«Direttore, cronista, maestro di giornalismo»

di Sandro Ruotolo

Quando i familiari di Paolo mi hanno chiesto di ricordarlo, a un anno dalla sua scomparsa, mi è venuto un groppo in gola: “Ma come, è già passato un anno?”.
Ho pensato spesso a Paolo in questi mesi e spesso l’ho rivisto nelle centinaia di foto, di mini video, gelosamente conservate nei miei strumenti informatici. Mi manca. Con lui mi confrontavo sempre perché entrambi avevamo la passione per la politica, per il lavoro ed entrambi amavamo le nostre terre, ci sentivamo figli del Sud.
L’ultima volta che ho visto Paolo Pollichieni è stato agli inizi di aprile di un anno fa. Era venuto a casa mia, accompagnato da Pietro, il primogenito. Non ce la faceva a guidare, la malattia stava prendendo il sopravvento. Si stancava subito. Ma era voluto venire a salutare uno dei miei cani a cui si era affezionato, Guapa, che avrei addormentato per sempre qualche giorno dopo. Questo è stato Paolo per me. Un collega, un amico. Non c’era giorno che non ci sentivamo a telefono e quando i nostri impegni ce lo consentivano ci vedevamo con le nostre famiglie.
Lui, diviso tra la sua Calabria e Roma dove viveva con Giovanna e il sottoscritto “romano” da più tempo con il cuore e la mente alla sua Napoli. Nel nostro lavoro non abbiamo mai fatto sconti a nessuno. Alla malapolitica, alle mafie, alla corruzione. C’è un suo libro che racconta in un titolo la mission di Paolo: “Casta calabra”. Lo presentai a Lamezia Terme a Trame, il festival dedicato ai libri sulle mafie. Lui è stato un eccellente direttore, ha insegnato “il mestiere” a tanti giovani cronisti e croniste. Ha diretto giornali indipendenti e quando le proprietà si sono messe di traverso, lui non si è mai fatto ingabbiare. Grande inchiestista, sapeva leggere velocemente gli atti giudiziari, sapeva approfondirli, aveva fonti dovunque. Gli luccicavano gli occhi quando aveva le sue esclusive. Era un cronista, cronista. Chi era Paolo per me? Voglio raccontarvelo con un aneddoto senza ovviamente svelarvi la sua fonte. Penso che fosse una decina di anni fa. Una bomba deflagra davanti alla Procura Generale della Repubblica di Reggio Calabria. Era un martedì notte o forse il giorno dopo. Il sottoscritto si catapulta a Reggio, inviato di Annozero, il programma Rai di Michele Santoro. Devo seguire le indagini e organizzare la diretta. Vedo Paolo a pranzo nell’albergo dove c’erano anche gli inviati dei giornali e telegiornali e qualche magistrato che non si accorsero di nulla. Insomma con uno sguardo gli chiesi aiuto. Lui telefona a un suo collaboratore. Poco dopo mi arriva una pennetta Usb con le immagini in esclusiva, che avrei trasmesso la sera, dell’attentatore e dell’esplosione. E nessuno dei presenti si accorse di nulla. Ma nelle nostre storie professionali ci sono anche le attese, le lunghe attese e Paolo anche quando era diventato direttore era rimasto cronista. Le fonti che ognuno di noi ha non le puoi “passare” ad altri, nel caso di Paolo ai suoi cronisti. Certo, gliele può presentare, ma poi si deve instaurare un rapporto di fiducia che non può essere trasmesso da una terza persona.
Qualche settimana prima che Paolo morisse, lui aveva organizzato un incontro a Catanzaro con gli studenti, insieme al sottoscritto. Il giorno prima dell’iniziativa mi chiamò e mi disse che non se la sentiva e mi chiese un piacere: “Quando riparti in aereo da Lamezia troverai una persona con un plico per me”. Quel plico divenne uno dei suoi splendidi pezzi di cronaca giudiziaria.
Ne ha passate di traversie, di accuse infondate nei suoi confronti. Quando sei e fai il giornalista, giornalista, dai sempre fastidio al Potere, e il Potere qualche volta si vendica. Ma con Paolo quel potere ne è uscito a pezzi.
Io e Paolo c’eravamo conosciuti trent’anni prima, nel secolo scorso, a Locri. Agli inizi del mese di giugno del 1989. Due figli del Nord, Cesare Casella e Carlo Celadon, erano stati sequestrati dall’Anonima sequestri e tenuti negli anfratti dell’ Aspromonte. Erano mesi che non si avevano notizie dei rapiti e la madre di uno dei due ragazzi, Angela Casella decise di rivolgersi direttamente alle donne e agli uomini dell’Aspromonte: restituitemi mio figlio. Chissà perché ma nelle storie che durano una vita le immagini di ti appaiono nitide dopo trent’anni. Lui era interista e io tifoso del Napoli e a lui sotto sotto non dispiaceva l’azzurro.





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