«Tutti ai domiciliari, ma ce la siamo cercata»

di Franco Laratta*

Siamo tutti ai domiciliari. Ci sta bene, ce la siamo cercata. Popolo di pecoroni, evasori spudorati, incapaci di rispettare le norme, pronti ad assaltare i supermercati senza ragione, lasciare le zone rosse o arancioni per mettersi in fila e andare a sciare, incapaci di rinunciare alla movida romana o ad una serata ai Navigli di Milano.
Abbiamo, giustamente crocifisso i ragazzi calabresi in fuga da Milano: irresponsabili!
Ma tutti gli altri sono stati da meno?
Quanta tristezza nel vedere quei treni stracolmi, quei ragazzi presi dal panico, dalla paura. Scelte irragionevoli e molto pericolose.
Ma poi ho letto la disperazione di una mamma, Rita Treglia: «Quando ho saputo che Padova era zona rossa ho pianto. Mio figlio vive lì. Da quando è esploso il Coronavirus mi ha detto: “Mamma io non scenderò neanche per Pasqua e tu non sali». L’amore è protezione dei più fragili, in questo caso lui protegge me. Così si fa».
L’ironia in un tweet di Ciccio Rosina è micidiale: «I meridionali che stanno tornando al sud non scappano da nessuna guerra e inoltre sono tutti palestrati e con cellulari di ultima generazione. Io direi di bombardare i treni».
E c’è un tale “Dyd”: «Ho mia sorella nella zona rossa a Modena, mia mamma, mia sorella e tanti parenti e amici giù in Calabria. Nessuno di noi si muove per senso di responsabilità verso tutti.
Perché si può scegliere di farlo funzionare il cervello oppure no».
Ivan accusa: «Io non sono in zona rossa, ma vicino. Ho la TL di IG con tutti a sciare o in montagna a camminare. Mi è balenata l’idea che il pirla sono io. Boh».
Un tweet molto bello e responsabile del giovane ingegnere calabrese a Milano, Giovanni Romano: «Un consiglio al Sud, ai miei compaesani, a tutti i miei amici giù. Non minimizzate il problema, avete la possibilità di non fare crescere il contagio perché sapete di più di quanto si sapeva qui in Lombardia 14 giorni fa. No allarmismo, ma allarmati sì! Dalle azioni di tutti noi potrebbe dipendere la vita di un nostro caro più debole. Fate attenzione!».
Questi ragazzi, per lo più calabresi che lavorano a Milano e in Lombardia, sono l’espressione più bella di chi ha responsabilmente deciso di rimanere (la stragrande maggioranza), certamente con grande sofferenza.
Quelli che sono “scappati” di notte da Milano per prendere l’ultimo treno per il Sud sono certamente irresponsabili, vero, ma è terribile fucilarli al grido di “vermi”!
«Sì, sono andata via di notte, ma non lavoravo da due settimane, non avevo più dove dormire, ho chiesto una mano, un aiuto, un letto per dormire, ma tutti avevano problemi, tutti! Cosa potevo fare, cosa?». Giovanna è una ragazza di Cosenza, aveva trovato lavoro qualche mese fa nei pressi di Milano, ma con il diffondersi del coronavirus, l’azienda è crollata. Licenziata in tronco. Appena arrivata ha denunciato il suo rientro e si è isolata nella casa di famiglia di un paesello del Cosentino.
«Ero a Milano per una visita programmata da settimane. Non sto bene. Sono rimasta tre giorni e sabato sera sono ripartita. Non potevo permettermi di restare a Milano, assolutamente. Ho letto gli insulti sui social. Sono rimasta scioccata», scrive Marianna di Lamezia.
Bella e commovente la testimonianza di una mamma di Cosenza, Silvana Gallucci: «Ho avuto forte la tentazione di dire a mio figlio, che vive a Milano, di rientrare con il primo aereo. Tre anni fa abbiamo attraversato il nostro tunnel personale e con fatica, dolore e coraggio ne siamo usciti temprati ma più forti. L’istinto di protezione nei suoi confronti è stato fortissimo e, penso, umanamente comprensibile. Come famiglia ci siamo stretti in un abbraccio virtuale e, di comune accordo, abbiamo deciso che nostro figlio sarebbe rimasto a Milano. Alla luce dell’insensato esodo verso il Sud, capisco che abbiamo fatto la scelta giusta. Difficile ma giusta. Qui vivremo momenti ancora più difficili e Ruggero, rimanendo lì, ha evidenziato non solo senso civico, ma, paradossalmente, tutela della propria salute».
La drammatica testimonianza di una giovanissima infermiera calabrese a Milano, alla sua prima, vera e drammatica esperienza: «Ho letto molti post su Facebook da parte dei miei concittadini che insultano, aggrediscono (verbalmente) e dipingono in tutti i modi i ragazzi che stanno facendo ritorno nella terra d’origine. Io sono un’infermiera che lavora in prima linea, sto a contatto tutti i giorni con persone positive al Covid-19 e riesco a leggere la paura nei loro occhi e loro percepiscono la mia. Ebbene sì: HO PAURA, ho paura ogni volta che apro gli occhi e so che devo recarmi a lavoro, paura che potrei essere contagiata anche io se non tolgo camice, guanti e mascherina nel modo corretto, e di conseguenza contagiare tutte le persone a cui voglio bene! L’unica cosa che mi darebbe forza è vedere il viso dei miei genitori, anche attraverso un vetro o a 10 metri di distanza, mi basterebbe solo vederli, ma so che ciò non è possibile, almeno per il momento. Spero solo che chi è sceso nella propria terra si metta in quarantena, lontano da tutti. Ma non fate di tutta l’erba un fascio!».
Ora tutto è finito, nessuno sale, nessuno scende. Mai come ora l’Italia è unita: dalla sua incapacità di agire per il bene collettivo. Tutti rossi, tutti fermi, nella speranza che al Nord come al Sud rinasca un paese migliore.

*Giornalista, già parlamentare





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