«Il partito-ossimoro di Calenda»

di Bruno Gemelli*

Carlo Calenda, già spin doctor di Matteo Renzi, oggi in uggia al fiorentino, ricambiato peraltro, ha fondato nei giorni scorsi un nuovo partito, “Azione”. Aggiungendo subito dopo: «Se sarà un partitino avrà fallito l’obiettivo e si scioglierà». Insomma, per adesso un’intramuscolare.
Intervistato da Monica Guerzoni per il Corriere della Sera, l’ex ministro dello sviluppo economico ha detto di ispirarsi a «Sturzo e al Partito d’Azione». Quest’espressione è sembrata essere un ossimoro, uno strano sincretismo. Una miscela tra un partito confessionale e un partito laico, laicissimo. Forse il solo punto di contatto, e certamente non è poco, anzi è tanto con i tempi che corrono, è l’«antifascismo» che appartenne sia a Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare italiano, divenuto poi Democrazia cristiana, e sia agli azionisti, eredi dei fratelli Rosselli, gli avversari più intransigenti dei fascisti.
Il Partito d’Azione si costituì nel 1942 per la confluenza di “Giustizia e Libertà” e di gruppi liberalsocialisti e repubblicani, allo scopo di combattere il fascismo e di superare l’antitesi di liberalismo e socialismo. Tra i fondatori Emilio Lussu, Francesco De Martino, Ferruccio Parri, Guido Calogero e Ugo La Malfa. Tra gli esponenti di primo piano Leo Valiani, Ernesto Rossi, Vittorio Foa, Tristano Codignola, Riccardo Lombardi, Norberto Bobbio, Piero Calamandrei.
Il Partito d’Azione partecipò ai governi che si succedettero dal giugno 1944 al luglio 1946, anno nel quale il partito raggiunse i 267.000 iscritti.
Dopo la caduta del governo presieduto proprio dall’esponente di maggior spicco, Ferruccio Parri, il Partito d’Azione, diviso tra una corrente democratico-riformista, capeggiata da Ugo La Malfa, e una corrente socialista-rivoluzionaria, capeggiata da Emilio Lussu, mostrò scarsa omogeneità al suo interno. La grave sconfitta subita alle elezioni per la Costituente del 1946 (prese solo l’1,46 per cento dei voti) fu all’origine della crisi del partito, rappresentato da intellettuali di primo piano ma privo di una base di massa. Protagonista nella guerra di Liberazione, esso andò infatti in frantumi a un anno dalla insurrezione, dopo aver dato all’Italia liberata il primo presidente del Consiglio. La sparuta pattuglia dei suoi eletti alla Costituente riuscì, tuttavia, a dare un contributo di straordinaria importanza alla elaborazione della carta costituzionale e valga per tutti il nome di Piero Calamandrei, che della Costituzione fu tra i maggiori artefici nell’aula di Montecitorio, il più strenuo difensore dei suoi dettami nella battaglia politica e parlamentare, il più appassionato divulgatore dei suoi principi nel Paese.
Calenda l’ha chiamato “partito-scossa”. Presentandolo al teatro Eliseo di Roma con un altro ex dem, Matteo Richetti, – come ha scritto wired.it – «il Kevin Spacey di Sassuolo, non esattamente un ticket da jackpot, e l’elenco dei primi nomi che aderiscono al partito: Alberto Baban, ex presidente dei piccoli industriali, Walter Ricciardi, ex presidente dell’Istituto superiore di sanità e oggi al vertice del Mission board of cancer, nominato anche all’Human Technopole, l’imprenditore ed ex deputato Luciano Cimmino di Carpisa e Yamamay, amministratori locali come Francesco Italia, sindaco di Siracusa, o il sindaco di Cinisi, Gianni Palazzolo, Valentina Grippo, consigliere regionale nel Lazio. E ancora il sociologo Stefano Allevi, il generale Vincenzo Camporini, la storica Emma Fattorini e altri».
*Giornalista







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