«Primo Maggio nel segno della rinascita»

di Onofrio Rota*

Quello di quest’anno è un Primo Maggio particolare. L’impatto del Covid19 è pesantissimo, il dolore per coloro che non ci sono più è tanto, così come le incertezze per il futuro. La ricorrenza arriva dunque in un momento tra i più difficili della nostra storia. A differenza degli altri anni, non abbiamo la possibilità di festeggiare nelle piazze con i lavoratori, con le famiglie, con tutta la cittadinanza. Ma non sarà per questo meno importante. Anzi, il fatto che il mondo del lavoro resti protagonista è fondamentale per restituire al Paese e in particolare a tutto il Sud la speranza e una concreta prospettiva di rinascita. Dovrà essere una ripartenza inclusiva, che non lasci indietro nessuno e riduca le diseguaglianze che mortificano le nostre tante potenzialità per crescere insieme. Per questo lo slogan scelto è “Il lavoro in sicurezza per costruire il futuro”. Perché torneremo a crescere se saremo in grado di fare leva sulla sicurezza in tutti i luoghi di lavoro e sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori.
Già in questi primi mesi di emergenza sanitaria il sindacato ha fatto tanto. Il Protocollo nazionale siglato il 14 marzo e quello nuovo del 24 aprile rappresentano un punto di riferimento chiave. A quel documento dobbiamo ispirarci per imparare a convivere con il rischio Coronavirus e considerare prioritaria la sicurezza: un obiettivo che abbiamo posto come irrinunciabile fin dall’inizio dell’emergenza, annunciando la nostra campagna “Rischio Zero”, e che stiamo praticando in tutti i luoghi di lavoro con accordi innovativi, che garantiscano ambienti salubri e nuovi modelli organizzativi, più partecipativi, che non incidano negativamente su qualità e produttività.
Ma la ricorrenza di oggi ci permette anche di riflettere su quale strada intraprendere per progettare il futuro a cominciare da quelle che sono le nostre migliori risorse, i nostri asset strategici. La filiera agroalimentare ne è un esempio. Come è noto, le lavoratrici e i lavoratori agricoli e dell’industria alimentare hanno continuato a operare senza sosta, spesso affrontando anche rischi, stress sul lavoro e in famiglia, turni intensificati. Ora li considerano tutti degli eroi, si fanno spot sui quotidiani e in tv per ringraziarli, tante imprese hanno messo a disposizione bonus e premi. È un bene, ma la verità è che tutto questo apprezzamento lo avrebbero gradito anche prima, e magari vorrebbero vederlo tradotto in maggiore attenzione da parte della politica anche al di fuori delle emergenze. Va detto che il sistema agroalimentare italiano, pur tra differenze e criticità, sta dimostrando di reggere l’urto. Il problema, è che sono saltati tanti schemi. Pensiamo al lavoro agricolo, alle prese con la mancanza di manodopera, a causa dei tanti stagionali stranieri impossibilitati a entrare in Italia, ma anche con tanti altri problemi ambientali, come siccità, cimice asiatica, xylella, gelate e nevicate primaverili. Sono tante le misure da intraprendere per rispondere alle nuove esigenze. Però non è impossibile trasformare le criticità in opportunità: pensiamo, ad esempio, alla possibilità emersa di sfruttare tante giacenze di alcolici per convertirle in prodotti igienizzanti e metterle a disposizione della prevenzione del Covid-19.
