«La moralità del silenzio»

di Daniel Cundari*

BARCELLONA Il silenzio ha i suoi rumori. Dal mio balcone raccolgo le voci ed i suoni del quartiere gotico. Mi affaccio sul Passeig del Born. Qui, durante l’Inquisizione, impiccavano gli eretici. Non molti mesi fa, nel pieno delle sommosse indipendentiste, vivevo invece in Carrer Calabria, una strana coincidenza che spesso abbraccia, come nei racconti di Borges e Onetti, gli esiliati. “Felici gli uccelli, lo sterco, le pietre”, scrive Roberto Fernández Retamar in una poesia che lessi un mese fa a La Habana. Tra le pietre, in effetti, la storia è un’altra. Al mattino e al tramonto, verso le sette, i cormorani si avvicinano alla mia ringhiera. Il loro canto di libertà è cupo, malinconico, poiché nel sole della capitale catalana hanno sete d’ombre. Il mare è a pochi passi, come la splendida Basilica che prende dall’enorme mostro il suo nome. Diversi autori l’hanno resa immortale: Zafón, Ragel e Falcones, tra gli altri. A trenta metri c’è il Museo Picasso e ancora più in là c’è la Cattedrale, e poi l’Ateneu, simbolo e luogo d’incontro della Barcellona letteraria e cosmopolita. I vicoli si susseguono come una piovra di tufo, seppur attraversati dalla Via Laietana, che taglia in due metà perfette la mela del Barrio. In questi giorni assurdi di ‘confinamiento’, persino la casa del mio grande amico, lo scrittore valenciano Ginés S. Cutillas, inventore dell’Incredibile Macchina Aforistica, sembra remota, inafferrabile e irraggiungibile. Eppure ci separano due o tre minuti a piedi. Ci separa la disciplina, ci separa il silenzio. Silenzio che nella sua moralità avvolge Mauro Francesco Minervino, mentre dialoga al telefono con Marc Augé. Si diranno cose bellissime. A tratti penso a Nino Cannatà, che di sicuro legge Calogero con le mani impastate di terra, la mente a Firenze ed il cuore a Cittanova. “¡Silenzio!”, così termina La Casa di Bernarda Alba di Lorca, econ la stessa parola si chiude il mio ultimo lavoro teatrale, ‘Il silenzio dopo l’amore’. Ma questo silenzio, dove porta? Cosa fa agli uomini? È sempre lo stesso o, come il vento, pur non mutando, cambia? È un silenzio saggio? Porta con sé dolori, speranze, attese? Oppure è solo una tana per ripararsi dall’ossessione contemporanea della socialità?

Daniel Cundari

Oggi, come non è mai accaduto in precedenza, l’uomo si vede costretto a casa. La sua quarantena lo imprigiona nel mondo dei ‘media’, simile a una bolla che contiene l’informazione liquida e le bugie di un universo ormai alla deriva. È la corsa alla notizia e al suo commento. La parola piatta che rende tutto uguale: la morte, il successo, la menzogna. Il grande frullatore digitale acuisce all’ennesima potenza la debolezza della cultura evanescente, attraverso slogan urlati e smontati il giorno dopo. È lotta porta a porta per l’ultima condivisione, è l’imbarbarimento dell’arte dei mi piace, me gusta, I like. La tastiera è la nuova religione dei popoli, laddove i popoli ne sono ineluttabilmente l’oppio. La fede è divenuta merce, e per questo motivo i politici lucrano sul dolore come l’editoria fa con il bestseller. Ogni sapere si mischia al sapore, creando cocktails letali: l’allenatore di calcio virólogo, la casalinga medico di base, il disc jockey soprano, lo chef pittore. È la cicuta del secolo industriale. È un’altra volta l’intellettuale dinosauro, colui che sa tutto su tutti, e interagisce, e gode, e moltiplica la sua maldicenza. È la beneficienza ostentata, falsa, di chi deve essere famoso per qualche ora.
Siamo noi in realtà il grande virus, i pipistrelli e i topi d’assembramento, le pecore che belano verso il potere che ci vuole imbecilli, invidiosi: forti con i deboli e deboli con i forti. Creatori impotenti di un odio che si sfoga con un clic, con il “mouse” nella fogna: la Storia si impara sui titoli dei giornali e, di conseguenza, si odiano i francesi senza aver mai visitato la Francia, si detesta il mare senza aver mai nuotato. Poi, per le ironie strambe ‘à la’ Buzzati, gli albanesi che buttavamo in mare adesso ci tendono la mano e ci salvano, i cubani bloccati quotidianamente da Trump liberano europei ed americani con esemplare educazione sanitaria e civica. Il nero è il pericolo. Lo è il cinese. Tutte invenzioni a tavolino. In molti, in troppi ci credono. È l’Europa che non legge, che non sa se Erdogan sia fascista o comunista, poiché non ha mai studiato né il fascismo né il comunismo. È l’Europa degli spettri. Di Salvini, di Orban. Ma è pure l’America Latina di Bolsonaro, nei suoi deliri egocentrici. Una tundra totalitaria, parafrasando la città-bioma immaginata da Elena Giorgiana Mirabelli nel suo romanzo d’esordio, riadattata alle esigenze del populismo più becero.
Persino il gabbiano reale raggiunge il nugolo di cormorani che si contende molliche e ombre gotiche. Nick Cave sostiene che è il momento di farsi da parte, di riflettere una volta per tutte sulla figura dell’arte.
In fondo, è dall’arte che nasce ogni cultura. Nasciamo noi. Nasce il silenzio.

*Daniel Cundari è poeta, narratore e traduttore. Performer plurilingue molto apprezzato all’estero. Si è esibito in vari paesi del mondo, dalla Cina alla Serbia, dal Messico a Cuba. È precursore e inventore del Repentismo Cutise, una scienza/spettacolo originata dal canto d’improvviso. Profondo conoscitore delle letterature sommerse, ha tradotto o riadattato opere misconosciute di Aresti, Bolaño, Celan, Trakl, Ripellino, Mandelstam, Leisegang, Corso, Casariego. È il più giovane vincitore della storia dei premi Lerici Pea, Pericle d’Oro, Ischitella e Genil de Literatura in Spagna, normalmente assegnato a scrittori iberici o latinoamericani. Ospite assiduo dell’Accademia Mondiale della Poesia, ha pubblicato diversi libri, tra cui: “Il dolore dell’acqua”, “Poesie contro me stesso”, “Nell’incendio e oltre”, “Istruzioni per distruggere il vento”. Il suo ultimo lavoro è l’opera teatrale “Il silenzio dopo l’amore”.







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