«La metafora della guerra ai tempi del Coronavirus»

di Ugo Adamo*

In “Palombella rossa”, Nanni Moretti schiaffeggiava una goffa giornalista per il fatto di usare in modo improprio alcune espressioni e la rimproverava con tono polemico: “Le parole sono importanti”. Lo scrittore Marco Balzano in un recente saggio intitolato proprio “Le parole sono importanti”, ci ricorda che queste lo sono in quanto non riducibili a mero contenitore da riempire a piacimento.
Con l’acuirsi di una situazione emergenziale che non ha pari nella società globalizzata contemporanea – definita non a torto come “società del rischio” (Beck) –, con la diffusione di immagini drammatiche (i segni di mascherine come cicatrici sui volti stanchi di uomini e donne) e scioccanti (feretri solitari su carri militari), che pensavamo appartenere ad altre epoche o ad esperienze che mai avrebbero potute essere nostre, capita sovente di imbattersi in espressioni militaresche quali: “correre alle armi”, “siamo in guerra”, “combattiamo una guerra contro il corona virus”, “siamo in prima linea”, etcetera, etcetera.
Queste espressioni appartengono non solo al linguaggio giornalistico, ma anche a quello intellettuale e politico, economico e filosofico.
L’impiego di tali espressioni ci pare scorretto e oltremodo improprio perché può condurre ad una analisi della realtà quotidiana che può generare serie conseguenze per la nostra democrazia costituzionale.
Non siamo in guerra, davanti a noi non abbiamo un nemico, intorno a noi c’è un parassita (opportunista) che neanche sa della nostra esistenza e soprattutto non ha nessuna intenzione di annientarci (per definitionem si potrebbe dire, non avendo alcuna massa celebrale).
In tempi di biopolitica (per dirla con Foucault), in un contesto di infodemia (per dirla con un neologismo), non dobbiamo semplificare la realtà pur di renderla comprensibile, perché così facendo la distorciamo e creiamo una mancata comprensione del fatto. Non sono in grado di dire se le metafore belliche siano inappropriate nel mondo dell’etica, della morale o nel campo dell’economia, ma credo che non lo siano sul piano del diritto e in specie di quello costituzionale.
Queste brevi note potrebbero apparire del tutto eccentriche rispetto alla grave (gravissima) situazione che stiamo vivendo, ma non credo che sia così. Penso che sia importante riappropriarci del significato delle parole e quindi della capacità di impiegarle correttamente, perché il loro uso distorto può avere una ripercussione sulla tenuta delle misure limitatrici delle nostre libertà costituzionali (circolazione, salute, lavoro, privacy, riunione, culto, …). Quella che stiamo vivendo è una situazione di emergenza. Anche se la Costituzione non conosce una precisa positivizzazione (vale a dire una codificazione) dello stato di emergenza, prevede però che le libertà possano essere limitate per motivi di sanità o di pubblica sicurezza o di incolumità pubblica e che si possa e si debba fare fronte ai “casi straordinari di necessità ed urgenza” (che sono per l’appunto i presupposti della decretazione d’urgenza) e si possa deliberare lo stato di guerra. Che la situazione odierna rientri – oltre che nell’ambito della legittima limitazione dei diritti – solo in un caso straordinario è sotto gli occhi di tutti.
Se la Costituzione non prevede lo stato di emergenza non significa d’altronde che non ci siano le misure costituzionalmente conformi per farvi fronte.
Non è questa la sede – e credo che non sia neanche il tempo più adatto – per poter disquisire in modo dettagliato sulla costituzionalità o meno dei decreti finora adottati ed emanati; si può però rilevarne una loro complessiva conformità a Costituzione nella misura in cui la maggior parte di essi (quindi non tutti, evidentemente) rispettano i canoni della costituzionalità ‘nel tempo dell’emergenza’, vale a dire la temporaneità (validità di 7/15 giorni previa reiterazione), la proporzionalità (stare a casa ma tranne che per assoluta urgenza, situazione di necessità, …) e la ragionevolezza (‘scientifica’: adeguata considerazione della ‘continua evoluzione’ della scienza e apporto dei comitati tecnico-scientifici). Il Governo ha ascoltato le indicazioni del Comitato tecnico-scientifico e degli esperti al fine di adottare le proprie decisioni e da queste non si è discostato. D’altra parte, i dati scientifici non sono certo immutabili, per cui non si è dinanzi ad una normativa che si pone in termini ‘assoluti’ e quindi ‘rigidi’, quanto piuttosto ad una pluralità di disposizioni che adottano un approccio metodologico mite. Mitezza che però – vale la pena sottolinearlo – deve significare flessibilità e non già indeterminatezza di regole che molte volte appaiono eccessivamente vaghe e prive di quella inequivocabilità che dovrebbe caratterizzarle.
In ogni modo, la situazione in cui siamo costretti non può permettere in nessun caso derive che possano apparire autoritarie. Inoltre, le misure sono e devono rimanere nel campo della straordinarietà (che nessuno pensi che le lezioni scolastiche ed universitarie da remoto possano diventare ordinarie o la retribuzione maggiorata dello straordinario ai medici possa risolvere l’atavico problema della mancanza di personale nel nostro servizio sanitario ‘nazionale’ (?)).