Guai dunque a farsi prendere dal panico. Possibilità concrete di rispondere alla crisi attuale non mancano. Come Fai Cisl abbiamo proposto un tavolo interistituzionale urgente proprio per confrontarci sulle diverse soluzioni avanzate dalle parti sociali e per evitare scorciatoie che rischiano di mortificare il lavoro e la contrattazione, come ad esempio i voucher. Ci siamo impegnati ad avanzare alcune proposte di partenza: la valorizzazione degli enti bilaterali, come indicato dalla Legge 199/2016 contro il caporalato; il coinvolgimento delle agenzie interinali, purché gestito dagli enti bilaterali con convenzioni ad hoc e nel pieno rispetto del CCNL; l’estensione fino a dicembre dei permessi di soggiorno, poi accolta nel decreto “Cura Italia”; la regolarizzazione dei braccianti irregolari per permettere alle imprese che operano nella legalità di poter assumere in piena trasparenza; la semplificazione delle norme per i richiedenti asilo e rifugiati che vogliono impegnarsi nel lavoro agricolo; la certificazione di “corridoi verdi” in Europa per agevolare la mobilità dei lavoratori stagionali, come già approvato dalla Commissione Europea.
È cruciale rispondere a questi bisogni perché il settore primario, legato com’è alle filiere del turismo e alle politiche per l’ambiente, è il vero petrolio d’Italia. E il Paese tornerà ad essere grande solo dando il meglio di sé, non certo imitando ricette poco adatte a valorizzare le nostre potenzialità. In Calabria, questo si declina nel sostenere le tante eccellenze produttive e le potenzialità per attrarre capitali e investimenti, per richiamare a sé i tanti giovani che continuano a emigrare verso il Nord Italia o altri Paesi. Penso alle bellezze paesaggistiche di una regione che è composta per il 91% da zone collinari e montane. Penso agli oltre 610 mila ettari di superficie boschiva, con un indice di boscosità superiore al 40%. Alle 30 mila sorgenti censite e ai mille percorsi di acqua. Ai tre parchi regionali, a quello nazionale. Ma penso anche ai 400 mila abitanti su 2 milioni che vivono in aree a rischio frane e alluvioni, ai quali vanno date risposte concrete di prevenzione a partire da un lavoro degli operai idraulico-forestali che sia più continuativo, programmato, sostenuto dalla buona contrattazione. È anche per questo se ci siamo battuti, e continueremo a batterci, contro i 40 milioni di tagli, previsti nell’ultima manovra di stabilità, al settore forestale calabrese. Un errore da riparare presto, con le prossime misure economiche, e nel modo più efficace possibile.
È giusto che gli investimenti pubblici facciano la loro parte, nel sostenere la green economy e il lavoro rurale, e che questi siano concepiti non come finanziamenti a pioggia ma come strumenti moltiplicatori di opportunità, crescita, buona occupazione. In questa prospettiva, è più che condivisibile la richiesta, da parte di diversi assessori regionali del Sud Italia, di gestire il Fondo distribuzione derrate alimentari agli indigenti, istituito presso Agea, con bandi che prevedano meccanismi di valorizzazione delle specialità territoriali, evitando concentrazioni in lotti dei prodotti agricoli e sostenendo la grande diversificazione che compone il Made in Italy agroalimentare. Una ricchezza che caratterizza la stessa filiera calabrese con tante eccellenze, dal peperoncino ai fichi secchi, dal cedro al bergamotto, dalla patata silana alla liquirizia o al pomodoro, tanto per citarne solo alcune.
È dunque da qui che bisogna ripartire. Dalla ricerca di soluzioni innovative per ridare dignità al lavoro agricolo e alla condizione dei lavoratori, per rendere attrattivo il settore anche per i tanti italiani che affronteranno nei prossimi mesi, e forse anni, tante difficoltà a causa della crisi attuale. Accanto a questo, lo sblocco di 130 miliardi fermi per i cantieri, investimenti in infrastrutture materiali e immateriali, nel digitale, nella ricerca, nella formazione, nella tutela dell’ambiente. Il senso del Primo Maggio rimane dunque più forte che mai. Ci ricorda quanto sia importante cooperare uniti, con grande senso di responsabilità, per investire sul lavoro ben retribuito, tutelato e, soprattutto, qualificato. Nella convinzione che tante risposte positive siano già radicate nel dna produttivo e culturale del Made in Italy.
*segretario generale Fai Cisl nazionale





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