«Qualche proposta per la classe dirigente (che non c’è)»

di Saverio F. Regasto*

Ora che le elezioni regionali si sono celebrate, posso provare a mettere nero su bianco le mie impressioni, da “calabrese della diaspora” che, pur vivendo (e lavorando) da quindici anni nella opulenta, laboriosa e ricca Lombardia, guarda con sempre maggiore preoccupazione agli accadimenti della sua terra d’origine.
L’impressione che si ha è di una regione allo sbando, in cui persino la tenuta degli elementi fondamentali dello Stato-apparato sembra in seria discussione: come diversamente leggere, ferma restando la presunzione di non colpevolezza, la custodia cautelare a carico del Prefetto di Cosenza e per un alto magistrato di Catanzaro? Se a questo si aggiungono i recentissimi “trasferimenti disciplinari” del Procuratore della Repubblica di Castrovillari, dell’Aggiunto di Catanzaro e, infine, quello del Procuratore Generale della Corte d’Appello del capoluogo, allora non può non suscitare sgomento e preoccupazione, peraltro puntualmente segnalati da Nicola Gratteri in una sua recente conferenza-stampa (che, personalmente, ritrasmetterei nelle scuole di ogni ordine e grado della Calabria).
Non oso, poi, aprire il capitolo che riguarda la generale condizione della classe politica calabrese, limitandomi a rinviare alla lettura di un contributo di rara lucidità e conoscenza scritto da un’altra calabrese della diaspora, Ida Dominijanni, che ha sempre guardato con affetto (ma anche con scientifico distacco) alle vicende davvero drammatiche della nostra terra. (Senza politica. La Calabria al voto).
Una regione con la sanità da anni commissariata (dopo che analoghi provvedimenti avevano colpito il settore ambientale e quello della depurazione), con nodi fondamentali (come quello dei rifiuti) non ancora risolti, con il maggior numero (su base nazionale) di Comuni in dissesto economico-finanziario (di recente il provvedimento ha colpito anche Cosenza), ma anche con un numero incredibilmente alto di Amministrazioni sciolte per infiltrazioni mafiose, dovrebbe seriamente riflettere sulla qualità della propria classe dirigente e, anche, sulla necessità di riportare al centro del dibattito la cultura delle regole, non disgiunta da un adeguato e compatibile piano di sviluppo in grado di far crescere le realtà produttive presenti e di crearne di nuove.
Non un libro dei sogni, con finanziamenti a pioggia e “cattedrali nel deserto”, magari provando malamente a imitare altre esperienze, ma un progetto semplice, pragmatico e facilmente realizzabile nel breve e medio periodo, meditato con il fondamentale apporto degli Atenei calabresi, in grado di fornire, quando non imporre, alla classe dirigente scelte, opzioni, obiettivi che trovino un adeguato riscontro scientifico.
A me non pare che il problema della Calabria sia l’assenza dell’alta velocità, ma, semmai, la carenza, peraltro atavica, di un capillare tessuto produttivo in quei settori (agricoltura, turismo, servizi e tecnologie) in cui la competizione (nazionale e internazionale) appare meno feroce (anche in ragione delle nostre peculiarità).
Da Roma, invece, non giungano finanziamenti, inutili, che finiscono per depauperare risorse peraltro scarse, ma risposte adeguate (e durissime, quando necessarie) sulla tenuta, sull’affidabilità, sulla serietà e sulla laboriosità degli apparati dello Stato.

*Ordinario di Diritto pubblico comparato
Università degli Studi di Brescia







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