«Nobilitare la sfida per assicurare i diritti sociali»

di Ettore Jorio*

Da che fosse unanimemente considerato, nel triennio attuativo parlamentare (2009/2011), il nuovo modo di gestire le politiche regionali più sensibili è (ri)divenuto, dopo un suo accantonamento decennale, la «novità» politica più rilevante, che ha registrato una sostanziale unanimità delle Regioni. Ciò è avvenuto in coda ad un confronto pubblico sull’attuazione dell’art. 116, comma 3, della Costituzione che ha fatto tanto rumore per oltre un anno e mezzo (più esattamente, dalla condivisione dell’allora premier Gentiloni degli accordi con Lombardia, Veneto ed Emilia del 28 febbraio 2018) tra preoccupazioni separatiste e uscite librarie tendenti a dividere oltremisura il Paese.

ECCO LA SVOLTA per molti versi (per la politica) inaspettata e per altri (i contenuti e le condizioni) la scoperta dell’acqua calda.
Da casus belli, il regionalismo differenziato è divenuto dal 28 novembre scorso un «prodotto politico unitario», formatosi in sede di Conferenza Stato-Regioni che ha dato l’ok alla bozza di «legge quadro», recante la firma del ministro Boccia (Quotidiano EELL&PA del 29 novembre 2019), tendente a disciplinare gli obiettivi e le previsioni (non più i principi come previsti precedentemente), cui dovranno uniformarsi le Intese Governo-Regioni da perfezionare, poi, con leggi ordinarie rinforzate. Una condivisione che ha portato a modificare sensibilmente la originaria bozza del 12 novembre 2019 da inserire e approvare come emendamento alla legge di bilancio 2020.
Quanto accaduto se:
– da una parte, non rappresenta affatto una novità in assoluto bensì una consapevole riedizione di quanto scritto nella Costituzione da ben 18 anni e la conferma inter-istituzionale di quanto si sapeva da oltre 10 anni fa, più esattamente dalla introduzione nell’ordinamento dei Lep e dall’approvazione della legge 42/09 attuativa dell’art. 119 della Costituzione, introduttivo del federalismo fiscale;
– dall’altra, introdurrebbe un strumento legislativo – impropriamente definito legge quadro, tipica nell’esercizio legislativo statale nelle materie di legislazione concorrente intesa a fissare i principi fondamentali cui le Regioni devono attenersi nell’approvare le loro leggi di dettaglio – che invero rappresenta una legge ordinaria attuativa di un disposto costituzionale, nel caso di specie l’art. 116, comma 3, della Carta. In quanto tale, esclusivamente indicativa dei principi cui dovrebbe attenersi lo stesso Parlamento – e non già per le Regioni che avranno unicamente l’onere di redigere la prevista relativa istanza da perfezionare in un accordo con l’Esecutivo – che avrà il compito di sancire con propria legge, approvata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, le «ulteriori forme e condizioni di particolare autonomia» legislativa assegnate alle Regioni richiedenti.

LA POLITICA SI AUTODENUNCIA Dalla più estemporanea interpretazione dell’evento, emerge che con esso è venuto a concretizzarsi un primo atto di profonda autocritica della politica in generale sul tempo inutilmente perso nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, pretesi dal’art. 117, comma 2, lettera m), della Costituzione e nell’attuazione del federalismo fiscale. Tutto questo dopo il tour de force che comportò la revisione del Titolo V della Costituzione 2001, al lordo del referendum confermativo celebrato il 7 ottobre 2001 in assenza delle maggioranza (dei 2/3 dei componenti) previsto dall’art. 138, comma 2, della Carta. Quell’oltre decennio «impegnato» a difendere, sia da parte dello Stato che dalle Regioni, ree di non aver rivendicato l’applicazione della novellata metodologia alternativa, l’assurdo criterio della spesa storica produttivo di danni inenarrabili, specie nella sanità di mezzo Paese. Un’opzione, quella di trascurare una così importante riforma, della quale tutta la politica avvicendatasi si è resa protagonista, nonostante l’approvazione, prima, della legge istitutiva della nuova metodologia di finanza territoriale (2009), fondata su costi/fabbisogni standard e della perequazione ordinaria posta a garanzia dei livelli essenziali di prestazione da assicurare a tutti e nell’intero territorio nazionale. Una scelta di allora che trovò nei due anni appena successivi (2010 e 2011) i decreti attuativi rimasti sino ad oggi per lo più lettera morta ovvero in parte dissacrati nella loro funzione.
Quante le colpe per aver ridotto la Calabria (e non solo) così come è oggi!
Una disattenzione legislativa che, in luogo di perfezionare quella tipologia di perequazione garante dei diritti sociali tracciata dall’art. 119 Cost e della sua legge attuativa n. 42/09:
– quanto ai Lep, ha lasciato le cose come erano, senza averli neppure determinati in presenza peraltro dell’obbligo di farlo e di assicurarli sull’intero territorio nazionale;
– quanto alle funzioni fondamentali degli enti locali, da determinarsi a mente dell’art. 117, comma 3, lettere p), ha fatto ricorso a fondi solidaristici di vecchia species, sui quali si è formata anche una giurisprudenza segnatamente critica. A dimostrazione di un siffatto stato di incuria legislativa e burocratica, è appena il caso di rilevare che, relativamente alle anzidette funzioni fondamentali, da doversi finanziare con gli istituiti, ma mai applicati, fabbisogni standard quantitativi, si è registrato nel detto periodo una serie di errori di esecuzione madornali, del tipo quelli mirati all’identificazione della SOSE impegnata inutilmente a valorizzarli, ricorrendo ai soliti altrettanto inutili questionari. Una esigenza di determinazione dei relativi valori che si tenta ancora oggi di conseguire allo stesso modo di allora con la intervenuta emissione del decreto MEF del 22 novembre 2019 che punta a fare le cose più seriamente di quanto fatto precedentemente a mente del d.lgs. 216 (si badi bene) del 2010.

OCCORRE NOBILITARE IN TAL SENSO LA SFIDA TRA I CANDIDATI GOVERNATORE I temi della irrinunciabile pretesa di rendere esigibili i livelli essenziali delle prestazioni (quelli assistenziali in testa), di determinare i costi standard e i criteri di adeguamento per valorizzare bene i fabbisogni standard (i cosiddetti indici di deprivazione socio-economica) per assicurare i diritti sociali alla popolazione, di costituire un adeguato fondo di perequazione per garantire le risorse necessarie (segnatamente inadeguata la previsione del Governo di 3 miliardi in dieci anni) dovranno essere iscritti nell’agenda dei pretendenti alla poltrona di Presidente della Regione.
Il leitmotiv della ormai prossima campagna elettorale dovrà poi essere il concepimento del progetto del regionalismo differenziato che la Calabria dovrà redigere e rivendicare per uscire dal baratro in cui si trova.
Un prodotto politico prima che tecnico, attraverso il quale disegnare la via d’uscita dal disastro e l’incamminamento verso la dignità, il rispetto sociale e l’esigibilità dei diritti fondamentali sino ad oggi negati.
Per intanto il governo Conte, lunedì discuterà le regole sul come farlo.
La campagna elettorale ci dirà come e se saremo capaci di approfittarne e, soprattutto, cosa rivendicare perché la legge sia lo strumento migliore per la nostra crescita.

*docente Unical







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