«La crisi di crescita del Movimento 5Stelle»

di Antonino Mazza Laboccetta*

bandiera-grillo-m5s

Il Movimento 5Stelle sta attraversando un momento di crisi. Vi è una ragione di immediata percezione: il crollo elettorale. Il Movimento ha vissuto una parabola che dal 25% delle elezioni del 2013 l’ha portato al 32% dei consensi nel 2018, e poi ad un tonfo alle elezioni europee del 2019, quando non è riuscito a mettere in cascina che il 17% dei voti. E non sono rosee le proiezioni attuali. Vi è, poi, una ragione di crisi che si coglie ad un livello più profondo di analisi; nel caso dei grillini parrebbe che il celebre aforisma associato alla figura di Giulio Andreotti debba essere ribaltato nel suo contrario: «il potere logora chi ce l’ha». Ed in effetti la crisi dei 5Stelle comincia proprio quando entrano nella stanza dei bottoni. Nel breve volgere di poco più di un anno, il rapporto di forza con la Lega si inverte in maniera speculare. Eppure non si può dire che il Movimento 5Stelle abbia disatteso le promesse elettorali. Al contrario, gran parte dei provvedimenti-bandiera sono stati portati a casa nell’arco di governo con la Lega (penso, in particolare, al reddito di cittadinanza, ma anche al ricalcolo dei vitalizi, alla lotta alla corruzione). E anche nel Conte-bis i grillini stanno marcando stretto il nuovo “alleato”, portando al voto sul taglio dei parlamentari (altro provvedimento-bandiera). E, in questo momento, stanno dando filo da torcere sul “Fondo salva-Stati” (MES). Di Maio con un piede si concede alle piazze e con l’altro cerca di non uscire troppo dal perimetro di governo, quando dice che il Mes ha bisogno di molti miglioramenti e che esso fa parte di un “pacchetto”, come l’Unione bancaria e l’assicurazione sui depositi. Ciò nonostante, il Movimento, che doveva dare la spallata al sistema, dal sistema rischia di farsi “normalizzare”.
La parabola dei 5Stelle suscita interesse sia per la rilevanza del dato strettamente politico, sia, più in generale, per la rilevanza che questo riveste dal punto di vista dell’analisi socio-politica.
I 5Stelle irrompono nel discorso politico con un sonoro “Vaffa”, mettendo in discussione il sistema e, con questo, i tradizionali canali della rappresentanza politica. Capovolgono in maniera drastica il rapporto con gli elettori, radicandosi nei meetup locali, “piazze virtuali” attraverso le quali venivano canalizzati nella “rete” gli innumerevoli commenti ai post di Beppe Grillo. È proprio in queste “piazze virtuali” che il Movimento è riuscito a mettere insieme un’agenda locale di temi vicini al territorio, ed a (rac)cogliere voglia di partecipazione, istanze, contenuti. A raccogliere, in una parola, un attivismo civile: disinvolto, fluido, magmatico che, per molti versi, rappresentava il riflusso della caduta dei partiti organizzati intorno a grandi ideologie. Non a caso i seguaci di Grillo si sono proposti sulla scena socio-politica come “movimento”, per sua natura disinvolto, fluido, magmatico che, perciò stesso, raccoglie una partecipazione civica che non si definisce – non può definirsi! – né di destra né di sinistra, ma trasversale. Il “Movimento” si contrappone al “Partito”, perché il termine stesso “partito”, secondo la sua ascendenza etimologica, è ciò che è “diviso”: ciò che si divide dagli altri e che divide dagli altri. Il Partito rappresenta (e dà voce ad) una rottura socio-economica. Intorno a questa rottura la composizione sociale è stabile. Per rappresentarla il Partito si fa “struttura” e “organizzazione”. Questo erano i Partiti che abbiamo conosciuto nel Novecento.
«Uno vale uno»: è, invece, il mantra dei grillini. E però, quando il magma delle origini si rapprende, il movimento diventa struttura. Alla voglia di partecipazione, alle istanze, ai contenuti che vengono fuori dai meetup originari occorre fornire non solo un contenitore, ma soprattutto una direzione. E non c’è direzione che possa darsi senza che vi sia guida e organizzazione. E dove c’è guida e organizzazione c’è (necessariamente) gerarchia.
I grillini perdono così la genuinità originaria, e, per quanto possa rincorrerla, la piattaforma di Casaleggio molto difficilmente realizzerà l’aspirazione rousseauiana. Secondo la legge ferrea dell’oligarchia di Robert Michels, la necessità di competenze e di specializzazione porta spontaneamente alla formazione di oligarchie, e, quindi, all’organizzazione dei partiti in modo burocratico. La burocratizzazione conduce alla centralizzazione, ovvero alla formazione di leadership stabili che all’interno dello stesso partito possono creare divisione.
Il momento di trasformazione vissuto dal Movimento 5Stelle è diventato più agitato quando i grillini sono entrati nelle stanze del governo. La “semplificazione” del discorso politico, su cui è gioco facile costruire consenso e alimentare qualunquismo e populismo, ha impattato con la “complessità” del governo della cosa pubblica. La purezza delle origini è stata macchiata. E i grillini rischiano di apparire “casta” agli occhi dell’elettorato. Di farsi “normalizzare” dal sistema che volevano “cambiare”.
Il dato socio-politico, che ho cercato di tratteggiare, si riflette inevitabilmente sulle scelte strettamente politiche che il Movimento si trova ad affrontare. E, inevitabilmente, le condiziona, come in questi giorni è sotto gli occhi di tutti. Condiziona le mosse del Movimento all’interno della compagine di governo; condiziona la collocazione del Movimento sul terreno delle alleanze elettorali; condiziona, più in generale, le strategie future del Movimento, perché la perdita di peso elettorale lo costringe, da un lato, a rincorrere la purezza originaria e, dall’altro, a spendere il proprio ruolo come ago della bilancia nello scacchiere politico.
In quest’ultima prospettiva il Movimento 5Stelle coglie nel sistema proporzionale, o nell’accentuazione del sistema proporzionale, il proprio modello elettorale di riferimento. Che non dispiace affatto nemmeno a Renzi. Troppo facile.
Ed allora va aperta una riflessione seria sulla riforma del sistema elettorale.
Giorgetti è persona responsabile: è consapevole della forza della Lega, ma anche dei suoi limiti. Per questo ha detto: «Non si governa sulle macerie». L’ha detto pubblicamente perché sentisse anche il suo Segretario. Sta lavorando, in maniera più o meno sotterranea, a costruire l’ingresso della Lega nel Partito popolare europeo, il che significherebbe dare un volto più moderato a Salvini. Zingaretti ha giustamente raccolto l’invito di Giorgetti ad aprire un tavolo di confronto che non metta però in discussione il governo. E, da parte sua, lavora ad un sistema elettorale che scongiuri la consegna del Paese ad una destra sovranista. Sarà bene, allora, cominciare a ragionare di un doppio turno di coalizione.

*docente Università Mediterranea di Reggio Calabria







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