«Riorganizzare gli aiuti per i poveri»

di Vincenzo Caserta*

Le necessità emerse in questa difficile fase di crisi sociale che stiamo attraversando fanno rilevare quanto siano sottovalutate alcune condizioni vissute da categorie di soggetti o famiglie marginali per le quali in tempi di normalità si parla, si dibatte, si discute ma sovente non si interviene o se si interviene le azioni sono legate a situazioni finalizzate alla soluzione temporanea dell’emergenza o del bisogno a cui rispondere.
Tale stato di cose mette in risalto la precarietà del vivere quotidiano delle categorie marginali per le quali una democrazia, che si fonda sui diritti della persona, deve impegnarsi con costanza alla salvaguardia di tali fasce di popolazione che ormai raggiungono cifre considerevoli (il 20% della popolazione italiana secondo le stime del rapporto nazionale sulla povertà).
Non si può e non si deve intervenire solo ed esclusivamente quando ci si accorge che famiglie in crisi economica assoluta (senza nemmeno un euro per fare la spesa!) siano costrette a forme di protesta inusitate o che le stesse debbano essere sostenute con più costanza del solito, come in questa fase, da associazioni del terzo settore, da parrocchie o da forme spontanee di solidarietà che più o meno in rete svolgono un lavoro silente, sotterraneo ma sicuramente efficace alla soluzione di un bisogno primario a cui giornalmente si deve provvedere.
Bene, su questo nel periodo definito “pandemico” le Istituzioni a vario livello stanno dando risposta. Le soluzioni poste in essere sono le più variegate possibili, dal sostegno finanziario alle famiglie, al bonus per l’acquisto di alimenti, alle raccolte benefiche promosse anche da molte amministrazioni da redistribuire (ma con quali criteri non si capisce ancora) alla distribuzione di pacchi alimentari con il concorso delle realtà produttive alla famiglia.
Naturalmente tutto quello che si riesce a mettere in campo è positivo ed arriva quanto meno a risolvere l’emergenza. Ma sappiamo quanto dura questa emergenza? Sono sufficienti le azioni avviate da tutti i sistemi solidaristici pubblici o privati attivati? Si riescono a controllare perché tutti i benefit messi in campo vadano a raggiungere e sollevare i reali bisogni di famiglie in difficoltà? Il sistema produttivo che si mette in campo garantisce una continuità nel sostegno?
Le conseguenti risposte da dare sono molto simile alle variegate domande che in questa fase noi tutti poniamo agli studiosi di epidemiologia o agli esperti virologi su quando finisce il picco epidemico, se cala la curva epidemiologica su quando si potrà ritornare ad una vita normale.
Mi pare di capire che sul tema gli scienziati interpellati non diano risposte chiare per cui si va avanti gestendo al meglio la quotidianità e l’emergenza convivendo con il virus in un atteggiamento di impotenza e di rassegnazione.
Credo che vi siano tra l’episodio epidemico ed il modo di operare per alleviare i bisogni degli ultimi molte similarità. Vogliamo cosi invertire la rotta?
Allora mi permetto di sollecitare le Istituzioni, il Terzo Settore, il sistema Chiesa, l’economia territoriale perché tutto ciò non divenga un intervento “pandemico” ma risulti una occasione da cogliere per costruire le basi di un piano operativo sulla e del contrasto alla povertà.
La nostra Regione peraltro non parte da ultima. Già nel 2008 con legge regionale la n. 15/2008 articolo 5, si è costruito un primo impianto normativo e finanziario cui è seguitato un Piano sulla Povertà approvato dall’allora Giunta ma che naturalmente non ha avuto seguito.
Dieci anni dopo altra Giunta ha ripreso in più occasioni tale percorso di intervento ma dove è andato a finire? Cosa se ne è fatto? Pensate che nel 2018 sono state prodotte 3 versioni con 3 delibere (d.g.r. nn.278,381,413) ben 10 anni dopo l’evento normativo con una disponibilità finanziaria consistente .
Lo stesso Programma Comunitario 2014/2020 aveva previsto una linea di azione sull’asse 9 del Programma Operativo Regionale 14/20 di cui, ad oggi, si sa ben poco se non una bassa percentuale di spesa. Lo stesso dicasi del programma operativo nazionale ove si prevedevano iniziative in tale direzione ad inclusione programmatoria della linee dei programmi comunitari regionali. Che si è fatto?
Diventa necessario quindi al di la della fase emergenziale dirigersi ora verso una azione organica stabilizzante che rientri nelle linee più generali di un Piano Sociale, di cui si è già parlato in precedenza , ove sia inclusa una specifica azione operativa a sostegno della povertà affinché il numero stimato già sufficientemente alto pari al 22,4 della popolazione residente in Regione, non diventi, finita l’emergenza covid 19, più alto e non più sostenibile e “pandemico” anche questo.
Tale azione deve assolutamente prevedere su tutto due linee di programmazione operativa che oramai risultano assolutamente prioritarie:
A) interventi rivolti ai “senza fissa dimora” in un circuito promosso dall’integrazione tra Enti Pubblici e Associazioni no-profit facendo si che si realizzino strutture ospitanti finanziabili su risorse comunitarie avendo cosi cura di accogliere i clochard che in questi anni anche nella nostra Regione sono sensibilmente aumentati;
B) sostenere le famiglie negli approvvigionamenti alimentari garantendo tra il sistema del non profit le istituzioni e l’economia territoriale ogni forma di raccordo utile e continuo alla gestione della quotidianità.
Quello che manca nella nostra Regione non è lo scenario normativo o di opportunità di risorse nazionali, regionali e comunitarie nel quale muoversi, ma una programmazione mirata finora mai realizzata in Calabria, che possa rappresentare una grande occasione di riscatto per la nostra Regione per affrontare tutto ciò non solo per il suo valore in sé (etico, culturale e politico), ma anche come occasione per rimetterci in corsa e contrastare la generale crisi di fiducia.

*già dirigente del settore politiche sociali Regione Calabria







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