«Covid-19: i guasti della Sanità “differenziata”»

di Franco Scrima*

L’epidemia da Covid-19 un merito l’ha avuto: ha fatto in modo che si parlasse di gestione unica della Sanità in Italia.
Oggi sono “venti capetti” messi a dirigere venti “repubbliche”, ciascuna diversa dall’altra, con l’intento di dimostrare che ognuno è più capace dell’altro; magari anche a provare di far passare l’idea che il loro schieramento politico è migliore e più affidabile degli altri.
Ma i programmi per combattere una pandemia non possono essere differenti tra le regioni e, qualche volta, anche tra città e città della stessa regione. Questa verità che gli italiani stanno scoprendo sulla loro pelle deve far riflettere circa l’opportunità che la Sanità ritorni ad essere una in ogni parte del territorio nazionale; che non ci possono essere italiani di serie A e italiani di categorie inferiori. Si sta parlando di un settore che rifiuta, per sua natura, il principio del chi più ha più può. La salute, per fortuna, prescinde da questa equazione e non dovrebbe avere nulla a che vedere con le ideologie politiche.
Soprattutto la Sanità non può essere usata come strumento di propaganda politica, baluardo di efficienza del partito che governa la regione. In tema di salute bisogna pesare anche le virgole di un discorso e, soprattutto, non spargere benzina sul fuoco minacciando sommosse se dovesse prevalere nel Governo l’idea di ristabilire il principio che la Sanità ritorni ad essere nazionale. Agli smemorati e anche ai mistificatori bisogna ricordare che la dicitura corretta è “Servizio sanitario nazionale”.
Ma rinfreschiamo la memoria a chi dimostra di averla corta, a chi come il Presidente della regione Veneto, ha potuto dire in un programma televisivo della 7 che ci saranno sommosse se prevarrà l’idea di centralizzare la Sanità. Si è dimenticato che il Servizio sanitario nazionale (Ssn) è un sistema istituito nel 1978 e che basa i suoi principi fondamentali sull’universalità, l’uguaglianza e l’equità. E, pertanto, le strutture ed i servizi hanno lo scopo di garantire a tutti i cittadini, in condizioni di uguaglianza, l’accesso universale all’erogazione equa delle prestazioni sanitarie, in modo da porre in attuazione l’art.32 della Costituzione che recita: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». La salute, pertanto, a partire dal 1978, è stata intesa non soltanto come bene individuale ma, soprattutto come risorsa della comunità.
Così come è importante ricordare che l’unità d’Italia sancì la nascita di un paese unito. Centocinquanta anni di storia nazionale lasciavano pensare che l’avessero digerito anche i più riottosi. Le regole di quell’atto furono scritte con inchiostro indelebile in 139 articoli della Costituzione repubblicana e al “131” dispone l’istituzione di 19 regioni.
Quella “Carta” della società civile detta regole fondamentali che sottolineano la sovranità del popolo e non prevede possibilità di scollamento tra la legge scritta e quella applicata. Non c’è, insomma, alcuna norma, un rigo, un qualsiasi riferimento che possa lasciare intendere che è possibile agire in modo diverso dai criteri e dagli obblighi della unità nazionale e della solidarietà. Non prevede, tanto per intenderci, scappatoie per poter compiere azioni strumentali attraverso le quali dare per leciti atti e richieste fatti nell’interesse di alcuni, di una parte di popolazione e che possono essere di nocumento per altri.
L’epidemia da Coronavirus in atto nel Paese ha fatto fare, invece, anche questo: una grande città del Nord, governata dalla Lega, che aveva ricevuto dal Commissario governativo per l’emergenza presidi ospedalieri per immetterli nella disponibilità di pazienti e personale sanitario di un nuovo reparto di terapia intensiva, ha taciuto la vicenda, scatenando una polemica feroce e accusando il Governo di insensibilità politica.
«Fatevi dire cosa stiamo distribuendo», ha risposto il Commissario per l’emergenza Domenico Arcuri, calabrese, amministratore delegato di Sviluppo Italia, facendo un invito alla chiarezza.
Nessun solone, invece, si è posto il problema che nelle regioni del Sud manca tutto! Un infermiere dell’ospedale di Paola, in provincia di Cosenza, si è lamentato della carenza di attrezzature: «tutto ciò che è monouso – ha detto – ce lo fanno tenere una settimana». E, come se non bastasse, degenti di una “casa famiglia”, in un comune del Catanzarese sono morti senza assistenza sanitaria. La verità è che il Mezzogiorno è sempre stato “assistito”, mentre il Nord, nell’enfasi abituale della sua gente, è ricco e produttivo. Se così è, a maggior ragione il segnale che sarebbe dovuto arrivare doveva essere di grande apertura e di disponibilità verso coloro che sono in difficoltà. Ma così non è stato. Ad aggiungere benzina sul fuoco è intervenuta Barbara Palombelli che nella trasmissione che conduce su Retequattro ha affrontato l’argomento legato all’emergenza del Covid-19 e si è chiesta se il motivo dell’elevato numero di vittime da Coronavirus al nord Italia fosse legato al fatto che ci fossero più persone che lavoravano rispetto al Sud. Meglio non commentare, se non per dire che donne e uomini del Mezzogiorno sono stati costretti a rimanere in casa perché i mezzi non consentono di trasformare un padiglione fieristico in reparto di cura. Gente modesta che sa dire grazie a chi l’aiuta rispetto a chi tenta di nascondere le provvidenze ricevute dal Governo.
*giornalista







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