«La bella storia di Bella ciao»

di Claudio Cavaliere*

In macchina, a chiacchierare al ritorno da una pizza con Romano, Marisa e Francesca quando la Prestia tira l’uppercut: «Comunque Bella ciao non è mica una canzone italiana, me lo ha detto la rabbina. Pare nasca da una ballata delle donne polacche…».
Capito a cosa servono le cantastorie?
La rabbina sarebbe Rabbi Barbara Aiello che vive tra l’America e Serrastretta mentre la vera storia di “Bella Ciao” – scopro – non ha ancora trovato una sua condivisa conclusione circa la sua genesi.
Di certo c’è che non è mai stata una canzone dei partigiani combattenti perché sarebbe nata dopo la fine della guerra. Più un prodotto “sulla Resistenza” che “della Resistenza”. È una canzone troppo politicamente corretta. Con il suo riferimento all’invasore poteva andare bene a tutti, ai partigiani rossi e a quelli bianchi, ai monarchici e persino alle forze armate. Altra cosa la canzone “Fischia il vento” dove l’obiettivo è “la rossa primavera” che poteva far venire più di un’orticaria ai partigiani non comunisti.
Quando nasce dunque Bella Ciao? Probabilmente nei primi anni Cinquanta.
Non vi è traccia di Bella ciao in Canta Partigiano edito dalla Panfilo nel 1945. Né conosce Bella ciao la rivista Folklore che nel 1946 dedica ai canti partigiani due numeri, curati da Giulio Mele. 
Non c’è Bella ciao nelle varie edizioni del Canzoniere Italiano di Pasolini, che pure contiene una sezione dedicata ai canti partigiani. Nella agiografia della guerra partigiana di Roberto Battaglia, edita nel 1953, vi è ampio spazio al canto partigiano ma non vi è traccia di “Bella ciao”, neanche nella successiva edizione del 1964 così come non c’è nella raccolta di Canti Politici edita da Editori Riuniti nel 1962, in cui sono contenuti ben 62 canti partigiani.
Tutte le versioni di accreditare la canzone ai partigiani della Val d’Ossola o a quelli delle Langhe, dell’Emilia piuttosto che alla Brigata Maiella non hanno mai trovato un riscontro documentale. 
Solo nel 1953 c’è la prima presentazione ufficiale di Bella ciao sulla Rivista “La Lapa” a cura di Alberto Mario Cirese. Nel 1955 la canzone è inserita nella raccolta “Canzoni partigiane e democratiche”, a cura della commissione giovanile del PSI e successivamente dall’Unità nel 1957 in occasione del 25 aprile in una breve raccolta di canti partigiani.
La cantastorie Giovanna Daffini presenta una versione delle mondine di Bella ciao nel 1962 dichiarando di averla sentita dalle mondine emiliane che andavano a lavorare nel vercellese prima della guerra. Anche questa versione viene però successivamente smentita dall’autore della versione “mondina”.
Per Giorgio Bocca, che fu partigiano, Bella ciao non è nata dai partigiani ma presa in prestito da un canto dalmata e successivamente consacrata al festival di Spoleto del 1964.
Insomma, sul piano documentale, non si ha “traccia” di Bella ciao prima del 1953, momento in cui risulta comunque piuttosto diffusa, visto che da un servizio di Riccardo Longone, apparso sull’Unità del 29 aprile 1953, si apprende che la canzone è conosciuta anche in Cina ed in Corea e la incide persino Yves Montand contribuendo a consacrarla come inno alla resistenza per antonomasia.
Ancora più intricato il caso sulla melodia fino a quando nel giugno 2006, un ingegnere toscano di Borgo San Lorenzo, compra nel quartiere Latino di Parigi per due euro un disco di musica Yiddish che contiene un pezzo di Mishka Ziganoff del 1919, dal titolo “Dus Zekele Koilen”, una piccola borsa di carbone.
Chi volesse ascoltarlo lo trova su you tube e anche le menti meno musicali non potranno che cogliere l’assoluta identità sonora (almeno nell’attacco) con la più celebre canzone sulla resistenza. Identità, però confutata da molti musicologi e musicisti (compresa la Prestia che ha originato questo articolo) che comunque sono consapevoli che nella musica popolare – come scrive il musicista Loiodice – transiti, prestiti e contaminazioni sono all’ordine del giorno.
Mishka Tsiganoff (tzigano) non era ebreo, era un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York ma che parlava correttamente l’yiddish e lavorava come musicista klezmer, ossia di quel genere musicale tradizionale degli ebrei aschenaziti dell’Est.
E’ bello pensare che la melodia sia arrivata in Italia attraverso qualche emigrante italiano di ritorno anche se musiche che richiamano Bella ciao sono state indicate in innumerevoli canti popolari italiani, da Fior di tomba a Picchia picchia alla porticella.
Ma tutta questa storia rende ancora più suggestiva e affascinante la storia della canzone dei “ribelli per amore”, una vera canzone-mondo, fatta di innumerevoli contaminazioni e forse per questo da tutti immediatamente accolta come l’inno della libertà.

*sociologo







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