«Paesi che muoiono…di troppi “lavori”»

di Tommaso Greco*

Anche se sembra incredibile a dirsi, ci sono paesi, nel nostro Sud, che muoiono per sovrabbondanza di soldi e per mancanza di attenzioni. Sono come persone che soffrono di solitudine e che invece di vedersi arrivare quei gesti quotidiani che potrebbero farli sentire meno soli, vengono trattati con potenti dosi di psicofarmaci che gli facciano dimenticare il loro male, e che li portano prima alla follia e poi rapidamente alla morte. Ciò che li dovrebbe curare secondo dottori improvvisati e inesperti, è ciò che li fa morire. Incapaci di fare una diagnosi attenta e veritiera, questi falsi dottori sbagliano anche la terapia, e così mandano il paziente direttamente al cimitero.
Questo accade quando ai nostri paesi, che indubbiamente soffrono di solitudine e di abbandono, vengono iniettate potenti dosi di lavori pubblici, che hanno il solo effetto di ingigantire la solitudine e rendere ancora più evidente l’abbandono. Qui non è in gioco, si badi bene, la spesa inutile ed elefantiaca; non sono in ballo i ragionamenti su “chi ci guadagna” (perché qualcuno ci guadagna sempre, e lo sappiamo). Certo, di questo si deve necessariamente parlare. Ma qui è in gioco, innanzi tutto, ciò che la politica dei grandi lavori nasconde: e cioè, l’assenza totale di quella politica dell’attenzione quotidiana, che invece è quella che ci vuole per salvare i piccoli paesi.
Perché ciò di cui questi hanno bisogno è di avere spazi e momenti di condivisione e di socialità, e invece i luoghi dove la condivisione e la socialità si potrebbero realizzare vengono chiusi, dimenticati o resi impraticabili.
Abbiamo giovani che vorrebbero coltivare i loro sogni di futuro, e vorrebbero possibilità di crescita e di cultura, e invece non gli viene offerto altro che di rimanere soli con il loro telefono cellulare.
Le famiglie vorrebbero far crescere i loro bambini in un ambiente vivo, oltre che sicuro, fuori dalle loro case, nelle strade e nelle piazze, perché sanno — lo hanno sperimentato in tempi più semplici e felici, anche se più poveri — che il senso della comunità è fondamentale nella crescita di ognuno; invece sono costrette a pensare che non devono fidarsi di ciò che c’è “là fuori”, perché i paesi sono diventati luoghi poco raccomandabili.
Ci sono ragazzi che hanno bisogno di uno spazio dove praticare sport con entusiasmo e continuità, ma si trovano davanti a mille scuse per evitare che possano farlo veramente. Perché gli impianti possono aspettare, e non c’è alcun bisogno di fare manutenzione. E quel poco che c’è basta e avanza per i tornei fatti una volta l’anno, quelli che servono per mettersi in mostra d’estate, e chi s’è visto s’è visto.
I bambini, i ragazzi, i giovani, avrebbero bisogno di una biblioteca dove studiare e scoprire cose nuove, e magari farsi venire qualche idea da realizzare insieme in futuro; ma proprio questo fa tanta paura: le idee nuove, e soprattutto le idee condivise, sono pericolose per chi nello status quo ha trovato di che arricchirsi.
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di una banda dove imparare la musica e nella quale realizzare quella straordinaria esperienza che è il suonare insieme. Ma perché sforzarsi di creare una cosa che rischia di portare conflitti e invidie? È meglio lasciar stare pure questa.
Gli studenti universitari sarebbero contenti di avere uno spazio nel quale recarsi a studiare, quando tornano a casa e magari devono preparare un esame. Ma che ragione c’è di farli stare insieme nello stesso luogo, nel quale possono scambiarsi esperienze, e magari parlare del futuro del paese e di ciò che loro potrebbero fare per migliorarlo? Meglio che stiano ognuno a casa loro.
Gli anziani…ah, ci sono anche e soprattutto gli anziani. I quali vorrebbero solo un posto dove potersi sedere per fare due chiacchiere, magari facendosi trafiggere da un raggio di sole, e invece devono trascinare i loro passi nella polvere e nel fango prodotti dai megalavori delle meraviglie. E tanti di loro decidono che è meglio il cantuccio del focolare.
