«Una sanità senza programmazione è il peggiore dei mali»

di Ettore Jorio*

Le recenti elezioni regionali hanno dimostrato, ancora una volta, che a dominare in Calabria è il voto di sfiducia. Di sfiducia verso l’altro. Così facendo si è reso impossibile, nei decenni, privilegiare la costruzione della nuova Calabria, tant’è che nelle campagne elettorali, ivi compresa l’ultima, hanno latitato i programmi, nei confronti dei quali l’elettorato avrebbe potuto offrire il proprio consenso/dissenso e, di conseguenza, la coalizione vincente avrebbe dovuto ispirare il proprio operato.
Un concerto stonato più che ovunque
Dunque, senza lo spartito si è costretti come al solito a suonare ad orecchio, così come in Calabria hanno governato tutti, nessuno escluso. Le stonature e le stecche hanno pertanto largheggiato. Così facendo si è arrivati a perpetrare gli stessi errori di sempre, molti dei quali commessi nel fare proprie le marronate del passato, solo perché condizionati dalle solite tifoserie locali e interessati ai piccoli orticelli trascurando la visione dell’insieme. Hanno abbondato le politiche campanilistiche e clientelari, cha hanno rovinato la Calabria, a cominciare dalla sanità. Una sanità venduta, utilizzata per incrementare i clientes e per arricchire gli amici. Il tutto all’insegna «ma chi se ne frega» della gente comune. Quindi, tre ospedali sul Tirreno ad un tiro di schioppo l’uno dall’altro obbligati a perdere progressivamente la loro capacità erogativa, nonostante professionisti elitari nei loro ambiti specialisti. Altrettanto si è fatto sullo Jonio, senza offrire ai presìdi e agli operatori sanitari ivi impegnati la dignità che meritavano. Una locride consegnata all’inefficienza perenne. La patria di Pitagora condannata ad una penosa insufficienza. Per non parlare del reggino occidentale periferico ove tutto è stato lasciato al caso, resosi responsabile di stragi più o meno note. Lamezia Terme trattata peggio, sul piano degli investimenti in salute, che un paesotto di provincia e non già come quarta realtà demografica. Cosa dire del Pollino, meglio di che fine ha fatto il nobile presidio di Castrovillari, nonostante le altrettanto nobili presenze professionali ivi operanti, che sarebbe facile riassumerlo con qualche epiteto che però decenza mi impedisce di declinare. Trascuro la Presila, al lordo del Reventino, e le tre Sile (Grande, Piccola e Greca) per evitare le parolacce che susciterebbe la semplice constatazione non solo di quanto non realizzato bensì di quanto colpevolmente sottratto. Dell’assistenza territoriale neanche a parlarne, è infatti inesistente. La politica se n’è interessata solo per collezionare candidature, ad ogni livello istituzionale, di medici di famiglia ovvero per reclutarli nelle proprie file di sostegno perché portatori di consenso all’ingrosso.
Tutto questo è avvenuto anche per non avere offerto adeguata cittadinanza ai sindaci, sia nella rilevazione dei fabbisogni da soddisfare, con una legislazione attenta e politiche regionali adeguate allo scopo, che nel coinvolgimento nella produzione sia regolativa che regolamentare. Gli errori marchiani commessi in quella che si è soliti definire oggi, molto coraggiosamente, una riforma del welfare, suscitano rispettivamente stupore e una giustificata ilarità.
Una sanità senza programmazione è il peggiore dei mali, soprattutto quando la stessa è lasciata in mano – per la solita responsabilità dei Governi nazionali che hanno abbandonato la Calabria alla deriva – a manager che si dimostrano giornalmente incapaci ad affrontare i problemi e spesso in preda ad isterismi e/o deliri di onnipotenza. A commissari straordinari che ignorano la consistenza del territorio, soprattutto delle sue difficili condizioni orografiche, e i bisogni delle persone che vi risiedono.
Un’apertura di credito dovuta
Proprio per questo motivo, avendo registrato sino ad oggi una azione di governo regionale non esaltante, ho ritenuto da quest’anno di seguire in streaming i lavori del Consiglio regionale, soprattutto allo scopo di capire cosa sarebbe toccato alla Calabria e ai calabresi nel corso della corrente legislatura. Così ho fatto con il primo, celebratosi lo scorso 27 aprile.
Devo dire che sono rimasto favorevolmente sorpreso dall’intervenuto dibattito. Mi sarei aspettato, da parte della maggioranza, la solita declinazione del cantico dedicato alla crocifissione del predecessore e, da parte della minoranza, una difesa d’ufficio dello stesso, invero difficile da esercitare, stante le condizioni di rilascio dell’Ente e la trascuratezza dedicata agli ambiti più bisognosi di cura istituzionale. Così non è stato, perché ricco di interventi adeguati al massimo consesso regionale e per molti versi apprezzabili nei contenuti tecnici.
