«Nel gelo dello Stretto è morto il cuore del Sud»

di Gioacchino Criaco*

L’Italia a Capo Spartivento, promontorio di Eracle, fa una curva strana, la Calabria diventa terrazza e corre in parallelo col sole che la scalda dall’alba al tramonto: qui la Primavera arriva un mese prima, il mandorlo dolce fiorisce già a febbraio, e solo qui schiude le palpebre al mondo il fiore del bergamotto.
Lo Stretto è l’incanto del mare Antico, in questo periodo si acquatta l’estate. Invece è tornato l’inverno, con neve sull’Aspromonte e bianco sull’Etna, e tramontana che impazza in casa dello Zefiro. Fa freddo sul serio. Oltre a quello meteorologico c’è un gelo di cuore che a queste latitudini ci si aspettava non potesse albergare, sono state lasciate sulle macchine, nel piazzale degli imbarchi di Villa San Giovanni per Messina, quasi 300 persone.
Siciliani che volevano tornare a casa dopo le chiusure volute dall’ultimo decreto del presidente Conte. Si sono trovati due Regioni blindate. Calabria e Sicilia non li vogliono, l’una perché non sono suoi abitanti e l’altra perché avrebbero dovuto restare al Nord, non venire a infettare i siciliani.
Ci sono le forze antisommossa schierate: c’è un’aria da transumanza siriana. Si dà la caccia all’untore.
Dopo, quando tutto finirà, si capirà se ne siamo usciti migliori o peggiori, da questa tragedia. Intanto, sullo Stretto, un bel po’ dell’umanità del Sud è morta, fatta fuori da amministratori che imitano male gli sceriffi della Frontiera.
Sullo Stretto si è capito che il grande cuore del Sud forse è una balla: «Dei Greci, i meridionali hanno preso il loro carattere di mitomani. E inventano favole sulla loro vita che in realtà è disadorna», lo diceva Alvaro, che raramente sbagliava.
E se è vero che tante menzogne sono state costruite a fin di male contro il Sud è pure vero che il Sud ne ha dette di bugie per presentarsi meglio, spesso esagerando, e magari i pregi di cui si fregia per narrazione, all’inizio erano doti autentiche, logoratesi col tempo, con gli accadimenti avversi.
Per certi versi siamo in molte cose la parodia di ciò che fummo, e senza tirar fuori glorie vere o presunte, di grande abbiamo avuto sicuramente l’accoglienza, l’ospitalità, il pudore, l’educazione, un bel po’ di lealtà e coerenza.
Di questo davvero ci potevamo vantare, senza alcun quarto di nobiltà o invenzioni o opere immense. Gente dalla porta aperta e il cuore grande, un tratto che irrimediabilmente stiamo perdendo in forza di un’omologazione a cui non abbiamo più pugni da contrapporre.
Il garbo stiamo buttando via, che è la ricchezza migliore di un popolo, stiamo diventando altro, anzi stiamo diventando l’altro, ciò che abbiamo sempre rimproverato agli altri: porte chiuse e cuori asfittici, e le tavolate imbandite di amici e della nostra povertà sono bestie mitologiche che teniamo vive con le bugie.
Siamo egoisti e sparagnini come quelli a cui facevamo il verso, per sentirci diversi, per essere qualcosa. Abbiamo l’astio e la mediocrità dei vinti, viviamo in comunità sciolte che si uniscono nel rancore e si tengono a distanza negli spasmi del petto. Forse è l’ora di rassegnarci, siamo come tutti, e il cuore, grande, immenso, del Sud è una favola su una vita adornata da un volgare e comune egoismo. Anche noi pratichiamo l’infantilismo di un contesto che continua a essere solo paese, mai comunità.
L’aver tenuto per la notte, infissi nelle macchine, 300 siciliani, bambini e donne incinte compresi, giocando a chi non li vuole fra Calabria e Sicilia, s’è portato via una certa innocenza ostentata del Sud. Aver rifiutato la nostra gente sullo Stretto, resterà una pagina vergognosa per il Sud. E la notte è ancora lunga da passare.
*scrittore (tratto da Il Riformista)





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