Le piccole aziende che rendono vivo il tessuto economico di un piccolo paese avrebbero bisogno di uno spazio per valorizzare i loro prodotti, facendoli conoscere nel territorio; ma anche qui, meglio che ognuno si arrangi e faccia da sé. C’è infatti chi si fa centinaia e centinaia di chilometri per portare fuori i suoi prodotti, e molta gente del Nord gliene è grata, ma in paese non ci sono spazi dove si possa tenere un mercato dell’agricoltura e dell’artigianato locale, e che possa essere un polo di attrazione per la gente che vive dentro e fuori il paese. Troppo complicato il solo pensarlo.
La gente — sì la gente, il popolo, insomma quelli che votano — ha bisogno di lavorare; magari alcuni potrebbero mettersi insieme, creare una bella cooperativa per produrre le eccellenze locali (e ogni luogo ce ne ha all’infinito). Ma perché incentivarli e ancora una volta insistere con la cooperazione, portando le persone a fare qualcosa insieme? Non è mille volte meglio tenerli separati e contrapposti l’uno all’altro, offrendo loro il sogno di un bel “posto”, come nei film di Checco Zalone, e pace se poi questo posto non arriverà mai, perché c’è sempre qualche inghippo che blocca le procedure? I sogni non sono sufficienti per andare avanti nella vita?
I centri storici, anche loro, hanno bisogno di essere amati e curati, innanzi tutto mantenendoli coerenti con la loro storia architettonica e urbanistica, ma questo richiede di dover dire dei no, e come si fa a dire di no a chi ci ha votato? Chi se ne frega dei centri storici e di come saranno tra cent’anni? Saranno problemi di chi ci sarà allora, se esisteranno ancora i centri storici, cosa di cui in certi paesi c’è da dubitare.
In compenso, possiamo proclamare ai quattro venti che sono arrivate alcune centinaia di migliaia di euro per il progetto tal dei tali, duecentomila per quell’altro progetto, e così via di annuncio in annuncio. La sede della Regione è un vero e proprio set (auto)fotografico dove sindaci trionfanti annunciano di aver ottenuto grandi successi. Così, si sistemerà la piazza, che sicuramente (forse) verrà più bella che in passato ma non ne aveva bisogno, e si sistemerà anche la strada. Però non la strada che magari necessita davvero di un intervento; quella la facciamo aspettare un altro poco (se ha aspettato fino adesso, allora vuol dire che può aspettare ancora). Intanto sistemiamo la strada che porta alla campagna di coloro che ci hanno votato, così facciamo vedere che siamo gente che mantiene le promesse. Non è così che fanno i galantuomini?
Il problema vero, allora, è che la politica dei grandi finanziamenti e dei grandi lavori, questa politica tanto propagandata dai sindaci di molti paesi meridionali (non tutti, per fortuna, ci sono diverse e lodevoli eccezioni), ci fa dimenticare l’ossigeno di cui abbiamo bisogno tutti i giorni, e questo ossigeno è fatto di due cose fondamentali: la socialità e la cultura. Due cose che fanno paura agli amministratori. Perché la socialità fa stare insieme le persone, e quando le persone stanno insieme fanno quella cosa tanto pericolosa che è il parlare, e così finisce che parlino di ciò che si fa e di ciò che non si fa. E la cultura dà alle persone quegli strumenti che gli permettono di vedere che la realtà può essere diversa, e che la realtà nella quale esse vivono può essere migliorata e messa in discussione.
Questo è l’ossigeno, e senza ossigeno si muore. Infatti, ci sono paesi che muoiono. Finché gli spazi che abbiamo a disposizione non saranno valorizzati per coltivare le relazioni e la cultura, allora non c’è iniezione di soldi che possa salvare i nostri paesi.
Non ci meravigliamo dunque se anche le feste sono sempre più tristi; non rimaniamo sorpresi se intorno al fuoco di Natale, che ogni anno si accende nella piazza centrale, non rimane più nessuno a condividere quel momento che un tempo era sacro. La gente ormai è disillusa, non crede più che si possa migliorare, o che si possa tornare ai bei tempi di una volta. Perciò preferisce stare a casa, dove gli amministratori sono ben felici di farla restare. Tanto loro hanno sempre un posto migliore dove passare le loro serate e le loro feste; frequentano i posti “giusti” dove fare grandi scampagnate tra “amici”. E se il paese muore del tutto… beh, c’è qualcuno a cui importa veramente? Se gliene importasse, alla gente, lo si vedrebbe al momento delle elezioni. E invece…..pare proprio che dei nostri paesi non importi proprio più niente a nessuno.

*Docente Università di Pisa







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