«Quel che non c’è nel Piano per il Sud»

di Romano Pitaro*

Il Sud sempre fa notizia e la Calabria, Sud del Sud, ancor di più. Sarà per questo che il governo ha scelto Gioia Tauro per illustrare il suo Piano per il Sud. Fa notizia il Sud e suscita (al solito) promesse mirabolanti e frasi intriganti da fare invidia – facendo la tara delle ovvietà tipo: “Se si salva il Sud si salva il Paese”; “Sud aperto al mondo nel Mediterraneo” (e qui riecco l’impegno per le Zes, che non sono zanzare tigri ma le Zone economiche speciali) – a quell’inventore di metafore geniale che è il Censis di De Rita. Oggi dunque è il “Piano per il Sud 2030” del premier Conte e del ministro Provenzano lanciato con intenti edificanti: “A Gioia Tauro abbiamo aperto il cantiere dell’Italia del futuro”. Wow! Ieri (2015) è stato il “Masterplan per il Mezzogiorno” (hashtag #zerochiacchiere) di Renzi (e a seguire di Gentiloni) a cui non mancava certo il gusto delle definizioni sapide e rotonde. E andando a ritroso, si può riscontrare che, in effetti, mai è mancato l’impegno ad aggredire i guasti meridionali. Neanche ai tempi di Berlusconi premier che, persuaso della necessità di dare al Sud oltre al pane e al companatico anche i sogni, spingeva sul faraonico progetto del Ponte dello Stretto di cui si parla dai tempi del console romano Lucio Cecilio Metello che lo voleva per consentire il passaggio di 140 elefanti sottratti al generale cartaginese Asdrubale.
Naturalmente il Piano decennale di Conte e il Masterplan di Renzi non sono foglietti volanti, ma corposi elaborati a cui non difetta la scientificità metodologica: analisi puntuale del disastro sociale, infrastrutturale e ambientale che strangola il Sud e rimedi calibrati con tanto di risorse affiancate: pesa 123 miliardi (fino al 2030) il Piano Sud del governo. Mica bruscolini. E ce n’è per tutti: 300 milioni per i comuni del Sud, 23 milioni per quelli calabresi “da spendere subito”. Reca con sé, inoltre, salvo riscontrare che ciò accada davvero, l’obbligo di destinare al Sud il 34 per centro degli investimenti nazionali. Finalmente!
Sarebbe interessante, però, comprendere se il Piano Conte sostituisce o si aggiunge al Programma renziano sulla base del quale a suo tempo il governo ha costruito non uno ma ben 16 Patti per il Sud di cui 8 con le singole Regioni meridionali. E, perché no?, capire a che punto sono giunti quei Patti.
Il Piano Conte nella sua onnicomprensività non tralascia neppure la fuga dei giovani dal Sud, ma non è che nel Programma del governo Renzi mancasse la cura per quell’emorragia. Anzi, venne istituita la misura “Resto al Sud” data in gestione ad Invitalia con l’obiettivo di incentivare i giovani all’avvio di attività imprenditoriali con una dotazione finanziaria di 1 miliardo e 250 milioni di euro a valere sul Fondo Sviluppo e coesione. Ecco, piacerebbe capire se ha dato speranze ai giovani meridionali o se è rimasta invischiata nella lentocrazia o addirittura fallita. Non si sostiene, per carità – come scrive il Riformista- che il Piano Conte è vecchio di venti anni. L’intenzione è delle migliori, salvo non sia la classica trovata mediatica per sviare l’attenzione dalle scosse telluriche che minacciano il governo, e poi, con l’Italia in totale confusione, nessuno può illudersi che Conte o chi per lui disponga della bacchetta magica. Però sarebbe ora che, discutendo di Sud, si andasse oltre la retorica del Sud abbandonato a cui inoculare spesa pubblica e raccomandazioni legalitarie e si iniziasse a restituirgli “l’antica dignità di soggetto di pensiero”. Nel bene e nel male. A concepirlo come una realtà variegata che va resa protagonista (e non destinataria inerte) delle scelte da farsi. Un Sud da ascoltare, soprattutto quando indica le inadempienze dello Stato che si perpetuano con ostinazione. Non si dà fiducia a chi promette Alta velocità e un Sud disincagliato da emergenze vecchie e nuove, ma non risolve il risolvibile. Sarebbe stata molto gradita, per esempio, una visita di Conte e dei due ministri scesi in Calabria a Le Castella di Isola Capo Rizzuto, dove la fortezza aragonese, simbolo delle bellezze storiche della Calabria, resta chiusa nel pieno disinteresse del Ministero competente. Sarà per un’altra volta.

*giornalista







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