iniziata con il Governo Conte e proseguita con il Governo Conte-bis.
Legislatura nata all’indomani delle elezioni del 4 marzo 2018, che, come tutti ricorderanno, consegnano al nostro Paese un quadro politico davvero difficile. Qualcuno lo definisce scossa di assestamento dopo il sisma elettorale del 2013; altri, addirittura, rivoluzione geografica. Di estremo interesse non tanto il dato della mancanza di una maggioranza politica, scenario largamente preventivato, quanto quello della decisa affermazione del Movimento 5Stelle (+ 7 punti percentuali rispetto al 2013) e della Lega nazionale (+ 13 punti percentuali). Di non scarso rilievo pure il dato che, da un lato, viene dal buon andamento di Fratelli d’Italia (+ 2,39 punti percentuali) e, dall’altro, dalla vertiginosa caduta di Forza Italia (- 7,55 punti percentuali) e del Partito democratico (- 6 punti percentuali), senza dire del debole risultato di Liberi e Uguali e delle altre liste. Aggregando, infine, i dati all’interno delle coalizioni presentatesi alle elezioni, il centro-destra avanza di circa 8 punti, e vede il sorpasso di Forza Italia da parte della Lega salviniana.
Difficile la gestazione che porta al primo Governo Conte. Forte la spinta, che viene da più parti, al dialogo tra Pd e 5Stelle. Movimento, quest’ultimo, nel quale si muove una consistente area caratterizzata da pulsioni che possiamo dire, pur con qualche sbavatura, “di sinistra”. Ma altrettanto forte e netto è il rifiuto opposto da Renzi, il quale dichiara che non esiste governo dei 5Stelle che possa ottenere il via libera del Partito democratico. Beninteso, non si tratta di una questione di numeri – invero molto risicati -, ma di valori. I valori nei quali si condensa la concezione della democrazia, del lavoro, dell’assistenza, della giustizia, dell’Europa. E che, secondo Renzi, distanziano il Partito democratico dal Movimento 5Stelle, tanto da condurre a politiche inevitabilmente diverse, perché animate da diverse visioni del mondo e della società, da diverse visioni dei rapporti economico-sociali. La pietra tombale cala quando dalle telecamere di “Che tempo che fa” Renzi dichiara: «Siamo seri: chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Non può passare il messaggio che il 4 marzo sia stato uno scherzo. Sette italiani su dieci hanno votato per Salvini e Di Maio: lo facciano loro il governo se sono capaci. Noi non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo essere usciti dalla porta».
L’avversione di Di Maio per Berlusconi non consente di mettere nell’agenda del negoziato che porta alla formazione del primo Governo Conte l’accordo con la coalizione di centro-destra. Solo quando cade, tra tanti paletti e molti distinguo, l’ostracismo di Di Maio, il Cavaliere dà il suo placet (ma non la sua fiducia) al governo Lega-5Stelle. La gestazione, non facile né breve, conduce così all’inedita formula del «contratto di governo», che vede Conte premier e Salvini e Di Maio potenti vicepremier e, per di più, titolari di importantissimi dicasteri: l’Interno per il leader leghista e lo Sviluppo economico, addirittura accorpato con il Lavoro, per il capo politico dei 5Stelle.
Alle elezioni europee del 2019 la Lega trionfa raggiungendo la quota del 34%, mentre l’alleato di governo precipita al 17%, al terzo posto dopo il Partito democratico leggermente risalito. Un autentico rovesciamento nei rapporti di forza all’interno della compagine governativa a fronte di un successo della Lega senza precedenti, che Salvini rivendica subito sia nei confronti dell’alleato sia nei confronti dell’Unione europea. All’alleato rimprovera i troppi “no” sulla riduzione delle tasse, sulle grandi opere, sullo sblocca cantieri, sul decreto sicurezza, sull’autonomia, ma, al tempo stesso, lo tranquillizza con la collaudata tecnica del bastone e della carota, confermandogli che l’avversario del «contratto di governo» rimane sempre la sinistra. A Bruxelles Salvini batte cassa chiedendo un commissario europeo di peso: economia, concorrenza, commercio, agricoltura.
A fronte di un risultato elettorale così importante, non sono pochi i leghisti dell’apparato e i commentatori di area che sollecitano Salvini a non farsi logorare dal (potere di) governo e ad incassare al più presto il dividendo del consenso politico-elettorale delle elezioni europee. Ancor più urgente – è questa l’indicazione da più parti prospettata al leader leghista – muoversi in questa direzione in un momento economico difficile, che impone di affrontare difficili scelte economiche. E se Salvini arriva a staccare la spina del governo ad agosto, è perché non vuole affrontare le forche caudine della manovra finanziaria alle porte. Ma ad allarmare il leader leghista v’è un fatto forse ancor più grave e preoccupante, foriero di conseguenze pericolose: nel Parlamento europeo accade qualcosa che arresta l’“assalto” alla Commissione e ipoteca pesantemente la marcia leghista anche in Italia. Ursula von der Leyen viene designata a succedere a Jean-Claude Juncker con una maggioranza che comprende anche il voto del Movimento 5Stelle, il partner del «contratto di governo».
