«Coronavirus, perché la Calabria è (molto) in ritardo»

di Domenico Minniti*

Gentile Direttore,
temo che la Calabria sia in ritardo, dannatamente in ritardo, rispetto alle strategie da adottare in merito all’epidemia di Covid-19. Le rassicuranti parole, come si legge sui media, del direttore del dipartimento Tutela della salute Antonio Belcastro, sullo stato delle nostre strutture, se da un lato possono sortire un effetto positivo sulla potenziale psicosi collettiva, dall’altro non rendono certo ragione delle criticità che il Covid-19 potrà generare alle nostre latitudini.
Le strutture della Lombardia, che per uomini e risorse economiche, diciamocelo pure, non sono neanche lontanamente paragonabili alle nostre, stanno reggendo con difficoltà l’onda di piena, e rischiano di implodere, speriamo naturalmente di no, se la crescita dei casi continuerà ad essere esponenziale.
Siamo in ritardo. Sì, in ritardo. Voglio diventi un mantra. In colpevole ritardo. Tanto colpevole che qualcuno dovrà pur risponderne, tra decisori passati, presenti e futuri, una volta passato lo tsunami.
La criticità, oggi, non è quella di allestire posti letto per accogliere i pazienti autonomi dal punto di vista respiratorio. Basterà, spero, una volta saturati i posti disponibili, trasformare temporaneamente parte delle unità operative chirurgiche in mediche.
La sfida, quella dura, sarà gestire, nelle terapie intensive, i pazienti compromessi.
Tecnologicamente, le Rianimazioni, in Calabria, hanno poco o nulla da invidiare a quelle della Lombardia, del Veneto o dell’Emilia Romagna, ma…
In tempi non sospetti avevamo già segnalato, a proposito delle nostre terapie intensive, due grosse criticità: da un lato l’insufficiente numero di posti letto, ben un terzo in meno rispetto al necessario se considerassimo come standard di riferimento la Lombardia, in questo momento obbligatoriamente nostro benchmark e dall’altro la carenza dei medici anestesisti rianimatori, specialisti della cui infungibilità i decisori politici, purtroppo, si rendono conto quando solo quando ormai è troppo tardi. Avevamo già lanciato un ben preciso segnale d’allarme, legato alle precarie condizioni di lavoro dei medici anestesisti rianimatori calabresi, in affanno perché gravemente sotto organico nella quasi totalità degli ospedali della regione, per un deficit stimato in un centinaio di unità. Quello accadeva in tempo di pace. Mi domando (la domanda, è naturalmente solo retorica) cosa succederà appena tutto il territorio, dal Pollino all’Aspromonte, dallo Ionio al Tirreno sarà teatro di guerra.
In questo momento, in ogni caso, non c’è tempo per recriminare con i “te l’avevo detto”. È l’ora di agire e di farlo in fretta.
In una recente riunione in dipartimento Tutela della Salute ci si è limitati al censimento dei posti di terapia intensiva ed a come eventualmente incrementarli. Tutto qui? Mi sarei aspettato la costruzione ragionata di una ben precisa strategia difensiva. I dati che provengono dalle terapie intensive delle regioni colpite non sono per niente confortanti, anzi. E se l’onda lunga del Covid-19 non si infrangerà in qualche modo sui frangiflutti della prevenzione, unica arma a nostra disposizione, temo proprio che i salvagenti non saranno sufficienti per portare tutti a terra.
Non è possibile che in dipartimento si pensi alle nostre Rianimazione solo come contenitori da riempire al momento, con la logica del “chi tardi arriva male alloggia”. Le nostre poche risorse, è necessario siano adeguatamente ottimizzate. E questo dev’essere pianificato immediatamente. Dal dipartimento Tutela della Salute mi aspetto che riconvochi rapidamente i responsabili delle Terapie intensive ed i responsabili delle Centrali Operative perché venga urgentemente elaborato un percorso Covid-19, secondo la metodologia Hub & Spoke già adottata in regione per il trauma, lo stroke, l’infarto acuto del miocardio e lo Sten, ad esempio. Un percorso che, attraverso regole semplici e chiare stabilisca come dovranno interagire, al momento opportuno, le reti territorio, emergenza-urgenza ed ospedaliera. Stabilire chi dovrà farsi carico dei Covid-19 e chi dei pazienti non Covid-19 che dovranno essere trasferiti per far posto ai primi. Con specifiche matrici di responsabilità, per non lasciare nulla al caso. E magari inviare subito qualcuno in Lombardia per cercare di far tesoro, sul campo, delle loro esperienze ed immaginare se ed in che modo poterle contestualizzare alla nostra realtà.
Francamente la percezione che invece ho, attualmente, è quella di una strategia per compartimenti stagni: ognuno organizzi il proprio Fort Apache al meglio delle proprie possibilità e si salvi chi può, in barba al concetto di reti e di sinergie e soprattutto alla faccia di strategia, tattica, pianificazione ed organizzazione richieste quando ci si appresta ad arginare le maxiemergenze.
Diamoci una mossa, forse abbiamo ancora qualche margine per tentare di recuperare. E speriamo che non sia l’ennesimo warning disperso nel vuoto.

*Presidente AAROI EMAC sez. Calabria
Associazione Anestesisti Rianimatori Ospedalieri Italiani – Emergenza ed Area Critica







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