«È la politica, bellezza… Non un disastro nucleare!»

Romano Pitaro*

È urtante, absit iniuria verbis, la reazione di chi, dopo il voto del 26 gennaio, ergendosi a profeta di sventura, sentenzia la fine di ogni speranza per la Calabria. Tocchiamo ferro! Esasperata, paradossale, ingiusta. Neanche Pippo Callipo, che nella mischia s’è battuto come un leone, generosamente adoperandosi per affermare il suo progetto di Calabria, arriva a trasformare la fisiologica delusione in mestizia funebre. Anzi, è disposto a portare la sfida per il cambiamento in Consiglio regionale.
In verità, domenica non è accaduto nulla di tenebroso da indurre alla negazione del futuro per un’intera comunità che non è tutta mafia, affarismi e brutti ceffi, ma è fatta soprattutto di gente perbene, imprenditori sani, giovani di talento, onesti cittadini che campano le famiglie con sforzi sovrumani perché le distrazioni dello Stato (che permangono anche col Governo Conte II) verso questa parte del Mezzogiorno sono (a partire dal 1861) imperdonabili.
Domenica scorsa si è semplicemente votato, come prevede l’alfabeto costituzionale, per scegliere chi dovrà governare la Regione nei prossimi cinque anni. E, pur essendo comprensibile la delusione di chi si aspettava un esito diverso, non mi pare che i prossimi governanti, legittimati dal consenso popolare, siano dei mostri pronti a sbranare bambini e a spegnere ogni lume in fondo al tunnel della Calabria. Perché sì, come non concordare?, la regione è in fondo al tunnel. Lapalissiano. Ma lo è non dal 26 gennaio e neanche da quando è iniziata la ormai chiusa X legislatura presidiata dal centrosinistra, bensì da tempo immemorabile, a non volerci spingerci oltre perlomeno da almeno due decenni, da quando è stata introdotta l’elezione diretta del Presidente della Regione. Oltretutto, incautamente recitando l’Eterno riposo per la Calabria (commettendo peccato perché la Calabria, grazie a Dio, è viva e pulsante e a suo modo è parte dell’Italia e con grande interesse guarda all’Europa) ed esaltando, al contempo, le virtù democratiche emiliano – romagnole, si annullano le differenze di contesto, storiche, sociologiche, politiche, fra le due realtà (la Calabria, ricordate?, è un pezzo dell’ immarcescibile questione meridionale) e dunque non si dà ragione del perché accadono alcune cose e non altre. Né si colgono, scagliando anatemi sulla Calabria rea di non aver fermato l’avanzata del centrodestra, le risultanze del voto che, dal punto di vista di chi considera il sovranismo-salvinista il male assoluto e il resto del sistema acqua santa, sono soddisfacenti: la Lega domenica non ha sfondato; in Calabria il blocco liberale di Forza Italia resiste e anzi amplifica i consensi; il Pd, nonostante la crisi che lo attraversa in profondità, è il primo partito e Pippo Callipo col suo brand di rettitudine e ottime pratiche imprenditoriali, anziché mandare i calabresi alla malora resta in Consiglio a battagliare. Insomma, dopo il voto si apre una fase in cui a governare è il centrodestra, che avrà una bella gatta da pelare e dovrà pedalare se non vuole lasciarsi sommergere dalle “emergenze” vecchie e nuove e il centrosinistra va all’opposizione. E l’opposizione non è l’orlo del baratro. Ma l’occasione, se fatta con rigore politico e serietà legislativa, per controllare l’attività dell’Esecutivo e preparare, con proposte innovative e performanti, la rivincita nel 2025. Il voto del 26 gennaio, semmai, uccide la speranza di chi il popolo è abituato a scrutarlo dall’alto in basso, non certo la fiducia della Calabria per un futuro migliore. È la politica, bellezza! Con i suoi alti e bassi, le imperfezioni, errori, scorrerie, i tornanti a volte esaltanti altre maleodoranti che tra non molto diverranno storia. Non un disastro antropologico-nucleare!

*giornalista







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