Eh no! Così si ricominciamo da capo
Peccato che nella conclusione della seduta è venuto fuori il solito esempio dell’altrettanto solito disordine legislativo, tra l’altro produttivo (art. 3 della L.R. 1(?)/2020) di una vergognosa proroga di ulteriori 24 mesi a mantenere in esercizio le sale giochi in prossimità di chiese e scuole. Ciò nell’inconcepibile contesto di offrire dilazioni di tempo a quanto ritenuto di legiferare (L.R. 9/2018) per prevenire e contrastare il fenomeno della ‘ndrangheta nonché per promuovere la legalità.
E ancora. Non affatto condivisibile, tra l’altro, ben criptata in un testo di legge dal titolo altrettanto criptico, una incomprensibile deregulation urbanistica (art. 1 L.R. 1(?)/2020), che determinerà un disordine e una speculazione diffusa del territorio, già massacrato per suo conto.
Insomma, sembra reiterarsi quel modo assurdo di concepire ed esercitare il potere legislativo che ha fatto della nostra Regione la peggiore codificatrice d’Italia e, quindi, la campionessa di incasso di sentenze negative della Corte costituzionale, che ha falcidiato gran parte del patrimonio (si fa per dire!) legislativo di casa nostra.
AOU di Catanzaro, una buona occasione da concepire meglio
Peccato che a pagare, questa volta, sarà probabilmente la concentrazione erogativa del livello essenziale ospedaliero catanzarese. Ciò in quanto nel nuovo precetto legislativo (art. 9 della L.R. 1(?)/2020), elaborato – quantomeno nelle intenzioni – soprattutto allo scopo di superare i difetti di incostituzionalità sollevati dal Governo (con ricorso n. 58 del 15 maggio 2019) nei confronti della precedente codificazione impugnata avanti la Consulta (L.R. 6/2019), sembrano abbondare nel testo legislativo di oggi quasi gli stessi limiti costituzionali di quello impugnato. Il tutto con la verosimile conseguenza di un ulteriore contenzioso avanti la Consulta promosso dal Governo in carica.
Non solo. La disciplina così come novellata non risolverà granché in sede attuativa. Ciò in quanto presenta le stesse imperfezioni, sia di determinazione degli istituti giuridici applicabili alla fattispecie che procedurali, tanto da impedire il corretto perfezionamento a breve della interessante e pregevole iniziativa. Un problema che poteva essere meglio risolto con l’ausilio di uno dei tanti bravi commercialisti operanti nel territorio regionale.
Si ricorre, infatti, ancora una volta ad generica cosiddetta integrazione, uno strumento giuridico sconosciuto all’ordinamento, che in quanto tale non produrrà alcunché sul piano del conseguimento del risultato preteso dalla ratio legislativa. E ancora. Si prevedono l’acquisizione di una personalità giuridica pubblica nonché il subentro della nuova azienda ospedaliera universitaria nelle funzioni delle due a tutt’oggi esistenti e nei rapporti attivi e passivi dalle medesime intrattenuti senza ricorrere all’unico istituto che avrebbe reso giuridicamente possibile tutto questo: la fusione.
E dire che sarebbe stato sufficiente copiare la procedura a suo tempo utilizzata per perfezionare gli esiti di quell’accorpamento delle 11 Asl nelle attuali 5 Asp che fu sancito dall’art. 7 della L.R. 9/2007, definito dall’allora commissario di protezione civile nominato per rendicontare il debito pregresso del Ssr maturato a tutto il 2008. L’unico percorso, quello di allora, idoneo per consentire il perseguimento dell’obiettivo di oggi e, con esso, la corretta determinazione civilistica e fiscale della nuova azienda unica ospedaliera catanzarese, messa così in grado di guadagnarsi i galloni assistenziali in un modo, si spera, quantomeno corrispondente alle performance assicurate sino ad oggi dalla premiata azienda ospedaliera Pugliese-Ciaccio.
Un obiettivo importante – che peraltro avrebbe dovuto trovare spazio in una riorganizzazione ospedaliera di portata regionale – che tuttavia avrebbe dovuto rintracciare la corretta soluzione, al fine di superare anche i limiti imposti dalla disciplina regolativa delle aziende ospedaliere universitarie, per l’appunto nella fusione. Uno strumento previsto nel Capo X, sezione II, del codice civile che avrebbe consentito l’incorporazione della pluridecorata Ao catanzarese in quella universitaria «Mater domini», assicurando la denominazione più gradita. Il tutto perfezionato sulla base di un apposito progetto di fattibilità che conciliasse i saldi e gli interessi pubblici in gioco, generando cosi un bilancio di fusione francamente difficile da immaginare oggi stante una (molto) probabile disastrosa situazione patrimoniale dell’azienda ospedaliera universitaria.

*Docente Università della Calabria





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