«La liquidità che il governo (non) eroga»

di Ettore Jorio*

Il decreto legge liquidità, approvato ieri dal Governo, è (quasi) divenuto un atto avente valore di legge. Per esserlo occorre che sia pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Un adempimento che sembra neppure previsto per la giornata di oggi. Qualcosa bolle in pentola, nel senso che la bozza di 37 pagine diffusa nel tardo pomeriggio di ieri non potrebbe essere quella definitiva. Si spera proprio che, nel testo trasmesso per la pubblicazione, non ci sia stata qualche manina che lo abbia implementato nel senso di condizionarne l’immediata attuazione, magari inventandosi il solito adempimento politico-burocratico necessario per applicarlo. Sarebbe un dramma. Politico, per chi ha ritenuto di adottarlo e «venderlo» come rimedio generale alla illiquidità delle aziende in senso lato. Imprenditoriale, per chi ha sperato di rintracciare in esso una soluzione alle casse aziendali prosciugate, a tal punto da dovere chiudere, di lì a poco, i battenti. Relativamente alle scelte, prescindendo dalle sei diverse forme contrattuali in esso concepite, il Governo è divenuto il garante dei prestiti occorrenti. Il pagatore di «seconda mano» del credito goduto nell’ipotesi di inadempimento nella restituzione della somma beneficiata nell’arco dei sei anni convenuti. Una bella iniziativa che tuttavia non eroga direttamente nulla. Un limite che di questi tempi, ove taluni (tanti) fanno fatica a fare la spesa, rappresenta un handicap grave, un contributo ad un ulteriore affamamento del sistema delle imprese, al lordo di quel mondo artigianale accappottato dal coronavirus, oramai ridotto all’osso.
Dunque:
– soldi diretti da parte dello Stato non ce ne sono;
– percorsi privilegiati garanti di una accelerazione procedurale, indispensabile alla definizione delle pratiche creditizie, nemmeno l’ombra;
– l’apporto della Sace SpA – che è la società di capitali del gruppo italiano Cassa Depositi e Prestiti specializzata nel settore assicurativo e finanziario – cui è rimesso il compito di prestare fisicamente le previste garanzie verso il sistema bancario interessato, si è limitata a costituire la solita task force con l’Abi. Uno step di certo utile ma che non tranquillizza e soddisfa la folla del sistema produttivo in asfissia finanziaria.
Il tema da risolvere è quello di fare arrivare i quattrini ai destinatari. L’assenza di liquidità nel mondo delle imprese è tale da non consentire alcun prosieguo di attività produttive, con conseguente scomparsa della maggioranza degli attori che ne hanno sino a ieri determinato l’esistenza, nonostante grandi sacrifici. Ben venga quindi il decreto «liquidità». Una ottima iniziativa solo che essa riesca a dimostrare nel risultato di meritare una siffatta denominazione. Al sistema delle imprese, ai sindacati, al terzo settore e alle istituzioni tutte il compito di pretendere una corretta e celere esecuzione delle norme, di sorvegliarne l’applicazione e gli eventuali abusi. Ciò anche allo scopo di rendere un tale evento un efficace strumento di lotta alla ‘ndrangheta che, per dirla alla Gratteri, utilizzerà il Covid-19 come il migliore agente di recupero della propria «clientela» da strozzare.

*docente Unical







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