Il nostro ordinamento ha gli anticorpi (armi non spuntate), in primis il Presidente della Repubblica, il Parlamento e il dialogo (la leale collaborazione) tra Governo e Regioni. Non sempre, ma nel complesso il sistema regge.
Dire che non si è in guerra non significa non essere allarmati dalla drammatica situazione che stiamo vivendo e a cui (lo si ripete) siamo costretti, ma ci aiuta a ricordare che la tutela del diritto alla salute (il diritto alla vita) per Costituzione può determinare dei limiti ad altri diritti parimenti costituzionali e che possono, anzi debbono, essere contratti quando i vincoli risultano temporanei, proporzionati e scientificamente ragionevoli. E questo ci fa sopportare in modo democratico la contrazione delle nostre libertà. Perché l’imposizione si comprende, come pure si accetta il bilanciamento (seppure potrebbe apparire ai più come sbilanciato) tra autorità e libertà.
Non abbiamo bisogno di forme retoriche facili, prototipali per pigrizia intellettuale, ma dobbiamo rimanere sui fatti e sulle loro interpretazioni. Non abbiamo bisogno di prime linee, non vogliamo nuovi eroi. Gli eroi vanno a morire in guerra. È responsabilità della politica non fare cadere i nostri operatori sanitari (proprio perché non sono soldati che occupano le prime linee): il diritto alla salute è il diritto fondamentale ex art. 32 Cost., l’unico che abbia questa aggettivazione, e per la sua portata prescrittiva i medici e gli infermieri devono (avrebbero dovuto) essere messi nella possibilità di debellare il virus.
Le guerre terminano con le pacificazioni. Qui, al contrario, interrotta la diffusione del virus, raggiunto il picco e debellato il parassita, sarà la magistratura a doverci consegnare una verità processuale, importante per individuare le responsabilità che non dovranno essere taciute, sarà il Parlamento (con le commissioni d’inchiesta) che dovrà accertare una verità politica.
La prima verità ad essere svelata dovrà prendere le mosse dalla risposta al come mai l’Italia è un Paese in condizione di reagire ad un attacco militare, ma non anche ad una epidemia pandemica. Perché il sistema paese non è stato pronto a fronteggiare l’epidemia? Perché le zone rosse sono state così poche e limitate? Perché lo Stato e le Regioni non hanno dato séguito in tema di piano nazionale per le emergenze di tipo epidemico alle raccomandazioni provenienti dall’OMS e dal Parlamento europeo ormai da diversi e tanti lustri?
La prevenzione nei confronti del virus e della guerra si pone su piani ontologicamente distanti e disallineati. Se il primo è un fatto naturale privo di intenzionalità, solo il secondo è ricercato, voluto, basato sul rapporto causa-agente-intenzione. Le teorizzazioni del costituzionalismo dei primi del Novecento della dicotomia tra amico/nemico di schmittiana memoria ora non ci aiutano. Sono categorie dommatiche che non si prestano ad affrontare i tempi che viviamo. Ci può invece soccorrere l’altra teoria del pensatore tedesco, quella della tirannia dei valori, per la quale se un valore (la protezione dall’attacco bellico) è visto come assoluto gli altri (come la compresenza di altre tutele) vengono annientati.
Il costituzionalismo ci insegna che i diritti mai possono essere sacrificati in toto, possono essere limitati, ma mai in modo assoluto. Le conseguenze della concausa umana (oltre l’inintenzionalità naturale) dell’emergenza fa sì che ai medici non solo si negano i dispositivi di protezione ma anche i tamponi (e si spera, anzi se ne è sicuri, che non lo si faccia per non rischiare di far indietreggiare le truppe), che le persone si curino in casa (non c’è posto per tutti), che si speri invocando i santi che il virus non attacchi il proprio territorio (la Calabria da questo punto di vista è un caso emblematico). Data la concausa, la trincea diventa l’ospedale e non si hanno le capacità economiche e strutturali per capire che quella che chiamano guerra va vinta anche e soprattutto sul territorio.
Quando potrà dirsi Addio alle armi, dovremo essere pronti a ricordare che le metafore non sono semplici artifici stilistici e retorici ma elementi indefettibili di processi cognitivi adoperati non solo per riprodurre la realtà ma anche per aiutare a comprenderla (Morelli-Pollicino); questo costrutto, però, a volte può anche nascondere derive pericolose in special modo quando l’opinione pubblica avalla, persino favorisce, le indicazioni provenienti dall’‘alto’, e il ‘riconoscimento’ dei pieni poteri al ‘democratico illiberale’ Presidente ungherese Orban è un ‘fatto’ che è inaccettabile a prescindere da qualsiasi linguaggio figurativo impiegato. E ciò perché (come è noto alla comunità dei costituzionalisti) non sono i fini a giustificare i mezzi, ma sono sempre i mezzi a prefigurare i fini. Orban, docet. Guantanamo, docet.

*costituzionalista, docente Unical







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