«Covid-19 e inquinamento, l’intuizione di un ingegnere cosentino»

di Franco Laratta*

Là dove funzionano impianti di incenerimento dei rifiuti solidi urbani si registrano importanti casi di infezione da Covid-19.
Prende forma dall’idea dell’ingegnere cosentino Eugenio Rogano che in questi giorni di riposo forzato ha messo insieme la sua esperienza universitaria sullo studio delle cinetiche di formazione delle diossine negli impianti di termodistruzione dei rifiuti, con una serie di pubblicazioni internazionali.
Le notizie provenienti dall’Olanda che mettono in relazione la predisposizione al Covid-19 con la tipizzazione linfocitaria e, in particolare, alla quantità dei Linfociti T CD8 indicando una soglia di preoccupazione qualora la quantità dei linfociti T suppressor (CD8) risulti superiore alla quantità dei linfociti T Helper (CD4).
I risultati di un recentissimo lavoro di ricerca ( “Post C.M., Boule L.A., Burke, C.G., O’Dell C.T., Winans B., Lawrence B.P. (2019) . The Ancestral Environment Shapes Antiviral CD8+ T cell Responses across Generations. iScience; doi: 10.1016/j.isci.2019.09.014”) che, monitorando la maturazione della citotossicità dei linfociti TCD8+ in seguito ad un’infezione volontaria delle prime vie aeree su topi contagiati con il virus dell’influenza, ha palesato una compromissione nella funzionalità dei CTL nei soggetti precedentemente esposti alle diossine, caratterizzati da una risposta immunitaria molto debole, rendendo i topi in questione più soggetti a patologie respiratorie anche per le generazioni successive.

Considerato che una fonte rilevante di emissione delle diossine risulta essere il processo di termodistruzione dei rifiuti solidi urbani l’idea è stata quella di confrontare una mappa dei contagi con quella della distribuzione degli impianti, mostrando una corrispondenza elevatissima.
Tutto questo è un’idea che potrebbe essere, se confermati i dati scientifici, piuttosto sensazionale.
E proprio nell’ultimo numero dell’Espresso le ipotesi dell’ing. Rogano sembrano trovare conferma: «C’è un comune denominatore tra l’esplosione dell’epidemia in Cina, Sud Corea, Iran e Italia del Nord: la qualità dell’aria (da Business Insider Italia)».
«Sembra che il Covid-19 colpisca più duro nelle aree più inquinate (anche se lo stop all’inquinamento salverà decine di migliaia di vite)», scrive Mariella Bussolati. «Non sarebbe un caso infatti se il coronavirus è riuscito a procedere molto velocemente proprio in aree a grande concentrazione industriale, dove l’aria ha una qualità pessima. Già studi sulla Sars del 2003 avevano confermato che aveva ucciso più persone nelle regioni cinesi più inquinate. Avevano trovato un’associazione, non identificato una causa, ma i dati epidemiologici di questi giorni parlano chiaro: chi ha già i polmoni messi alla prova da altre malattie o dal tabacco, ha maggiori rischi».

*Giornalista, già parlamentare







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