La pattuglia parlamentare italiana che ha concorso alla designazione del nuovo Presidente della Commissione europea viene subito tradotta, nel nostro Paese, con il nome «coalizione Ursula», composta da Pd, Movimento 5Stelle e Forza Italia. Ovviamente non è che una coalizione di interesse: interesse a non votare ed a frenare la marcia di Salvini verso il Governo. Non ha interesse a votare Forza Italia, visti i risultati elettorali. E, per le stesse ragioni, non ha interesse a votare il Movimento 5Stelle. Anche il Partito democratico non avrebbe interesse a votare se non per cambiare la pattuglia parlamentare di estrazione renziana che la legislatura si porta dietro (l’attuale rappresentanza parlamentare del Pd scaturisce da liste elettorali composte quando Renzi era segretario): e non è certo cosa da poco per il partito di Zingaretti scegliere nuovi candidati e garantirsi il controllo dei nuovi eletti. È qui che Renzi, da politico abile, cala l’asso: il più ostile all’alleanza con i grillini si fa corifeo dell’accordo di governo del Pd con i 5Stelle, per scongiurare, a suo dire, l’esercizio provvisorio e l’aumento automatico dell’IVA. Renzi torna così in gioco. Con la pattuglia parlamentare di sua estrazione. Incontra la resistenza di Zingaretti, interessato a prendere il controllo non solo del partito, ma, attraverso il voto, anche della delegazione parlamentare. Resistenza che, come sappiamo, non ha lunga durata. Nasce il governo giallo-rosso. Dopo aver sospinto il suo partito all’abbraccio con i 5Stelle, Renzi se ne esce bellamente con una nuova formazione politica, Forza Viva, con cui “gioca” nell’alleanza di governo da novello Ghino di Tacco. Dal canto suo, gli fa da sponda Di Maio, anch’egli interessato a marcare il proprio ruolo davanti al popolo pentastellato, che nell’ultima tornata elettorale è stato assai avaro di consensi e non si dimostra certo soddisfatto dell’attuale andamento del Movimento e della sua leadership. L’unica forza responsabile pare essere il Partito democratico, che vorrebbe condurre la legislatura semplicemente da “forza di governo” e non anche da “forza di lotta e di governo”, mestiere difficile che richiede non facili equilibrismi.
È per questa ragione che Zingaretti insegue un’alleanza “strategica” con Di Maio, che servirebbe al Partito democratico ad allontanare da sé l’immagine di un partito più vicino alle élite che non al popolo e al Movimento 5Stelle a comprendere che altro è gridare l’antipolitica nelle piazze altro è governare. L’ha detto brillantemente sul “Corriere della Sera” Goffredo Bettini, leader storico dei Ds: «Siamo stati schiacciati sull’immagine di una élite arrogante e lontana dalle persone e loro, al contrario, si sono collocati sul terreno dell’antipolitica. A noi il rapporto con i 5Stelle servirà a riprendere contatto con una parte di popolo che abbiamo perso, a loro a capire la complessità della democrazia rappresentativa».
È una linea che però non ha tenuto in Umbria, e che, per quanto possa essere, più o meno sotterraneamente, rincorsa dai leader delle due forze politiche, deve fare i conti con i malumori interni al Movimento 5Stelle e al Partito democratico. Per limitarsi a qualche esempio, la deputata Nesci, sostenuta da un nome autorevole (Morra), chiede di candidarsi in Calabria e rigetta ipotesi di alleanze con i Dem. In Emilia sono molti i grillini che soffrono l’idea di dare appoggio a Bonaccini. Nel Lazio è, invece, decisivo l’appoggio dei grillini al Governatore Zingaretti. Un quadro, insomma, magmatico, che rende incerta la stessa navigazione del Governo Conte-bis. Sul terreno del Partito democratico, la strategia zingarettiana non trova certo porte spalancate: v’è chi mette in guardia il segretario, diffidandolo dal perseguire obiettivi, quali l’alleanza strategica con i grillini, che, pur legittimi, esorbitano però dal mandato conferitogli dal Congresso. V’è chi vede il rischio che il Partito democratico, inseguendo i grillini sul loro terreno alla ricerca di un “comune sentire”, finisca per snaturare la propria cultura politica, quella cioè liberal-riformista impressagli al Lingotto dal discorso di Veltroni, che voleva tenere nello stesso perimetro l’anima (moderata) di sinistra-centro e quella (più movimentista) di sinistra-sinistra. V’è chi ragiona, molto più brutalmente, in termini di numeri, e calcola che se i voti conquistati dai grillini nelle elezioni del 4 marzo 2018 sono stati in larga parte sottratti al Partito democratico, non è detto che ritornino nell’ovile per effetto dell’alleanza “strategica” tra Dem e 5Stelle. In mancanza di reali e forti convergenze politico-programmatiche, e prima ancora culturali (che, allo stato, non si vedono), nulla esclude che quei voti rifluiscano a destra, dove Annibale è alle porte. Lo dimostra – in termini importanti ma (ancora) non molto significativi per le dimensioni del territorio – il voto in Umbria. E lo potrebbero dimostrare – in termini, questa volta sì, significativi e addirittura dirompenti – le vicine elezioni in Emilia Romagna ed in Calabria. Se Salvini varcasse le porte del governo regionale, sarebbe ancora più forte il convincimento che il Conte-bis sia più il frutto di una manovra di palazzo per arrestare la Lega che non di una reale e credibile prospettiva di governo. Manovra, beninteso, del tutto legittima in una democrazia in cui è il Parlamento il luogo in cui si formano le maggioranze (d’altronde, anche il governo Lega–5Stelle si è formato in Parlamento e non nel Paese). Ma pur sempre manovra di palazzo. Utile certo a sterilizzare l’IVA ed a tranquillizzare i mercati – cosa assolutamente necessaria e di estrema importanza -, ma priva di respiro politico-programmatico. Respiro politico-programmatico che purtroppo non si vede all’orizzonte, e che è quanto servirebbe ad un grande Paese come il nostro per evitare che navighi a vista.

*docente Università Mediterranea di Reggio Calabria





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