«Questa non è una guerra e il virus non è un nemico»

di Francesco Bevilacqua*

Ci siamo ricascati tutti, politici, governanti, scienziati, gente comune. Nella più totale impreparazione rispetto ad un evento che pure era stato preceduto da altri analoghi e perfino immaginato da scrittori e registi distopici (la letteratura distopica immagina un futuro in cui si esasperano i problemi attuali delle nostre socità), non abbiamo saputo far altro che evocare la guerra. “Siamo in guerra”, “stiamo combattendo un nemico invisibile”: queste le frasi ricorrenti in quasi tutti i discorsi, senza distinzioni ideologiche o culturali. E tanto è più vero se poniamo mente a qualche elemento altamente significativo del comportamento umano in questo frangente. Primo, quasi dappertutto sono scesi in campo gli eserciti. E’ vero: per costruire ospedali da campo, per presidiare le città messe in quarantena. Ma i toni enfatici da chiamata alle armi che hanno accompagnato l’uso dei militari sono tipici della mobilitazione da stato di guerra. E questo, nelle intenzioni di chi governa, dovrebbe servire a gestire il bisogno del popolo di sentirsi difeso e protetto. Secondo, nella nazione più paradigmatica dell’occidente opulento, gli USA, la gente ha preso d’assalto le armerie. Si, certo, perché teme di essere aggredita da persone disperate. Ma non solo: l’avere un’arma a portata di mano, ancora una volta, rassicura il cittadino americano medio, abituato, come nel mitico Far West, a farsi giustizia da solo. Non è forse vero che le fiction più gettonate nelle TV di tutto il mondo sono quelle americane cosiddette d’azione, dove il minimo che puoi vedere è un terminator che sparacchia a destra e a manca con versioni fantascientifiche di un fucile a pompa? Terzo, la misura più comune adottata da governanti nazionali e locali è la “chiusura” (leggi “fortificazione”, “separazione”) delle città e dei paesi. Quasi che con un banale decreto basti per “chiudere” – fuori o dentro, a seconda dell’effetto che si vuol creare – il virus, il contagio, i contagiosi. Quarto, l’atteggiamento più diffuso in mezzo alla gente è quello di cercare il colpevole del contagio, l’untore. Né è testimonianza, ad esempio, il tentativo dei meridionali di respingere il flusso dei disperati – anch’essi meridionali – che vorrebbero tornare alle loro case dopo il disastro accaduto al Nord Italia. Anche qui con l’illusione che il respingimento degli untori serva a proteggere le regioni del Sud dal contagio, quando invece il virus è da tempo ovunque – anche nelle regioni del Sud – e l’OMS è stata costretta a dichiarare lo stato di pandemia. Potrei continuare a lungo per dimostrare come il modello culturale scelto dall’uomo per gestire questa vicenda è quello del conflitto militare: il più facile, il più semplice, il più a buon mercato fra i modelli che evocano i concetti di difesa e di protezione. E il caposaldo di questo modello è la proiezione della paura su un’entità esterna che è, per l’appunto, il nemico, in questo caso il virus. La stessa cosa accadde all’indomani dell’attentato del 2001 alle torri gemelle di Manhattan: pur trattandosi di un attentato terroristico come altri ne avvennero, prima e dopo, in tutto il mondo, il paese simbolo dell’Occidente, sempre gli USA, ingaggiò una lunga, sanguinosa, destabilizzante guerra in Afghanistan per esorcizzare il demone di un evento che si sarebbe potuto evitare con azioni di prevenzione, previsione ed intelligence. Ma in questi modelli culturali hanno anche un’altra valenza: spostare il focus dell’opinione pubblica dal problema reale, tutto interno alla società, ad un nemico esterno più o meno individuabile. Questo fenomeno collettivo fu spiegato molto bene da Elias Canetti, premio Nobel per la letteratura nel 1991, in “Massa e potere”, del 1960. Nelle prime pagine del libro Canetti spiega come la massa umana tema di essere aggredita dall’ignoto e come essa ami rappresentarsi come una fortezza assediata, dove però al nemico schierato oltre le mura difensive, si aggiunge un nemico ancor più subdolo, interno alla massa stessa. “La cerchia delle mura – scrive Canetti – viene costruita sempre più stretta mentre le cantine dall’interno sono sempre più minate”. E qual è il nemico interno che si assiepa nelle cantine del nostro mondo minacciato dal Covid19? E’ la prosopopea scientista, la presunzione cioè che scienza e tecnica (l’insieme cioè degli strumenti a disposizione della scienza) siano sempre e comunque capaci di rimediare a qualunque cosa. Anche ai danni prodotti dall’uomo alla Terra ed all’umanità stessa. Anche alle malattie. E perfino alla morte, che, secondo l’ideologia “transumanista” altro non è che una malattia, per la quale, prima o poi si troverà una medicina: tanto è viva questa fiducia nel genio umano che molti ricconi si sono fatti crioconservare, da morti, nel gelo, in attesa di essere resuscitati quando si troverà una medicina per la malattia morte. Ci era cascato, nel 2015 anche uno studioso illuminato e critico verso l’antropocentrismo come Yuval Noah Harari, il quale all’inizio del suo libro “Homo deus” aveva incautamente ed ottimisticamente scritto: “La maggior parte delle persone di rado ci riflette, ma da qualche decennio siamo riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze, guerre. Di sicuro questi problemi non hanno ancora una soluzione definitiva, ma da incomprensibili e incontrollabili forze della natura sono stati trasformati in sfide che possono essere affrontate”. Anche Harari è stato servito: il Covid19 è ricomparso esattamente come una forza incomprensibile ed incontrollabile. La presunzione scientista non è stata capace di immaginare uno scenario come quello dell’attuale pandemia, pur avendo avuto diversi prodromi della stessa (dall’Aviaria, al virus Ebola alla Sars etc.). E pur avendo ricevuto dalla Cina informazioni sufficienti su come si diffondeva e si manifestava l’epidemia: ricordiamo tutti la rapidità con cui i cinesi tirarono su un enorme ospedale a Wuhan avendo compreso che il problema era i posti per la ventilazione assistita e la terapia intensiva. La sola cosa che lo scientismo ha saputo partorire è stata, ancora una volta, l’ergere muri, il chiudere le frontiere, l’asserragliarsi, scimmiottando i signorotti feudali convinti di poter resistere all’assedio del nemico, salvo poi ad arrendersi quando, finiti l’acqua ed i viveri, sarebbero stati costretti a mangiarsi fra loro. Quando, invece, bastava capire che nessuno ne sarebbe restato fuori ed occorreva unirsi tutti insieme per fare ciò che ancora oggi non si riesce a fare: curare gli ammalati, predisporre sufficienti presidi sanitari, incoraggiare l’economia, rassicurare i mercati. Dunque, questa non è una guerra dove basta mostrare i muscoli, lanciare un po’ di missili e far fuori il terrorista di turno. E il Covid19 non è il nemico contro cui ergere muri. Questa è, invece, una straordinaria occasione per abiurare, una volta per tutte, il nostro delirio di onnipotenza di unica specie vivente fatta a immagine e somiglianza di Dio e capire, con il vecchio adagio, che chi semina vento raccoglie tempesta.

*Avvocato e scrittore







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