«Decreto liquidità, annunci senza fatti»

di Ettore Jorio*

Quando si dice che la politica privilegia gli annunci sui fatti si afferma una verità assoluta. E’ quanto verosimilmente accadrà con il decreto liquidità (n. 23/2020) appena pubblicato in gazzetta ufficiale. Finalmente, dopo tre giorni di travaglio, habemus Papam! A leggere i 47 articoli, di cui si compone tanti i dubbi e le perplessità per il futuro delle imprese e delle professioni nonché delle famiglie che con esse campano.

PER I TECNICI Si rintraccia nel suo testo persino una lettera che, così com’è, è incomprensibile: quella che caratterizza il punto b) del comma 2 dell’art. 1, nel quale emerge certamente una costruzione confusa. Non solo. Viene fuori soprattutto un modo del predicato diverso da quello corretto. Forse necessitava quantomeno – oltre ad un «che» che non c’è – di due «rientrasse» al posto di altrettanti due «rientrava», sempreché la volontà del legislatore fosse quella di escludere la fattispecie di imprese trattate nel particolare assunto.

PER TUTTI I DESTINATARI DIRETTI E INDOTTI Quanto al contenuto – dando per scontato (ma non troppo!) la sua autoapplicabilità ovverosia il non condizionamento applicativo ad ulteriori fonti regolamentative assicurato dal ministro Gualtieri in una recente intervista a IlSole24Ore – il D.L. liquidità non sembra garantire la «sacca di plasma» che necessita ad un sistema produttivo in copioso dissanguamento da due mesi. In un periodo nel quale si registra la difficoltà di tante famiglie a fare la spesa e delle imprese/professionisti a pagare i salari, le imposte e i contributi previdenziali, dal Governo ci si aspettava ben altro, soprattutto sul piano della ricaduta pratica.

IL PRODOTTO POLITICO E LE BANCHE  Niente soldi erogati dallo Stato, ma solo garanzie per prestiti erogati dalle banche, assicurate dalla Sace SpA. Una società pubblica della Cassa depositi e prestiti che è ancora alla ricerca di cosa e come fare per fare sì che le banche eroghino subito quanto necessario. Che lo facciano evitando le solite moine che qui in Calabria durano una vita mettendo in difficoltà tutti. La domanda che tutti si pongono: le banche calabresi avranno l’autonomia sufficiente per arrivare alla concessione del prestito e alla sua erogazione, oppure dovranno attendere l’ok da altrove? Potranno farlo per i tanti che avranno diritto di accedere ad un prestito sicuro e immediato di 25 mila euro cadauno? Se non sarà così nella nostra regione sarà la fine. Le conseguenze da evitare. Di fronte ad un siffatto scenario dell’incertezza, sarà guerra aperta, senza «partigiani» ed eserciti che tengano. Ciò in quanto la ‘ndrangheta su tutte si renderà garante delle attività, della produzione, di beni e dei servizi. Tenterà di assumerà il ruolo che oramai privilegia avere dalle nostri parti: quello di garante dei diritti che la Repubblica nega ai cittadini! Lavoro, sicurezza e pane diverranno i suoi prodotti da distribuire a chi non avrà più nulla, persino su cui credere. Così facendo, persino la lotta diventerà addirittura improbabile, per assenza dell’avversario. La democrazia sarà in pericolo, rimarrà un ricordo. La scenografia residuale sarà quella dei western di Sergio Leone ove a contrastare Ramon non ci sarà più alcun Clint Eastwood.
Dunque, necessita una chiamata alle armi delle associazioni di categoria, del sindacato dei lavoratori, dei rappresentanti del volontariato, delle famiglie per combattere questo pericolo e quella nuova povertà che metterà definitivamente al tappeto la Calabria. Per salvarla non occorrono gli annunci occorrono i quattrini diffusi e distribuiti a chi non ce l’ha. Quei soldi che mia nonna mi ricordava chiamarsi contanti, e non raccontanti. Perché soggetti ad una arida conta.

*docente Unical







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