«Dieci anni dopo la rivolta, a Rosarno nulla è cambiato»

di don Pino Demasi*

Era il pomeriggio del 7 gennaio del 2010 e con un gruppo dei miei ragazzi mi trovavo a Reggio Calabria al sit-in di solidarietà alla Procura, quando da Rosarno arrivavano segnali di rivolta dei migranti nei pressi dell’ex opera Sila, quell’inferno, dove oltre 700 migranti si erano accampati in condizioni inumane. Un luogo, che conoscevamo bene; da parecchi mesi un gruppo di volontari della mia Parrocchia, prima del sorgere dell’alba, era lì a preparare e servire la colazione calda a quei dannati della storia. Il giorno prima, tutta la mia Parrocchia aveva festeggiato in quel luogo la Festa dell’Epifania, bonificando al mattino il sito e realizzando a sera un momento di festa e di convivialità con un pranzo per tutti i migranti, preparato dalla mia gente.
Il tempo di ritornare da Reggio e recarci lì sulla statale 18 per renderci conto che il momento era molto delicato. I migranti erano scesi in strada con rabbia per protestare contro il ferimento di uno di loro, un “fratello” a cui qualcuno per gioco aveva distrutto un braccio sparandogli con un fucile ad aria compressa. Auto danneggiate, cassonetti dati alle fiamme, qualche sasso lanciato contro le vetrine. Stanchi di essere picchiati e derubati, di essere sfruttati nei campi e costretti a vivere come bestie in edifici fatiscenti senza né elettricità, né acqua, né bagni, i migranti avevano dato sfogo alla loro rabbia.
La reazione dei rosarnesi non si è fatta attendere e la mattina successiva scattava immediatamente la caccia al migrante, la caccia “o nigru”. Pestaggi, rifugi dati alle fiamme, rampolli della ‘ndrangheta inferociti determinati a “mettere ordine”. Per gli immigrati di colore non c’era più posto a Rosarno; dovevano andare via. Alle Istituzioni, incapaci prima e in quel momento di dare risposta esaustiva alla richiesta di giustizia dei migranti, non restava altro che prendere atto che non c’era altra soluzione che allontanarli da Rosarno. In quel momento, viste le inadempienze precedenti era veramente il male minore onde evitare una inutile strage di innocenti, colpevoli solo di chiedere dignità e giustizia. Una decisione sofferta, che anch’io ho dovuto accettare nel momento in cui mi è stata chiesta la mediazione da parte dello Stato per incoraggiare i migranti ad allontanarsi. E così nella notte dell’otto gennaio e nella mattinata del nove il governo della Repubblica deportava migliaia di persone dal proprio luogo di vita e di lavoro, solo in base al colore della pelle, e dichiarava Rosarno inaccessibile per la gente di colore. E la ndrangheta ringraziava. Mentre loro, i lavoratori africani tornavano invisibili. Disperse, senza neppure i pochi beni che avevano dovuto abbandonare, senza casa, senza soldi, senza lavoro, senza diritti, invisibili ed inermi, queste persone hanno vagato per le città d’Italia, esposte al freddo e alla fame, senza nessuna prospettiva, per ritornare qualche giorno dopo a Rosarno negli stessi luoghi e nelle stesse condizioni disumane.
Sono passati dieci anni ma le condizioni di vita dei migranti nella Piana di Gioia Tauro non sono sostanzialmente cambiate. Dieci anni in cui attorno ai migranti della Piana non è mancata l’attenzione ma, come al solito, chi ha remato in un senso e chi in un altro. Tutte le soluzioni in questi anni, nonostante la sensibilità, la professionalità e la profonda umanità degli ottimi prefetti e questori che si son succeduti, unici rappresentanti delle Istituzioni concretamente presenti in campo (agli uni e agli altri ancora il nostro grazie) sono state orientate a gestire l’emergenza, senza riuscire a creare un modello reale di integrazione. Non son mancati, è vero in questi anni storie belle di “resistenti”, di singole persone e di realtà che non si son limitati solo all’assistenzialismo ma che hanno lavorato per la tutela dei diritti dei migranti. Da Emergency a Medu, da Sos Rosarno alla Valle del Marro, solo per citare alcune piccole esperienze. Ma la verità è che a livello centrale non c’è stata la volontà politica di dare soluzioni stabili al problema. O in realtà la mancanza di soluzioni sta nel fatto che il sistema dell’economia globalizzata, le contraddizioni nella gestione del fenomeno migratorio del nostro Paese e i nodi irrisolti della questione meridionale stanno producendo ormai da molto tempo nella nostra Regione ed in particolare nella Piana i suoi frutti più nefasti.
La Calabria e la Piana in particolare, continua ad essere una terra violentata, dove i poteri forti, fiancheggiati da politici corrotti e che hanno scambiato la politica per mera occupazione di spazi di potere e non di servizio, tentano di far tacere per sempre la determinazione e la rabbia non solo dei migranti, ma di tutti i calabresi.
Credo allora, dobbiamo ripartire da qui. Il problema migranti nella Piana di Gioia Tauro è solo una piccola scatola contenuta in una scatola più grande che è la conduzione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo ed è inoltre una piccola scatola contenuta in una scatola più grande che è la questione meridionale mai voluta risolvere in questo nostro Paese.
Ripartiamo da qui: non lasciamoci rubare la speranza! Non stiamo a guardare. Prima che sia troppo tardi, diamoci tutti da fare, sporchiamoci le mani per costruire il cambiamento. E allora in questo lembo di Terra del Sud ci sarà spazio e dignità per noi, per i nostri giovani e per i dannati della Terra.

*parroco della Parrocchia Santa Marina Vergine – Duomo di Polistena e referente territoriale di Libera Contro le Mafie







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