«Le tre rivoluzioni che servono alla Calabria»

di Ettore Jorio*

La Calabria ha fatto il giro di boa, quello che si concretizza ogni cinque anni e che fino ad oggi non ha cambiato nulla. Per ragioni egoistiche tutti i calabresi hanno il dovere, prescindendo da chi hanno votato, di augurarsi questa volta di capitalizzare un utile cambiamento di rotta e il conseguimento di qualche significativo traguardo.

La cassetta degli attrezzi
C’è una Presidente, di per sé significativo. La prima donna chiamata a governare la Calabria, ma finalmente anche una Regione del Mezzogiorno.
C’è un assessore, sub condicione del rilascio dell’apposito nulla osta, che è comunque garante del rispetto delle leggi, sperando che lo sia anche delle politiche ambientali. Ci sono nomi in circolazione che hanno fatto onore alla nostra regione e al Paese per i risultati scientificamente conseguiti.
C’è tanto lavoro da fare nel completare i quadri politici e burocratici. Un impegno duro della presidente Santelli, difficile da portare avanti soprattutto con i «no» da imporre ma anche con i «si» attraverso i quali ricostruire tutto ciò che gli altri hanno distrutto. Per farlo occorrono idee chiare sulla programmazione, sulle leggi da approvare, anche a modifica di quelle che disegnano l’essere dinamico della Regione, specie di quella parte che è servita a soddisfare i comodi dei preposti e dei nominati, sulla rete dei controlli da imporre per garantire le dovute certezze per cittadini, fornitori e organico regionale, su come bonificare il bilancio e su quale destino assegnare alle partecipate, alcune delle quali bollite e altre piene di cadaveri nell’armadio. Non solo. Su come realizzare, finalmente, una Regione leggera che si spogli della gestione in favore dei Comuni e impari soprattutto a programmare il suo migliore futuro. E ancora. Su cosa fare per superare l’attuale stallo amministrativo, che ha incartapecorito le attività regionali ferme al palo, che rendono improduttiva la burocrazia a causa di una politica incapace di decidere e imporre il cambiamento.

Necessita un nuovo ordine delle cose da fare
Per un altro verso, non affatto meno importante del primo, anzi funzionale ad esso, necessitano però tre rivoluzioni tendenti a stravolgere la sua esistenza istituzionale e la sua produttività: quella delle parole, quella delle pretese, quella della mentalità.
La rivoluzione delle parole costituisce la chiave dello scrigno comunicativo. L’esercizio della politica dedicata al governo delle istituzioni territoriali, delle quali la Regione è senza ombra di dubbio la più importante e più difficile da «domare», esige che venga caratterizzato da un alto grado di comprensibilità e di trasparenza. Ciò allo scopo di materializzare un diverso rapporto tra il decisore pubblico e i governati, sempre di più distanti dalle stanze di tutti, divenute (ahinoi!) di pochi, ma costretti a sopportare le ricadute negative, in termini di servizi e di maggiori prelievi fiscali.
Modificare il linguaggio, ricorrendo ad un vocabolario semplice e accessibile a tutti, nessuno escluso, è dunque il primo dovere verso una collettività, oppressa e mantenuta a distanza, ma anche sul piano dell’adozione degli atti rendendoli digeribili dai destinatari e verificabili dai cittadini, quanto ad utilità pubblica. Il modo, questo, per rendere l’istituzione attrattiva e persino simpaticamente vicina al soddisfacimento dei fabbisogni primari.
La rivoluzione delle pretese è quanto occorre ad una Regione che vuole cambiare il proprio passo. Una modalità che non ha affatto rappresentato la prerogativa che ha distinto la Calabria, abituata a «mendicare» risorse allo Stato e, di conseguenza, «obbligarsi» politicamente verso il mediatore. Il pretendere quanto spetta per divenire uguali nella percezione dei diritti fondamentali costituisce l’obbligo irrinunciabile di chi esercita funzioni pubbliche regionali, indipendentemente se di maggioranza o di opposizione, anche extraconsiliare. Rappresenta il grimaldello per «scassinare la cassa statale» indispensabile per assicurare l’esigibilità dei diritti delle persone, sconosciuti alle nostre latitudini dai ceti meno abbienti. La trattativa volta a concepire il regionalismo differenziato sarà l’appuntamento da partecipare con i giusti saperi e la volontà di dare una svolta alla Calabria, specie onorando al dibattito politico propedeutico all’approvazione, prima in Consiglio dei ministri (presumibilmente martedì prossimo) e poi in Parlamento, del disegno di legge quadro c.d. Boccia.
La rivoluzione della mentalità, infine, è ciò che non può mancare. Per farlo occorre che il decisore pubblico dia il via alla «raccolta differenziata» delle vecchie abitudini di collezionare il consenso a tutti i costi. La verità, ma soprattutto il coraggio di manifestare i problemi, anche se grossi e preoccupanti, diventano il metro dimostrativo della voglia di misurarsi e la prova di impegnarsi a lottare per il cambiamento. Il tutto a costo di perdere gli applausi nel mentre e allo scopo di rimediare realisticamente ai mali che affliggono da sempre la Calabria e i calabresi.

*docente Unical







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